Il Pnrr, l’energia e un nuovo ambientalismo di mercato

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Il Pnrr, l’energia e un nuovo ambientalismo di mercato

Il Pnrr, l’energia e un nuovo ambientalismo di mercato

16 Agosto 2022

Perché il Pnrr dovrebbe restare totalmente statico e senza margini utili di rinegoziazione con Bruxelles? La guerra in Ucraina è una gravissima cesura nella storia europea. Da quando il regime di Putin si è messo a ricattare l’Europa con il gas, abbiamo capito una cosa. L’autonomia energetica basata su fonti rinnovabili ed evocata da un ambientalismo ideologico era una grande bolla che ora ci lascia con i nervi scoperti.

Rincorrendo la retorica green siamo finiti prigionieri di fornitori energetici inaffidabili quanto pericolosi. Questo non vuol dire che dobbiamo buttare a mare la transizione ecologica verso un modello economico più sostenibile e meno inquinante. Ma che bisogna essere pragmatici.

Il ritardo italiano sulle infrastrutture energetiche

Il Pnrr può finanziare nuove infrastrutture energetiche per recuperare il ritardo che abbiamo accumulato su energie pulite come il nucleare. Per investire di più nelle biomasse. Sfruttare in modo innovativo i giacimenti di risorse naturali che abbiamo dall’Adriatico alla Basilicata. Fare subito i rigassificatori e completare il ciclo di smaltimento dei rifiuti con nuovi termocombustori che producano energia.

È il buonsenso che dovrebbe guidare ogni tentativo di rinegoziare con Bruxelles l’utilizzo dei fondi europei disponibili. La crisi geopolitica può accelerare una riflessione sull’idea che abbiamo di sviluppo sostenibile. Sviluppo economico e difesa dell’ambiente non sono agli antipodi. Più cresce il Pil più possiamo conservare meglio il nostro patrimonio naturale e ridurre l’inquinamento con tecnologie moderne.

Tanto più che l’Italia non si è mai tirata indietro nel realizzare gli obiettivi della Agenda 2030. Abbiamo fatto importanti progressi nella produttività delle risorse e negli investimenti in economia circolare. La neutralità climatica è un cambio di paradigma enorme. Non può essere realizzato in un orizzonte di tempo limitato ed è naturalmente soggetto alle influenze degli eventi storici contestuali.

Da una logica top down al coinvolgimento delle comunità

Per cui non c’è niente di “pazzesco”, come dicono i presunti esegeti del draghismo, nel ripensare il Pnrr alla luce di quello che accade e accadrà nei prossimi anni. La transizione ecologica fino adesso è avvenuta sostanzialmente come un processo top down attraverso le scelte prese dall’alto dal decisore pubblico a tutti i livelli di intervento politico sui territori, continentale, nazionale, regionale.

Questa impostazione nel nostro Paese deve servire a completare la decarbonizzazione, alla rigenerazione e decontaminazione dei siti industriali più inquinanti, siano l’Ilva di Taranto o il Sulcis sardo. Come pure a prevenire il rischio sismico e idrogeologico. Ma spesso l’Europa prende decisioni più irragionevoli che rischiano di rivelarsi costose e inefficaci, pensiamo all’idea di liberarsi nel giro di 15 anni delle auto diesel e a benzina.

Per un nuovo ambientalismo di mercato

Insomma rinegoziare il Pnrr per investire di più sulle infrastrutture energetiche è anche il modo per prendere decisioni realmente sostenibili. E, aggiungiamo, l’occasione per coinvolgere maggiormente nella transizione in atto le grandi aziende, il mondo imprenditoriale più dinamico del nostro Paese, per investire nelle competenze, nelle Pmi e nelle startup più innovative.

In una logica bottom up che partendo dalle esigenze e potenzialità delle comunità sia in grado di produrre benefici più concreti e diretti sul territorio. L’Europa la smetta una buona volta di inseguire i proclami ecoribellistici di chi ci ha imprigionato al gas di Putin. L’Italia rinegoziando il Pnnr si faccia promotore di un nuovo ambientalismo di mercato, capace di favorire la transizione in atto con investimenti nella innovazione e sulle comunità.