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OMC 2015 a Ravenna, parola chiave sicurezza

Vicari: “Regole stringenti ma l’offshore è risorsa per l’Italia”

Se l’Italia è terra ricca di paradossi, compito della buona politica è superare queste contraddizioni.

E’ un paradosso che Ravenna, tornata in questi giorni capitale mediterranea (e mondiale) dell’offshore, con i sei grandi padiglioni pieni di tecnologia, innovazione e sicurezza, dell’OMC 2015 (lingua più parlata l’inglese), si trovi in una regione, l’Emilia Romagna, dove fino all’altro ieri vigeva una moratoria sulle estrazioni petrolifere.

E’ un paradosso che l’airgun, la tecnica di prospezione geofisica che fa la ‘radiografia’ dei territori e dei fondali marini, venga usata in tutto il mondo ma in Italia rischia di diventare un reato punito con il carcere, se verrà confermato l’emendamento contenuto nel Dl sugli eco-reati. Delle soluzioni a paradossi del genere, e dell’articolo 38 nello “Sblocca Italia”, parliamo con il sottosegretario allo Sviluppo economico, Simona Vicari.

Sottosegretario, durante il suo intervento all’OMC ha parlato di “buone pratiche” nella sicurezza, quali?

Meglio dire buone pratiche sulla sicurezza e buone pratiche nel rapporto con i territori. Parto dalla constatazione che se si guarda alla Storia delle attività estrattive nel nostro Paese in sessant’anni non abbiamo mai avuto incidenti gravi o pericolosi. Questo grazie a una costante attività di vigilanza e di controllo delle istituzioni e grazie alle eccellenze tecnologiche italiane.

La buona tecnologia?

C’è il supporto della comunità scientifica ed esistono tecnologie che mettono l’Italia all’avanguardia, pensi alle scatole nere già installate in parte dei nostri impianti. Si chiarisce di conseguenza perché abbiamo svolto un ruolo determinante nella costruzione della Direttiva Ue sulla sicurezza dell’offshore, una direttiva che il nostro Paese è pronto a recepire ora che si sta concludendo la procedura legislativa.

Sì, ma quali sono i requisiti tecnici ed economici chiesti agli operatori?

Sono regole stringenti – anche più di quelle contenute nella Direttiva Ue – sia per la costruzione e la gestione degli impianti, sia per le garanzie economiche. Abbiamo previsto fidejussioni bancarie o assicurative obbligatorie per eventuali danni e per altri inconvenienti; stiamo chiedendo alle compagnie di fare molto di più di quello che già fanno.

All’Omc c’era attesa sul disciplinare all’articolo 38 dello Sblocca Italia

Il disciplinare tiene conto dei livelli di tecnologia e di sicurezza degli operatori così come della situazione economica e di mercato. C’è un ampio apparato normativo che – al di là dello Sblocca Italia – regolamenta queste attività nel nostro Paese. Sappiamo che gli operatori hanno compiuto passi avanti e non riscontriamo problematiche sulla chiusura degli impianti, ma come dicevo prima serve uno sforzo in più da parte delle compagnie a tutela dell’incolumità delle popolazioni. Privilegiamo il punto di vista delle comunità pur tenendo presente che fino a questo momento le compagnie hanno fatto tutto quello che serviva.

Guardando per un attimo al Mediterraneo?

In attesa che la Direttiva Ue divenga operativa abbiamo già preso contatti con altri Paesi dell’Unione, come la Croazia, con l’obiettivo di uniformare le misure di sicurezza. Stiamo cercando di omologarle anche rispetto ai Paesi transfrontalieri come in Nord Africa.

Ravenna capitale dell’Offshore ma fino a poco tempo fa in Emilia c’era una moratoria sulle estrazioni…

La moratoria è stata superata da pochissimo e vorrei sottolineare i risultati a cui è giunta la Commissione Ichese (lo studio Ichese ha certificato l’assenza di correlazione tra l’utilizzo dei depositi in profondità dei gas e la subsidenza, ndr.); sono stati espressi tutti gli aspetti scientifici del caso e ancora una volta messe in campo una serie di misure di sicurezza.

