Il governo Meloni, il realismo della manovra e la spinta del PNRR

Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Il governo Meloni, il realismo della manovra e la spinta del PNRR

Il governo Meloni, il realismo della manovra e la spinta del PNRR

27 Novembre 2022

Più giorni passano, più si comprende che la prima manovra del governo Meloni è improntata al realismo. In scia con l’impostazione data l’anno scorso da Draghi. La certezza l’avremo all’inizio di questa settimana, quando arriverà in parlamento il testo del Ddl di bilancio, approvato lunedì 21 dal Consiglio dei ministri.

Il centrodestra aveva promesso in campagna elettorale provvedimenti per più di 100 miliardi di euro. La manovra ne vale 35, di cui due terzi a deficit (circa 20 miliardi) che andranno a coprire le misure per sostenere le imprese e le famiglie alle prese con il caro vita. Quindi bonus famiglie, superbonus remix, crediti di imposta, taglio degli oneri e così via.

La prudenza del Governo Meloni

Il Governo ha concentrato il taglio del cuneo fiscale sul lavoro. La spesa previdenziale è stata ristretta a un miliardo l’anno (andrà in pensione nel 2023 chi ha 62 anni con 41 di contributi), conservando l’impianto della Fornero. La Flat Tax limitata all’innalzamento della soglia da 65 a 85mila euro e l’aliquota al 15% per gli autonomi. Qualcosa verrà recuperato dalla riduzione del Superbonus e dalla sforbiciata al reddito di cittadinanza.

Sul Reddito si poteva fare di più, considerando che si tratta di un provvedimento che costa 9 miliardi all’anno, non ha risolto il problema della povertà né favorito le politiche attive del lavoro. Dalla pace fiscale potrebbero arrivare non pochi miliardi. Un’altra fonte di copertura dovrebbe essere la norma sugli extraprofitti delle aziende energetiche. Insomma, la manovra “prudente”, come hanno detto Meloni e Giorgetti, cerca di contenere i costi.

Sembra prefigurare il ritorno all’ordine del prossimo anno, quando rientrerà in azione il Patto di stabilità europeo. La prudenza non è mai troppa, però, considerando che davanti a noi c’è un anno complicato, con il Pil in frenata già dall’ultimo trimestre del 2022, avverte Confindustria.

L’allarme di Confindustria sul 2023

Il Pil ‘acquisito’ per il 2022 resta positivo, +3,9%. Nonostante la guerra e il caro energia, l’economia del nostro Paese quest’anno ha resistito. Il driver principale della crescita è stato il turismo, insieme alle costruzioni e ai settori industriali che hanno tenuto. “Ma nel 4° trimestre si rischia un calo,” dicono gli industriali. “Gli indicatori qualitativi sono nel complesso negativi. Il prezzo del gas resta alto, da troppi mesi”.

“L’inflazione che ne deriva (+11,8% annuo) erode reddito e risparmio delle famiglie e avrà un impatto negativo sui consumi. Il rialzo dei tassi si sta accentuando, un’altra zavorra sui costi delle imprese”. Il rialzo dei tassi della Bce rischia di “peggiorare lo scenario, almeno nel breve periodo”. Insomma non c’è da stare allegri. Prudenza di bilancio, crescita che si contrae progressivamente, inflazione, congiuntura economica internazionale sfavorevole.

In un contesto del genere cosa si può fare per lo sviluppo del nostro Paese? La chiave resta il Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Ma per farlo funzionare rispettando le deadline richieste da Bruxelles bisogna impegnarsi per dare al nostro Paese regole e tempi certi a chi decide di investire.

La sfida del PNRR per modernizzare il Paese

Il Pnrr taglierà il traguardo nel 2026. Entro quella data possiamo spendere fino a 222 miliardi di euro. 30 di contributo nazionale, quasi 69 a fondo perduto più altri 122 a titolo di prestito che arrivano dall’Europa. Il grosso dei fondi riguarda la transizione ecologica, mentre un altro capitolo consistente di investimenti andrà alle infrastrutture e trasporti. Il resto dovrebbe essere impegnato sulla trasformazione digitale, istruzione e ricerca, inclusione e coesione sociale, sanità.

Il problema è che siamo già in ritardo. Fino ad ora non abbiamo speso tutto quello che era stato concordato e andiamo a rilento in settori come le infrastrutture ferroviarie, le telecomunicazioni, i progetti affidati ai Comuni. Per le infrastrutture e la mobilità sostenibile sono previsti, per esempio, 31,4 miliardi di euro.

Ma sarà difficile spenderli se le cose finiranno come a Bari, dove il Tar sotto la spinta dei movimenti ambientalisti ha annullato l’autorizzazione paesaggistica rilasciata dalla Regione Puglia per il progetto di un nuovo nodo ferroviario del valore di mezzo miliardo di euro. Con la curiosa motivazione secondo cui la Regione non ha indicato tracciati alternativi al progetto che però è stato approvato la bellezza di 10 anni fa.

Quindi ora ci sarà un ricorso, i tempi si allungheranno e il rischio di non poter utilizzare i fondi del Pnrr aumenta. È il solito ‘blocchiamo tutto’ che abbiamo visto all’opera negli ultimi anni ma che stavolta rischia di mandare in malore investimenti fondamentali per la modernizzazione del Sud e del nostro Paese. Un provvedimento strategico in questo senso è intervenire subito sul reato di abuso di ufficio.

Il Governo Meloni e la riforma dell’abuso di ufficio

Dall’incontro previsto tra il ministro Nordio e i sindaci potrebbe arrivare una soluzione in grado di superare una delle norme che meglio incarnano il ‘blocchiamo tutto’. Nel 93% dei casi in cui i giudici hanno applicato l’abuso di ufficio, i sindaci indagati non sono neppure stati rinviati a giudizio. “Non chiediamo per i sindaci immunità o impunità, ma certezza delle regole”, ha detto il Presidente di Anci, De Caro.

Gli esperti la chiamano “burocrazia difensiva”. La paura di incappare in un’inchiesta diventa un freno o l’alibi per non agire. Il Parlamento ha due progetti di legge nel cassetto sulla materia, ma non è ancora stato deciso nulla. In conclusione, rispettare i tempi del Pnrr è una delle grandi sfide che ha davanti il Governo Meloni, stretto tra la contrazione della economia e le esigenze di contenimento del bilancio.

Grazie alle risorse europee potremmo ripartire già dal 2024, non appena, si spera, il ciclo economico tornerà positivo. Ma per farcela bisogna andare avanti tutta sul PNRR, coinvolgendo parlamento, amministrazioni locali, parti sociali, nella consapevolezza che rischiamo di perdere un treno storico per la nostra economia. Come quello che per adesso si è fermato a Bari.