Di cosa si straparla quando si parla di salario minimo
07 Giugno 2022
Dopo il reddito di cittadinanza, torna alla ribalta un nuovo cavallo di battaglia della nuova sinistra giallorossa: il salario minimo. L’attenzione è tornata su questo tema per merito dell’Unione Europea, in particolare della Commissione per l’occupazione e gli affari sociali del Parlamento europeo. C’è una nuova direttiva comunitaria, non vincolante per la verità, che mira a istituire un quadro di riferimento comune e rafforzare il ruolo delle parti sociali nella contrattazione collettiva.
Il socialdemocratico Nicolas Schmit, commissario Ue al lavoro, ha garantito che l’impatto della direttiva non sarà “negativo per la creazione dei posti di lavoro e per l’occupazione”. Inoltre, ha precisato che non saranno previsti massimi e minimi salariali, l’obiettivo è garantire salari equi.
La situazione in Italia
L’Italia è uno dei sei Paesi dell’Unione Europea a non prevedere già una regolamentazione in materia, tanto è vero che è acceso il dibattito tra le parti sociali e tra le diverse anime del governo. Le richieste di ministro piddino Orlando, che casualmente sono le stesse di Landini, vanno nel solco della solita cultura anti-impresa che anima la vera sinistra.
Secondo Emanuele Massagli, presidente di Adapt, centro studi fondato da Marco Biagi, la situazione è chiara. Il salario minimo può avere “la funzione di mettere fuorilegge quello che la Costituzione chiama equo compenso“. “Ma – spiega Massagli – non ha nulla a che vedere con l’innalzamento medio dei salari”.
Inoltre, il presidente di Adapt smonta la narrativa per cui i lavoratori non sarebbero in assoluto tutelati per l’assenza del salario minimo. La copertura della contrattazione collettiva in Italia è ben oltre a quella del contesto europeo. Non è un caso che oltre il 90% dei contratti applicati in Italia “abbia minimi superiori all’unica norma emersa di recente, i 9 euro del disegno di legge Catalfo.”
Se Orlando guarda il dito e non la luna
Il tema è un altro, se proprio, ed è stato sollevato da Tommaso Monacelli, economista della Bocconi. Non ha senso una discussione puramente politica sull’introduzione del salario minimo in sé. Sarebbe come guardare il dito e non la luna. Gli elementi da considerare e su cui intervenire sono tre. In primis, il mercato del lavoro è segmentato tra protetti e non protetti, come sostiene anche Carlo Bonomi. Un altro problema è la rigidità dei CCNL, che tanto piacciono a Landini&Co, che non riconoscono i divari territoriali di produttività. Infine, è da rilevare il mismatch tra giovani formati male e imprese poco produttive.
Bonomi smentisce Orlando
A scagliarsi giustamente contro il massimalismo socialistoide c’è Carlo Bonomi, presidente di Confindustria. “Il livello di cui si parla, nove euro all’ora, è già superato da tutti i nostri contratti nazionali. Piuttosto, occorre agire per contrastare le sacche di lavoro opaco, le false cooperative, i contratti in dumping, che non dovrebbero proprio esistere”.
Il problema dei salari oggettivamente troppo bassi non va tanto cercato nell’industria, ma nei settori a bassa produttività e dove mancano i controlli, quindi proliferano gli abusi. Ma prendersela con Confindustria è fin tropo facile per la sinistra, che non ha davvero interesse a guardare il cuore del problema.
