Tutto quello che l’Occidente non doveva fare (e ha fatto) in Afghanistan
08 Novembre 2008
Quanti errori ha commesso l’Occidente in Afghanistan? Innumerevoli e non semplici da catalogare. Tuttavia quelli più eclatanti possono essere ridotti ad una decina.
Il primo errore storico (di carattere imperialistico) sta nel famoso “grande gioco” disputato fra gli Imperi russo e britannico nell’Ottocento per la supremazia su quelle terre, gioco che ci ha regalato un Afghanistan tribale, con le etnie separate al loro interno da confini internazionali errati ed ingestibili. Se il generale britannico Durand, quando nel 1893 tracciò sulla carta il confine fra Afghanistan e Pakistan lasciando milioni di Pashtun da una parte e altrettanti dall’altra, avesse immaginato lontanamente i problemi che sarebbero stati causati dall’ingovernabilità di quei 2.430 chilometri, probabilmente avrebbe preferito passare alla storia in altro modo.
Il secondo errore (stavolta di carattere previsionale) è stato commesso dagli USA quando hanno deciso negli anni ’70 dello scorso secolo di attirare l’Urss nella trappola afgana. L’ex direttore della CIA Robert Gates, oggi segretario alla difesa, ha rivelato nelle sue memorie ("From the Shadows") che l’iniziativa americana per l’Afghanistan, ispirata dal consigliere per la sicurezza nazionale Zbignew Brzezinski, era stata autorizzata dal presidente Jimmy Carter con direttiva del 3 luglio 1979, sei mesi prima dell’intervento sovietico. L’idea, come Brzezinski dichiarò nel 1988 al “Nouvel Observateur", era di attirare i sovietici in una trappola e di trasformarla nel loro Vietnam, cosa che effettivamente accadde ma non senza conseguenze impreviste.
Il terzo errore (di carattere strategico) è stato commesso dall’Urss quando ha deciso di intervenire in Afghanistan nel dicembre del 1979 firmando la propria condanna a morte. Dieci anni più tardi, infatti, l’Unione sovietica si ritirò sconfitta e umiliata. L’aggressione sovietica all’Afghanistan, ovvero l’“assistenza militare al governo dell’Afghanistan dal 25 dicembre 1979 al 15 febbraio 1989”, così come viene definita ufficialmente dalla storiografia russa (potenza dell’ipocrisia!), impegnò 620.000 uomini (con una presenza che variò dagli 80.000 ai 104.000) con un record, in 110 mesi, di 13.833 morti, 53.753 feriti (di cui 10.751 invalidi) e 415.932 malati. Furono persi, inoltre, 118 aerei, 333 elicotteri, 147 carri armati, 433 pezzi d’artiglieria e 14.331 veicoli di vari tipo, di cui 1.314 da combattimento: un’ecatombe.
Il quarto errore (di impronta militare) è consistito nella decisione da parte degli USA di alimentare la guerriglia afgana antisovietica finanziando, fra gli altri, un certo Osama Bin Laden, colui che sarebbe diventato il peggior nemico degli USA stessi.
Il quinto errore (di stampo politico) è stato quello di intervenire, da parte degli USA colpiti dagli attentati dell’11 settembre, in Afghanistan nell’ottobre 2001. Uno dei vari rischi – ironicamente – era di cadere vittime dei sistemi controaerei spalleggiabili “Stinger” già forniti dalla CIA alla guerriglia antisovietica vent’anni prima. Non si combatte una minaccia non convenzionale con armi convenzionali, ma questo errore è stato compiuto ugualmente. Dopo l’11 settembre sarebbe stato sufficiente intensificare le misure di contrasto al terrorismo con il soft power (migliorare la sicurezza degli aerei e degli aeroporti, contrastare anche con strumenti informatici il crimine internazionale, soprattutto quello terroristico, congelare i conti all’estero di certi personaggi e di certe aziende, intensificare la cooperazione internazionale in termini di intelligence, combattere le cause che stanno alla base del terrorismo, ecc…). In alternativa, qualora l’intervento militare fosse stato reputato assolutamente irrinunciabile, si sarebbe dovuto limitarlo nel tempo fino alla sconfitta dei Talebani e al cambio di regime, consegnando poi il potere all’Alleanza del Nord e andarsene immediatamente, lasciando che gli afghani risolvessero da soli i propri problemi.
