Per la Russia il terrorismo è un “disastro naturale”
29 Gennaio 2011
Le persone che il presidente Medvedev ha convocato appena appreso dell’attentato all’aeroporto di Domodedovo del 24 gennaio, nonché il comportamento di alcuni alti dirigenti pubblici, fa pensare che il presidente abbia trattato questo attacco non come un atto terroristico, ma come un disastro naturale.
Questo naturalmente non significa che lui e i suoi collaboratori non si rendano conto che ciò che è successo sia un attacco dei terroristi, ma soltanto che i governanti non si stanno comportando nella maniera che ci si aspetterebbe in questi casi.
Questo fa sorgere delle domande sulla strategia antiterrorismo di Mosca, su come Medvedev e Putin fanno uso dei servizi segreti e sul modo in cui il potere interagisce con la popolazione in momenti particolarmente tragici.
Appena appreso dell’attacco, Medvedev ha chiamato tre persone per un incontro immediato.
Bastrykin, capo del comitato investigativo della federazione russa (e compagno d’università di Putin), Chaika, procuratore generale, e Levitin, ministro dei trasporti.
In pratica sono stati convocati solo coloro che sono incaricati di reagire a un’azione terroristica e non chi, come il ministro degli interni Nurgaliyev e il direttore dell’FSB Bortnikov, sono deputati a prevenire questo tipo di attacchi.
Questi ultimi due non sono stati immediatamente chiamati ad un incontro nemmeno dal primo ministro Putin.
Apparentemente, presidente e capo del governo non hanno considerato appropriato fare loro domande su come il tutto sia potuto accadere.
Nurgaliyev e Bortnikov non solo non sono apparsi davanti a Medvedev e Putin, ma nemmeno si sono mostrati davanti alle telecamere, evitando in tal modo la necessità di rispondere alle domande dei giornalisti.
Questa scelta da parte delle autorità può avere solo una spiegazione.
Per i massimi dirigenti politici del paese l’azione terroristica è stata assimilata a un disastro naturale, dove non ci sono veri colpevoli, ma solo una situazione tragica alla quale si deve reagire in maniera appropriata.
In queste circostanze non si fanno domande ma si danno ordini.
Questo tipo di atteggiamento mentale verso il terrorismo si è affermato, nell’ultimo paio d’anni, nell’ambito dei servizi di sicurezza russi.
Non a caso Bortnikov non ha più considerato necessario trasmettere ai mezzi di informazione i risultati dettagliati della lotta al terrorismo da parte dell’FSB nel 2009 e 2010.
L’abolizione della tradizione dei rapporti annuali per la stampa aveva reso palese il fatto che i servizi rispondano solo ed esclusivamente al Cremlino.
Ora si ha l’impressione che gli apparati dei servizi segreti e del ministero dell’interno non si considerino più subordinati nemmeno al potere politico, essendo ormai così potenti, intoccabili e necessari al governo per la propria sopravvivenza politica.
E che Medvedev e Putin accettino tutto questo.
Interessante anche il comportamento di altri, come il nuovo sindaco di Mosca, Sobyanin.
In passato il vecchio sindaco, Luzhkov, ha sempre visitato i luoghi colpiti da atti terroristici e concedeva interviste ai giornalisti per sottolineare i suoi legami con la popolazione che soffriva.
Al contrario, Sobyanin si è recato sul luogo della tragedia, ma non ha considerato necessario incontrarsi con la stampa, limitandosi a dichiarazioni davanti alla telecamera senza contraddittorio.
In pratica, Bortnikov e Sobyanin hanno cancellato le tradizioni dei loro predecessori verso la stampa, suggerendo che non sentono nessuna necessità di rendere conto alla popolazione del loro operato.
Ormai domina, totalmente, la comoda mentalità del “segreto di stato”, che non permette di conoscere quello che viene fatto e quindi criticarlo. E, in mancanza di critica degli errori, di pagare per gli stessi ma anche di migliorare.
I risultati già si vedono e, presumibilmente, lo si vedranno ancora di più in futuro…
