Vita di Somacal Luigi, che da contadino divenne recluta dell’esercito italiano

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Vita di Somacal Luigi, che da contadino divenne recluta dell’esercito italiano

20 Settembre 2009

In questo estratto da “Con me e con gli alpini”, Piero Jahier descrive i primi giorni da soldato della recluta Somacal Luigi da Castion. La vita e le emozioni di tanti militari italiani del secolo scorso, strappati alle famiglie e alla vita quotidiana per andare a far la guerra.

Il soldato Somacal Luigi da Castion – recluta dell’‘84, 3ª categoria – era stato cretino dalla nascita e manovale fino alla chiamata. Cretino vuol dir trascurato da piccolo, denutrito, inselvatichito. Manovale vuol dir servo operaio, mestiere sprezzato. Il suo lavoro consisteva in nulla essere tutto fare. Ne porta i segni il corpo presentato alla visita militare. Somacal ha offerto alla patria un fardello di ossa tribolate in posizione di manovale. Sporge in fuori l’osso dell’anca che aiuta a camminar sciancati quando si deve equilibrare la secchia di calcina; gli ingranaggi dei suoi ginocchi pesanti gonfi di nocciolini reumatici empiono i pantaloni; il suo busto è una groppa che aspetta in eterno di ricevere pesi; la testa si rannicchia fra le spalle come cosa ingombrante, perché un uomo che porta, la testa gli dà noia; le sue mani di corame chiaro stringono sempre il badile; lo sguardo cerca terra: per non inciampare. Questa è la posizione del manovale in cui Somacal si è presentato.

Somacal deve star sulla posizione di attenti, invece. E che cos’è la posizione di attenti che “dovete prender subito voi, se siete buon militare” se non: “le calcagna unite sulla stessa linea, le punte dei piedi egualmente aperte e distanti fra loro quanto è lungo il piede, le ginocchia tese senza sforzo, il busto a piombo, il petto aperto, le spalle alla stessa altezza, le braccia pendenti, le mani naturalmente aperte con le palme rivolte verso le cosce, le dita unite pollice lungo la costura laterale dei pantaloni, la testa alta e diritta, lo sguardo diretto avanti”? La posizione di attenti è la negazione della sua vita. Somacal vorrebbe essere buon soldato, poiché è un mestiere che consiste nel passeggiar col fucile e vi passano la minestra il pane e il vestito come agli altri tale e quale, (lui che non gli toccava che resti quand’era in squadra operaia), ma il suo corpo tutte queste cose non le può fare.

Prova l’attenti, prova il saluto, ma quando gli pare di esser riuscito, la mano non resiste più a mantenersi tesa, le ginocchia cominciano a tremare (vieni presto, caporale, a verificare) e quando il caporale arriva a lui, tutto ha ceduto. E’ tornata la posizione di manovale. Somacal in uniforme è un burattino. Il caporale lo tira fuori dai ranghi, lo fa marciar solo; e ridono tanto i suoi paesani cottimisti con lui per la Germania, perché “l’è quà Somacal” che era anche allora una “màcia”. Ci vuole in carovana, per sopportar la fatica. Infine Somacal è interrogato e, parlando, scopre l’ultima qualità di burattino: ha anche la lisca Somacal Luigi. Per essere completo. Somacal gli hanno impedito di imparar l’operaio perché era così buon manovale. Ora gli impediranno di imparare il soldato per serbarlo ridicolo. Ci vuole, in camerata; “una màcia” per sopportare la noia.

È vero che Somacal si rinfagotta, che non sa farsi la cravatta (perché non si deve sforzar il collo chi vuol portare), che si mette il cappello torto (perché è impossibile che sul suo cappello ci sia un fregio); ma se c’è una giacca macchiata alla vestizione finirà certo sulla groppa di Somacal Luigi; sarà suo il fucile che non ha tempo, fucile scappatore; e la scarpa del gigante che nessuno ha voluto, e la borraccia che geme; mentre sarà di tutti, invece, il suo barattolo di grasso che tesorizzava nel buco del tavolato, o il suo stoppaccio per nettare il fucile. Su Somacal tutti si arrangiano; è una festa quando viene ripreso: ora ci farà ridere, il nostro burattino.

***

Ma appunto perché si sente burattino, diventare un soldato ammodo è la gloria. C’è speranza di riuscire. Il suo tenente non ha riso quando l’ha guardato; anzi ha detto che un soldato non conta per quel che l’han fatto i suoi parenti, ma per quello che sa diventare. È un tenente “che conosce”: “manovale – ha detto – è come la donna di casa che anche se fa tutto non è riconosciuta, ma poi, quando si è soldati e oggi manca il bottone, e domani il fondo della mutanda è partito”: “ah! – si dice – ghe voleva la femmena, qua via”. C’è speranza. Per due, per quattro sarà troppo difficile ancora. Ma ci son delle cose intanto, da poter imparare. Somacal imparerà, intanto, a far bene quello che nessuno fa perché tutti lo sanno fare: correrà fuori tra i primi all’ adunata; arroncigliolerà le cignoline; ramazzerà per levare il sudicio e non per farlo sparire.

[…] Ormai Somacal sta per riuscire soldato. Ma invece, pervenuto a questo punto, ecco che non può più bastare. Ecco ancora qualcosa di nuovo. Ecco il Tiro. Il fucile non era fatto per crociatet e ispezionarm, ma per tirare. E Somacal non può tirare. Somacal ha dovuto tener sempre aperti bene i due occhi in vita e invece al Tiro di recluta bisogna chiuderne uno. Impossibile farlo stare. Se provi a tapparlo con una mano, come farai a “sbarare?”  E se rivolti il cappello e lo tappi colla tesa non basta ancora. Quel cane di occhio seguita a vedere. Bisogna bendarlo col fazzoletto. Unico rimedio.

Dunque Somacal si avanza verso la stazione di tiro bendato stretto, come a mosca cieca. Ah! se il tenente non lo vedesse! ah! se lo lasciassero accomodar tranquillo a suo modo. E proprio lo hanno lasciato e ha fatto 30, Somacal Luigi. Ed è successa la cosa meravigliosa. Che il suo tenente lo ha visto e si avvicina. Che non si è avvicinato per rimproverare; che lo ha chiamato SOMACAL LUIGI; che viene per parlare a lui che vorrebbe esser sottoterra invece: “Ocio Somacal, la posision d’atenti ora”. Che ha chiamato anche il capitano: Ocio, Somacal, sguardo diretto avanti “all’infinito”. Ecco il mio amico Somacal che ha fatto trenta, “dice il tenente”. Dice proprio amico. Amico, lo chiama, anche dopo. Perché anche lui ha cercato come Somacal di imparare la vita. Gli darà il permesso, scriverà alla sua donna di accoglierlo bene perché è un buon soldato, suo amico.
 
Tratto da “Con me e con gli alpini”, Vallecchi, 1919

(Associazione Nazionale Alpini)