Il sesto errore (di carattere politico-diplomatico) risale alla metà di novembre del 2001, quando l’amministrazione Bush permise all’aviazione da trasporto pakistana di evacuare in Pakistan centinaia di guerriglieri circondati a Kunduz; grazie all’operazione “Evil Airlift” i capi talebani e di Al Qaeda poterono farla franca e rifugiarsi nella FATA (Federally Administered Tribal Area
Il settimo errore (a caratterizzazione militare e non molto dissimile dal precedente) ebbe luogo a dicembre 2001, quando gli USA rinunciarono ad impiegare forze terrestri per tagliare la via di fuga a centinaia di Talebani (compresi – a quanto pare – lo stesso Bin Laden e il mullah Omar) intrappolati a Tora Bora, consentendo la loro fuga in Pakistan.
L’ottavo errore (di marca finanziaria) è stato quello (sempre da parte degli Americani) di togliere ingenti risorse economiche dall’Afghanistan per dirottarle nel 2003 in Iraq, intervento che poi si è rivelato tutt’altro che un grosso successo. Infatti l’Iraq, che durante il regime di Saddam aveva molteplici difetti ma era immune dal terrorismo, è diventato un polo di attrazione per i terroristi di mezzo mondo. E’ diventato anche una scuola terroristica che ha alimentato l’insorgenza in Afghanistan, dove l’attuale escalation di violenza (attentatori suicidi, autobombe, roadside bombs, improvised explosive devices, IED, compresi i micidiali EFP, a carica cava) utilizza personale, tecnologia ed expertise provenienti proprio dal fronte iracheno.
Il nono errore (di burden-sharing fra organizzazioni internazionali) è consistito nella decisione velleitaria dell’ONU di arrogare a sé il compito di contrastare il narcotraffico afgano senza avere i mezzi per farlo, col risultato che la produzione di oppio è salita alle stelle. Solo recentemente l’ONU, riconoscendo implicitamente la propria impotenza, ha devoluto tale compito alla NATO.
Il decimo errore (di natura geopolitica) viene già perpetrato ma è l’unico che risulta ancora evitabile. Se gli attori principali della comunità internazionale cercheranno di risolvere l’incubo afgano tenendo a mente il contesto regionale, il miglioramento della situazione (e forse anche la sua soluzione) sarà a nostra portata di mano. Altrimenti commetteremo nuovamente l’errore strategico già commesso dagli americani in Vietnam. La riluttanza a considerare l’Indocina come un singolo teatro strategico fu semplicemente autolesionistica. Nonostante la volontà di Eisenhower di considerare la difesa del Laos essenziale per quella del Vietnam, alla fine prevalse la visione di McGeorge Bundy, un repubblicano che il presidente democratico J. F. Kennedy nominò consigliere per la sicurezza nazionale, che convinse Kennedy a considerare il Vietnam come un Paese a sé stante. La conseguenza fu che mezzo milione di soldati americani si ritrovarono a combattere per mantenere una situazione di stallo in Vietnam, un obiettivo reso impossibile dalle basi nemiche dislocate in Cambogia e da linee di rifornimento nemiche che si sviluppavano nel Laos. L’analogia con i soldati di ISAF oggi impegnati a stabilizzare l’Afghanistan combattendo i Talebani che hanno le basi in Pakistan e le linee di rifornimento nella FATA è tanto singolare quanto inquietante.
E per concludere con una considerazione amara, non si può fare a meno di notare come tutti gli attori – nazionali o internazionali – colpevoli degli errori di cui sopra stiano oggi seduti nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Suona ironico dire che siamo in buone mani?
