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Il caso

Zingaretti, Casalino e Fontana: tre pesi e tre misure (mediatiche)

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Gli italiani diffidano dei giornalisti, a cui non danno generalmente parlando molto credito. Il crollo verticale della vendita dei fogli di carta sta a dimostrarlo senza che occorrano da parte mia troppi giri di parole. La questione è che la massa delle persone può essere a volte ingenua e lasciarsi ingannare, ma prima o poi capisce se la si sta prendendo per i fondelli. E l’ennesima presa in giro è da considerarsi sicuramente la retorica delle fake news che circolerebbero e inquinerebbero l’informazione e che ci viene propinata in ogni salsa dalla stampa mainstream. Sia beninteso, le bufale, come preferisco chiamarle, hanno sempre circolato, e probabilmente oggi girano ancor più che in passato. Ma metterle al centro dell’attenzione è fuorviante perché il problema della disinformazione non può limitarsi alla veridicità fattuale di una notizia. Esso dovrebbe investire in modo più serio il modo stesso in cui le notizie, e spesso le non notizie, vengono create, costruite, presentate, messe in pagina. Se l’analisi fosse fatta a monte e non a valle, si scoprirebbe che proprio i giornali più importanti, e proprio le centrali informative più impegnate nella battaglia contro le fake news (che poi sono sempre quelle degli altri e non le proprie), disinformano reiteratamente i propri lettori. Il modo in cui sono state trattate in questi giorni tre diverse vicende concernenti presunti illeciti compiuti da politici o persone a loro legate esemplifica quanto qui vado dicendo. Ovviamente, chi scrive, liberale e garantista, crede che certe vicende andrebbero chiarite dalla giustizia e trattate dalla stampa con la massima discrezione e garanzia dei protagonisti (tutti da considerarsi innocenti fino a prova contraria) sino al giorno della sentenza definitiva (ammesso e non concesso che ci siano gli estremi per istruire un procedimento). I tre casi su cui chiedo di fermare l’attenzione concernono, rispettivamente, il segretario del Partito Democratico, nonché governatore del Lazio, Nicola Zingaretti; il portavoce del presidente del Consiglio, l’influentissimo Rocco Casalino; il governatore della Lombardia, il leghista Attilio Fontana. Che nel riferire, e far essere davanti all’opinione pubblica, le tre vicende si siano scelti tre registri diversi, distorcendo completamente a fini politici la realtà, è fin troppo evidente.

Tanto per cominciare, la vicenda che ha per protagonista la giunta di Zingaretti, che delle tre è tendenzialmente la più grave, non è nemmeno arrivata sui tavoli delle redazioni che contano, le quali hanno semplicemente ignorato il fatto che la Regione Lazio ha comprato delle mascherine, le ha pagate anticipatamente (evento più unico che raro per un’amministrazione italiana) e che i suddetti dispositivi non sono mai stati consegnati. Una vera e propria truffa ai danni dello Stato, il quale ha agito coi suoi rappresentanti con una leggerezza non dico sospetta ma sicuramente irresponsabile. A quanto consta, nemmeno la magistratura ha aperto un fascicolo.

La vicenda di Casalino, che chiama in causa seppur indirettamente Giuseppe Conte, che è personalità controversa nella sua stessa maggioranza, sui giornali invece ci è arrivata, ma relegata nelle pagine interne e con tutti i distinguo e le buone maniere che converrebbe avere in tutti i casi e non solo in questo. In verità, poiché il servilismo italico non ha pudore, non ci si è limitati all’unico fatto concreto (la segnalazione alla Banca d’Italia di movimenti sospetti sulla carta prepagata di José Carlos Alvarez Aguila): non solo si è data per assodata la goffa precisazione di Casalino, bensì si è addirittura costruito un edificante quadretto di vita familiare e di disagio sociale attorno alla figura del cameriere cubano disoccupato e ludopatico, con una mamma bisognosa di aiuti a L’Avana, che è in crisi col più fortunato (nella vita) compagno o ex compagno o semplicemente convivente in una casa normale e per nulla sfarzosa sul lungotevere romano. Manca solo il suggerimento di aprire un crowfunding in favore della coppia, e tutto sarebbe perfetto! Suona poi paradossale che a reclamare il rispetto della privacy sia un concorrente della prima edizione del Grande Fratello e soprattutto l’ex responsabile della comunicazione di un partito che è vissuto nella retorica della “trasparenza” e che in odio alla Casta ha gettato fango per molto meno su chiunque invadendo ogni sfera pubblica e privata.

Quanto a Fontana, il terzo protagonista di questo articolo, beh il poveretto non ha santi in paradiso, o meglio ne ha uno che per i giornali è oggi suppergiù l’Anticristo: Matteo Salvini, per principio dalla parte del torto, anzi del male. Quindi, pur in presenza di un non fatto (nessun danno erariale e una gara di appalto non vinta per ritiro del concorrente), egli merita i titoli cubitali in prima pagina e una presunzione di colpevolezza praticamente unanime. Si è arrivato persino ad insinuare, nero su bianco, che la provenienza dei soldi della mamma di Fontana fossero illeciti. Come è possibile, ci si è chiesto, che si siano accumulati 5 milioni e passa su un conto estero? Da dove provengono quei soldi? Ora a parte il fatto che avere un conto all’estero è perfettamente legittimo, così come averlo fatto “rientrare” legalmente con lo scudo fiscale, cinque milioni sono un normale patrimonio di una famiglia benestante italiana. In questo punto preciso viene fuori l’invidia sociale e tutto il perverso mix di giustizialismo e pauperismo che sta mandando a sfascio l’Italia. Quella di Fontana è un’antica dinastia borghese lombarda, costretta a mettere all’estero le proprie fortune negli anni in cui i terroristi avevano in scacco il Paese. Che sia proprio la ricchezza e quell’idea di borghesia il vero nemico di chi vuole imporci l’impoverimento felice e ugualitario di stampo cubano? Forse occorrerebbe chiedere alla mamma di José Carlos se quell’ideale sociale sia minimamente plausibile.

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1 COMMENT

  1. C’è da rimanere inorriditi dal puzzo di letame che emana la grande stampa italiana. Non una parola da aggiungere, ma solamente esprimere una curiosità che rimarrà insoddisfatta: a quanto pare, il reato contestato, art.356 frode in pubbliche forniture, riguarda i fornitori, stando al meno alla sua formulazione. Fontana non è il fornitore; di quale reato è accusato?

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