Perché al Nord non serve il reddito di cittadinanza



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Perché al Nord non serve il reddito di cittadinanza

Perché al Nord non serve il reddito di cittadinanza

19 Settembre 2022

C’è in questa campagna elettorale più di una ritrosia da parte dei candidati di diverse forze politiche a parlare del reddito di cittadinanza. Cioè a mettere in discussione quello che è stato il pilastro della ideologia grillina, il sussidio introdotto nel 2019 che non ha certo abolito la povertà come nella celebre photo op dello stato maggiore 5S dal balcone di Chigi.

Se è per questo il trend della povertà nel nostro Paese il reddito neppure l’ha abbassato, anche se secondo l’Istat avrebbe tirato fuori da una condizione di disagio circa un milione e mezzo di italiani (tutto questo senza contare i 50 milioni di euro erogati senza che ce ne fossero i presupposti, finiti in truffe e illeciti).

Quel timore dei candidati a mettere in discussione il reddito è ancora più evidente al Sud, perché proprio il reddito è lo specchio del divario economico presente nel nostro Paese. Sempre secondo Istat le richieste di sussidio nel 2022 sono aumentate del 15 per cento nel sud, riducendosi di più del 25% nel centronord. Ecco perché c’è come il timore di favorire il partito di Conte contestando il reddito, un avvocato del popolo particolarmente attivo e presente al sud nelle ultime settimane.

Giorgia Meloni a Bari davanti a una grande platea di elettori è stata piuttosto prudente sul reddito. “Per chi non è in condizione di lavorare, certo che ci vuole uno strumento di assistenza dignitosa”, ha detto la leader di Fdi chiedendosi se però questo strumento “si può usare per chi vuole lavorare” e illustrando poi la sua visione di politiche attive del lavoro e il ruolo che in queste possono avere i fondi europei.

Tutti i Paesi cercano di applicare forme di sostegno al reddito delle persone indigenti e delle famiglie in difficoltà, ma si chiami reddito o con qualsiasi altro nome il tema è sempre uno ed uno soltanto. Per non lasciare indietro nessuno, come si dice abitualmente, la chiave è la crescita economica. Quando l’economia di un Paese cresce allora si può pensare a meccanismi che aiutino i più poveri, magari che funzionino a differenza del reddito di cittadinanza.

Se invece l’economia ristagna o non si produce Pil, insomma se si va avanti facendo debito e politiche in deficit, uno Stato che elargisce miliardi di euro all’anno a persone che sarebbero in grado di lavorare è semplicemente uno stato che si sta votando al suicidio.

Se poi c’è una parte del Paese che produce Pil, come avviene in Italia, e una altra che pensa a votare chi promette un reddito senza lavorare – stiamo generalizzando ovviamente, ma complessivamente il senso è questo – arriveremo al paradosso profondamente ingiusto per cui io che lavoro al nord pago il reddito al sud.

I candidati nelle regioni del Sud dovrebbero avere il coraggio di rompere questo stato di cose dimostrando di avere una idea di crescita e modernizzazione del mezzogiorno, che d’altra parte ha tantissime eccellenze e competenze, e altrettante le perde perché se ne vanno.

Il reddito di cittadinanza può anzi deve essere profondamente modificato, e non sarebbe un delitto chiederne l’eliminazione. Il nostro Mezzogiorno non andrà da nessuna parte se si continua a indurre i giovani a restare a casa dei genitori perché prendono la paghetta dello stato.

Il Sud invece deve crescere, ritrovando un vero dinamismo imprenditoriale, riformando la spesa pubblica inefficiente e clientelare. I giovani devono ritrovare la voglia di lavorare, fare figli, costruirsi un futuro di opportunità e benessere. Non adagiarsi in attesa dei sussidi.

Il Sud che cresce può dare una grande spinta al nord produttivo e l’intero Paese riprenderà a correre. Trovando proprio quelle risorse che servono a non lasciare indietro nessuno.