Lavoro nero: in Italia sono gli immigrati la categoria più a rischio
21 Settembre 2009
di Redazione
Recentemente Giuseppe Roma, direttore dell’autorevole Censis, in occasione di un’audizione presso la Commissione Lavoro della Camera, ha presentato una nota sulle nuove modalità e i nuovi rischi del lavoro sommerso in Italia e in Europa.
Va detto, innanzi tutto, che il fenomeno non si presenta soltanto nel nostro Paese.
Secondo un’indagine di Eurobarometro della fine del 2007 nella Unione vi è una presenza (peraltro sottostimata) di lavoro non dichiarato pari all’11%. Mentre nella media europea sono i disoccupati a costituire le persone più soggette all’irregolarità nel mercato del lavoro, in Italia e, più in generale, nei Paesi mediterranei sono gli immigrati la categoria più a rischio.
Mettiamo a confronto alcuni dati. Nella Ue-27 le principali categorie coinvolte nel lavoro irregolare sono per il 41% i disoccupati, per il 23% gli immigrati, per il 13% i lavoratori autonomi.
In Germania tali percentuali sono rispettivamente il 49%, il 22%, il 5%. In Francia il 41%, il 30% e l’8%. In Italia, le cose cambiano: il 30% è costituito da disoccupati, il 33% da immigrati, il 18% da lavoratori autonomi. La stessa tendenza compare anche in Spagna e Grecia, ma non in Portogallo.
Molto elevata, da noi, è la percentuale riguardante il lavoro autonomo, anche se vi sono tanti Paesi con situazioni peggiori delle nostre, anche se va precisato che non vanno confuse le ripartizioni percentuali con i valori assoluti degli irregolari. Una nazione virtuosa come la Danimarca, infatti, attribuisce agli autonomi un 26% dell’irregolarità totale, al pari dell’Irlanda e a fronte di un 25% della Svezia, altro Paese di preclare virtù fiscali. Indubbiamente, però, in questi Paesi i dati assoluti del lavoro sommerso, anche dei lavoratori autonomi, sono sicuramente modesti.
Perché si evade? La risposta prevalente che viene data a tale domanda, in Italia e nella Ue-27 è la seguente: le tasse e i contributi sono troppo elevati. Da notare, pure, che in Italia un 33% degli interessati risponde che manca il lavoro nel mercato regolare (questo è vero sicuramente al Sud), mentre nella Ue-27 fornisce questa risposta soltanto il 24%.
Il Censis, poi, distingue tra differenti tipologie di sommerso. Tra sommerso d’impresa e sommerso di lavoro, da un lato; tra sommerso povero e strutturale (relegato nel Sud del Paese) e sommerso ricco che caratterizza il Nord e altre nazioni europee. Una nuova tipologia è data dal sommerso capillare, un fenomeno pervasivo, molto ampio e diffuso, che riguarda una capillarità di comportamenti e di atteggiamenti di nuovi soggetti entrati nel mercato del lavoro. da un lato i giovani, dall’altro gli immigrati, i quali non sono più soltanto dei lavoratori, ma anche dei titolari di vere e proprie imprese che a loro volta coinvolgono altri immigrati e si collocano nelle realtà di sviluppo più rallentato. In sostanza, il maggior peso che nel nostro Paese ha l’economia sommersa può rappresentare un elemento attrattivo per un settore dell’immigrazione che non si pone l’obiettivo di integrarsi, ma soltanto di guadagnare il più possibile prima di far ritorno in patria.
Il lavoro irregolare, inoltre, si espande o si contrae a seconda dei cicli economici. Ne deriva che in questa fase vi è stato un ampliamento, spesso anche come occasione di secondo lavoro. Con riferimento alla questione attuale delle colf e delle badanti il Censis stima che siano 1 milione e 485mila, il 71,6% di origine immigrata. La maggioranza (58,1%) lavora per una sola famiglia, il 41,9 per più famiglie (mediamente 3,2). Ricorre ad un collaboratore domestico il 10,5% dei nuclei famigliari italiani; dal 2001 al 2008, il numero delle colf e badanti è cresciuto del 37%.
Il Censis calcola che nei servizi domestici il tasso di irregolarità sia pari al 37%. Confrontando, poi, le dichiarazioni delle famiglie (dati Istat) e quelle dei lavoratori (indagine Censis) emergerebbe una differenza di 402mila famiglie che non avrebbero dichiarato l’utilizzo di colf e badanti. Secondo tale stima, il personale di assistenza domestica irregolare, ad avviso del Censis, dovrebbe attestarsi sulle 300mila unità. Ne deriva, pertanto, che la sanatoria in corso non sarebbe un flop, ma che sarebbero state troppo ottimistiche le previsioni.
