Aree fragili, quei territori a prova di futuro

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Aree fragili, quei territori a prova di futuro

Aree fragili, quei territori a prova di futuro

30 Ottobre 2025

La nascita della Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI), avviata nel ciclo 2014-2020, ha segnato l’inizio di un capitolo significativo di politica territoriale nel nostro Paese. Le “aree interne” sono state definite come quei territori “caratterizzati da una significativa distanza dai principali poli erogatori di servizi, in particolare quelli relativi all’istruzione, alla mobilità e ai servizi socio-sanitari”. Così sono state coinvolte 72 aree-progetto per la sperimentazione, con l’obiettivo di garantire servizi essenziali, favorire lo sviluppo locale e contrastare il declino demografico.

La SNAI – fondata sull’idea che i servizi e i diritti di cittadinanza debbano essere pienamente garantiti anche nei territori marginali – si è fatta portatrice di una serie di elementi innovativi: un approccio territoriale integrato, la costruzione di strategie d’area piuttosto che di singoli interventi isolati, e la promozione di forme di governance multilivello. In questo modo, ha contribuito a riportare l’attenzione politica sulle aree interne come ambito specifico e strategico di intervento. Anche per il ciclo di programmazione 2021-2027 la SNAI è stata confermata e ampliata in una nuova fase con più aree coinvolte, risorse rafforzate e maggiore integrazione con la programmazione europea, puntando al passaggio verso una politica una più strutturata. La più recente PSNAI ha stanziato ulteriori finanziamenti per la strategia.

Tuttavia, come ogni sperimentazione complessa, la strategia ha finora messo in evidenza alcuni limiti strutturali: complessità procedurali, disomogeneità nella capacità locale di attuazione e la difficoltà di misurare e dimostrare in modo chiaro l’inversione di fenomeni quali lo spopolamento o la marginalizzazione. La questione è capire in che modo strumenti simili di analisi e politica pubblica riescano a cogliere la complessità dei bisogni dei territori. Ad esempio, gli indicatori impiegati per la categorizzazione di queste aree sono davvero esaustivi? La selezione delle aree interne e l’allocazione degli interventi si fondano su criteri oggettivi (distanza dai servizi, densità demografica, infrastrutturazione), ma quanto sono ‘universalmente’ validi questi criteri, soprattutto in relazione a quei centri dove le fragilità sono multiple e specifiche.

Potrebbe essere utile, allora, affiancare ai criteri esistenti ulteriori parametri che possano descrivere meglio le realtà d’interesse con un approccio che potremmo definire “sartoriale”. L’Indice di fragilità comunale dell’Istat, ad esempio, tiene conto, tra le altre cose, di variabili demografiche, economiche e sociali a livello comunale, offrendo una lettura più fine di situazioni circoscritte. Anche in questo caso si tratta di un indicatore con diverse limitazioni, ma che può costituire un modello interpretativo dei bisogni, offrendo spunti utili per orientare i lavori di ricerca. In ogni caso, la vocazione dei territori diventa un fattore determinante da considerare: non basta intervenire ovunque in modo uniforme, occorre calibrare le politiche caso per caso, riconoscendo che ogni territorio è unico – un po’ come avviene nel concetto francese di “terroir”.

In questo contesto, la Fondazione Magna Carta, nell’ambito del suo Osservatorio sulle Aree Fragili (in collaborazione con il Commissario straordinario Sisma 2016, A2A, Salcef Group, Gemelli Medical Center, Casale srl) ha avviato una riflessione sulla ridefinizione stessa dei territori fragili, interni o periferici. L’obiettivo è lavorare sulla integrazione di indicatori che permettano di rilevare la multidimensionalità dei territori, trasformando le fragilità in punti di forza.

Come racconta la direttrice scientifica dell’Osservatorio, Maria Teresa Idone, “la scelta stessa della definizione è già indicativa di un orientamento preciso che si vuole adottare: parlare di aree fragili non significa semplicemente descrivere una condizione di distanza o marginalità, ma provare a leggere anche le risorse territoriali che caratterizzano questi luoghi. L’idea di fragilità qui non è intesa come mancanza, bensì come forma di ricchezza — territoriale, culturale, ambientale — che tuttavia espone maggiormente a determinati rischi. L’obiettivo è individuare indicatori capaci di mettere in relazione risorse e scenari di rischio, per orientare politiche mirate e specifiche, con l’intento di immaginare e costruire quelli che noi definiamo ‘territori a prova di futuro’.”

Il passaggio dalle politiche generaliste alle strategie su misura sembra un passo obbligato, ma affinché questa transizione abbia successo, servono strumenti analitici adeguati che rendano possibile un lavoro fatto “su misura”, valorizzando al meglio ogni realtà. Solo così le fragilità possono diventare leve di sviluppo, coesione e innovazione — una sfida centrale anche per la missione della Fondazione Magna Carta.