C’è lo Studio RIE sulla coesistenza tra idrocarburi, turismo e pesca

Guardi, se ricordo bene, in Italia le attività di esplorazione in mare sono ferme dal 2009. Considerando la massima sensibilità che c’è sul tema, l’allerta sulla sicurezza che caratterizza la storia estrattiva del nostro Paese, le capacità di controllo tecnologico che abbiamo visto esposte all’Omc… direi che si può ben sperare in uno sviluppo delle attività estrattive coerente con la vocazione turistica di una regione come l’Emilia Romagna. Ravenna ne è una testimonianza. Lo ha detto il sindaco Matteucci aprendo i lavori della Conferenza: turismo e industria petrolifera e del gas possono convivere arricchendo il territorio.

Secondo Lei l’emendamento sull’airgun nell’eco-reati “va rivisto”. Come?

Quel ‘va rivisto’ lo lascio alla sensibilità del parlamento e del premier, che ha molto a cuore la vicenda. Decideranno loro se ci sarà un intervento nell’eco-reati o in un successivo provvedimento, l’importante è che si comprenda che l’emendamento non può restare così com’è.

Qual è il cortocircuito?

Il governo può autorizzare questa attività, che non è vietata, ma se il destinatario della autorizzazione la esercita, legittimamente, poi viene condannato. Si sanziona come reato penale una pratica che è permessa, mi sembra uno squilibrio normativo dagli effetti un po’ schizofrenici.

Ci si preoccupa degli effetti sulla fauna marina

Mi rendo conto delle preoccupazioni esistenti sulla possibilità di danneggiare i cetacei, ma esistono tecnologie che permettono a chi pratica l’airgun di rilevare la presenza delle creature marine. Se la norma venisse rivista si potrebbe obbligare chi esercita queste attività ad applicare le tecnologie utili al rilevamento dei cetacei. Laddove ce ne fossero, si potrebbe evitarne l’impiego.

La società geologica italiana esprime perplessità sulle ricadute del divieto nell’ambito della ricerca scientifica

Sono diverse le comunità scientifiche che hanno preso posizione sul tema mostrandosi molto allarmate. L’airgun è una pratica condotta in tutto il mondo, una forma di studio e di ricerca come può essere quella sulla salute...

Non crede che, in generale, nel settore Oil&Gas siamo davanti a processi troppo lenti e farraginosi?

Distinguiamo. Quando si parla di estrazioni ci sono processi dal basso che coinvolgono comunità, enti locali, regioni e Stato centrale, in un confronto che non viene mai negato e durante il quale ciascun ente si raccorda con le associazioni presenti sul territorio seguendo il percorso giudicato più opportuno. La situazione si complica, in buona parte, per i tempi della giustizia civile. Non possiamo aspettare anni e anni di ricorsi al Tar per avere una decisione, si finisce per far scappare gli investitori esteri com’è accaduto con British Gas a Brindisi.

Finirà così anche nel medio Adriatico?

Mi auguro di no perché quello che è stato fatto in termini di prevenzione, di studi e progettazione delle attività, dovrebbe rasserenare le comunità locali. Gli investimenti sono un’opportunità per i territori ricchi di risorse, non vanno persi.

Nel suo intervento all’Omc ha parlato di mix energetico

Se nei prossimi cinquant’anni in Italia riusciremo a sfruttare tutte le risorse che abbiamo diventeremo più forti e più autonomi rispetto alla nostra dipendenza energetica dall’estero. Non dobbiamo fermare il progresso e la produzione di energie rinnovabili.

E torniamo alle buone pratiche

Puntiamo a un modello che esiste già in alcune piccole realtà siciliane, dove negli impianti estrattivi in mare o a terra si riciclano fumi e gas per produrre rinnovabili. Li definirei dei presidi nella produzione di energia rinnovabile. Perché non produrre eolico dove esistono già piattaforme estrattive, creando un sistema integrato di produzione energetica?

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