A Brooklyn c’è la “No like” Generation

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A Brooklyn c’è la “No like” Generation

A Brooklyn c’è la “No like” Generation

18 Dicembre 2022

Chi sono questi ragazzetti che si radunano alla Biblioteca pubblica di Brooklyn per partecipare all’incontro settimanale del Luddite Club? I luddisti ce li ricordiamo come lo spezzone dell’operaismo di inizio Ottocento che in Inghilterra spaccava i telai, considerandoli la causa della disoccupazione e dei bassi salari. Furono repressi nel sangue, con deportazioni e impiccagioni, poi il movimento rientrò al migliorare del ciclo economico.

I loro pronipoti della Central Library di Brooklyn invece non intendono distruggere nulla di tangibile. Anche perché, nel frattempo, il capitale è diventato sempre più finanziario, immateriale e transnazionale. Insomma c’è poco da luddizzare. Loro si definiscono piuttosto il movimento di liberazione dai social media e come nonno Ned (Ludd) dicono di voler fare a meno del tech. Quando vanno al parco fanno sparire i cellulari.

Si siedono in cerchio sul prato e si mettono a parlare, aprono libri e dipingono e disegnano, tutta roba che ormai si fa col digitale. Leggono Dostoevskij, Maus di Spiegelman, la Consolazione della filosofia di Boezio. Rispunta il vecchio Kerouac, c’è il tecno-pessimista Vonnegut ma il loro preferito è senz’altro Chris McCandless di Into the Wild. Il novello Emerson che decise di mollare tutto per andarsene a vivere nella wilderness.

Per provare la vita vera, dicono, perché “cellulari e social media non sono la vita vera”. Quando mi stacco dal telefono, spiega Lola, le cose cambiano istantaneamente. Inizio a usare il cervello. Comincio a osservare me stesso come una persona. Sto anche iniziando a scrivere un racconto, sono arrivata a pagina dodici. Quando mettevo un post su Facebook, aggiunge Vera, e non prendevo abbastanza like mi sentivo male con me stessa, povero cuore.

Per questo Vera è entrata nel club di Brooklyn. Al reporter del New York Times che la intervista espone una concetto molto semplice. Tutti noi viviamo “on a floating rock and that it’s all going to be OK.” Alcuni di questi ragazzi che trascorrevano ore a postare foto su Instagram ora hanno disinstallato le app di Zuckerberg. Secondo altri, questo non era abbastanza, così hanno rimesso i cellulari nelle scatole e tanti saluti ad Apple.

Invece di svegliarsi di soprassalto nel cuore della notte per controllare l’ultimo messaggio su uozzappe, si scrivono lettere. Al posto di camminare per strada con la testa inchiodata sullo schermo, ora girano per parchi e si mettono a guardare rapiti i graffiti di New York City. Logan, il fondatore del club, parla con un certo disprezzo dei suoi genitori, depressi e storditi, che vivono attaccati a Twitter in attesa della prossima sorpresa di Elon Musk.

Al momento i nuovi luddisti, bollati dai loro compagnucci di scuola come elitari e classisti, sono in tutto 25. Si potrebbe ridurli a controfigure della celebre setta dei poeti estinti. Eppure questi giovani sono la spia di un fenomeno più ampio che attraversa la società americana e forse occidentale. L’ultimo sondaggio del Pew Research Center indica che la maggioranza degli americani ritiene i social dannosi per la democrazia.

Crede che su feisbuc giri un sacco di robaccia fake. Pensa che le piattaforme portino ad alimentare lo scontro politico polarizzandolo eccessivamente. Soprattutto, giudica i social del tutto superflui per chi vuol fare politica attiva cambiando le cose. Non ditelo alla Ferragni con i suoi 30 milioni di followers. Certo, visti i passi avanti enormi fatti dalla tecnologia in Occidente, non si può gettare via il bambino con l’acqua sporca. Vecchi e nuovi luddisti, prima o poi, rientrano nei ranghi e ricominciano a produrre, consumare e crepare come noialtri.

Qualcosa però si muove nel profondo della società americana. Mentre Musk cerca nuovi soci per Twitter e il Metaverso di Zuck si sta rivelando un mezzo flop. Mentre il Pentagono denuncia che il 77% dei giovani americani sono “unfit” per il reclutamento, essendo molti di loro obesi, drogati e con problemi mentali. Se li mandassero al fronte in Ucraina, l’80% per cento della Gen Z verrebbe spazzata via.

Intanto Logan, Lola e Vera continuano a guardare il cielo sorridenti, stesi sul prato di una domenica mattina a Brooklyn. Chissà se anche loro rientrano in quel numero crescente di americani che dice di non voler più votare, né per Biden né per Trump.