17 Giugno 2022


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Digitale strategico, diamo alle Pmi un Innovation manager

Digitale strategico, diamo alle Pmi un Innovation manager

Ieri, in occasione del convegno “Innovazione digitale nelle Pmi: uno, nessuno…ecosistema!”, sono stati presentati alcuni dati elaborati dall’Osservatorio Innovazione Digitale nelle Pmi della School of Management del Politecnico di Milano. Ciò che emerge è una correlazione tra la grandezza dell’azienda e la valutazione della strategicità dell’innovazione digitale. Le imprese più piccole, spesso, sono poco propense ad affrontare questo snodo così come accade per la produttività.

I dati dell’Osservatorio

“Circa 250 mila Pmi sono in grado di produrre intorno al 40% del fatturato nazionale e di assorbire oltre il 30% della forza lavoro”, ha affermato Claudio Rorato, direttore dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle Pmi. Questi numeri “fanno comprendere non solo l’importanza del ruolo giocato dalle Pmi in Italia, ma anche l’attenzione che il Paese deve loro dedicare per salvaguardare questo patrimonio economico e sociale”, ha aggiunto.

L’approccio positivo al digitale delle Pmi large

Il digitale è a tutti gli effetti un punto di forza delle Pmi Large. Difatti, il 71% presenta un profilo convinto o avanzato per quanto riguarda la maturità digitale. Tra le Pmi che, invece, non hanno un fatturato superiore ai 50 milioni di euro o numero dipendenti maggiore di 250, questo dato si attesta intorno al 50%. Dal rapporto si evince che solo il 29% delle Pmi Large rientra nelle categorie più arretrate: gli “analogici” i “timidi”.

Solo il 2% lo considera il digitale come un mero costo a fronte del 16% delle Pmi. Inoltre, il 61% lo reputa uno strumento per il futuro dell’azienda, dato che raggiunge solamente il 35% tra le Pmi.

Queste imprese innovative cercano di riorganizzare i propri processi lavorativi grazie al digitale. Tanto è vero che, a tale scopo, hanno fatto in modo di disporre internamente di lavoratori con competenze specifiche. Hanno anche una maggiore attenzione per le tecnologie di frontiera, pur avendo dei tassi di adozione tali da non poter parlare di un fenomeno diffuso. Così come nel Pnrr, anche per le Pmi large la transizione digitale va a braccetto con la transizione ambientale. Il 58%, infatti, ha adottato o è interessato a ridurre il proprio, impatto energetico. Il 48% si dice interessato al rating ESG, mentre il 61% ha introdotto o si propone di introdurre pratiche di Corporate Social Responsibility.

Un problema anche di ecosistema economico-istituzionale

“Prima di parlare dei singoli, però, dobbiamo parlare di responsabilità del sistema”, ha spiegato Rorato. “Troppo spesso – ha asserito – sentiamo parlare di arretratezza delle imprese, di scarsa cultura digitale degli imprenditori, di visioni poco evolute. L’imprenditore, per la sua stessa estrazione, prevalentemente tecnica, si concentra più sul prodotto che sulla gestione e la programmazione, più sulla quotidianità che sulla pianificazione e la gestione del cambiamento”.

“Ecco, allora, che le associazioni di categoria, le filiere, le supply chain, gli istituti finanziari, la classe politica, la pubblica amministrazione, gli hub territoriali per lo sviluppo digitale devono fare la loro parte per creare le condizioni che permettano di fare impresa. Solo a quel punto – ha concluso – le responsabilità individuali di fare o non fare potranno essere attribuite alle singole organizzazioni”.

In questo senso, l’istituzione dei Competence Center, dei Punti di impresa digitale e degli Innovation hub, oltre al riconoscimento istituzionale del ruolo professionale dell’Innovation manager, va nella direzione giusta.