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La recensione

Zizek, il virus e il “nuovo comunismo” (che sa già di vecchio)

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Slavoj Zizek è un filosofo à la page, o se preferite un pensatore molto influente negli ambienti intellettuali che contano e determinano le tendenze medio-culturali a livello globale. Lavora per accumulazione e con un metodo quasi compulsivo, come ha notato uno dei suoi più accaniti avversari nel campo delle idee: l’inglese John Gray.

Qui, per inquadrarlo, faccio due affermazioni che sembrano in contraddizione fra di loro. La prima è che egli è stato, negli anni del trionfo dell’ideologia globalista, uno dei suoi più implacabili critici, soprattutto nella sua versione economica “neoliberista” ma anche tutto sommato in quella etico-giuridica del politically correct (scrisse anche un libro Contro i diritti umani). La seconda affermazione che faccio, e che apparentemente sembra contraddire la prima, è che di quell’ideologia e degli anni della globalizzazione Zizek è stato uno dei più tipici rappresentanti, come mostra il fatto che proprio negli anni Novanta del secolo scorso, e poi nella prima decade del nuovo, egli ha costruito la sua fama di pensatore appunto globale.

Cerchiamo di sciogliere un po’ la contraddizione. Prima di tutto, va considerato che la Radical Theory, come è generalmente chiamata quell’area culturale a cui Zizek (come anche i nostri Negri e Agamben) appartiene, e che ha un certo seguito nei campus americani, è stata sempre tollerata dal “sistema” accademico-politico-mediatico, che per sua natura riesce a fagocitare certi suoi critici semplicemente inglobandoli nella sua logica e rinchiudendoli in una loro ben definita nicchia. Senza contare che, citare in amabili conversazioni da salotto, un intellettuale “contro”, di cui casomai non si è mai letta una riga, fa chic e mette a posto anche la propria coscienza.

Va poi considerato che Zizek è portatore di un ideale “comunista” che ha fin troppi aspetti in comune con l’ideologia globalista: leninista più che marxista (per sua stessa e nei libri ragionata ammissione), Zizek è un apologeta dell’azione, del nuovo, della “rivoluzione permanente”, cioè degli stessi elementi propri del tardo o “turbocapitalismo”; è internazionalista e sogna un mondo unificato in un super Stato; mescola cultura alta e bassa in un lungo e frammentato (postmoderno) dialogo con sé stesso più che con il lettore. Affinità elettive che, se è giusta la mia interpretazione, hanno come naturale sbocco un’incomprensione sostanziale del mondo che si delinea oggi nel drammatico ed epocale scenario della pandemia, che segna un vero cambiamento d’epoca.

Zizek, forse senza saperlo o senza accorgersene, appartiene a un’altra stagione della nostra storia culturale. Se la seconda affermazione è un mio azzardo, che solo il futuro, per natura imprevedibile, potrà confermare o meno, della prima se ne può avere facile contezza leggendo Virus, un ebook che è già disponibile (costa 3,99 euro e si compra sul sito dell’editore Ponte alle Grazie) e che Zizek aggiorna continuamente con nuovi interventi sollecitati dall’evoluzione dell’emergenza che stiamo vivendo. Dopo aver scritto che “più il nostro mondo è connesso, più un disastro locale può scatenare una catastrofe globale”, uno dall’autore di queste pagine si aspetterebbe una risposta articolata sull’idea dei confini, senza i quali l’identità umana diventa una merce facilmente manipolabile dal potere politico sotto varie forme vestito e da quello finanziario che Zizek pur critica in ogni momento. Ci si aspetterebbero parole sulla necessità di ricalibrare un processo di sradicamento dell’uomo dalle proprie radici, e quindi della necessità di cura e di custodire il proprio habitat e cioè prima di tutto l’ambiente di prossimità (è questo il vero ambientalismo, sempre per toccare una delle corde più care al discorso zizekiano).

E invece no. “Come possiamo lottare contro un virus che non conosciamo?”, si chiede il pensatore di Lubiana. E risponde nel modo più ovvio e banale: “una cosa è certa: nuovi muri a altre quarantene non risolveranno il problema. Servono solidarietà e una risposta coordinata su scala globale, una nuova forma di quello che un tempo veniva chiamato comunismo”. In sostanza, per Zizek “l’epidemia non dimostra solo i limiti della globalizzazione dei mercati, ma anche quelli ancora più letali del populismo nazionalista che insiste sulla piena sovranità dello Stato”. Che è un po’ come vedere le cose in senso capovolto. E gridare contro l’odiato di Trump e compagnia cantando. Ripeto, forse mi sbaglio, ma con il virus per me si fa sempre più chiaro che anche gli intellettuali come Zizek appartengono ormai a un tempo passato: non quello del comunismo realizzato, sul quale è anch’egli molto critico, ma a quello a noi più vicino della Ragione globale trionfante.

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