Abbiamo esportato la (nostra) democrazia in Afghanistan!
26 Settembre 2009
Ricordate il voto degli italiani all’estero nelle elezioni politiche del 2006?
“La raccolta dei voti degli italiani all’estero è stata taroccata e la vittoria sarebbe andata alla Casa delle Libertà se un mare di brogli non fosse stato messo in atto con un cinismo che fa accapponare la pelle”. Così scriveva Paolo Guzzanti il 25 maggio 2006. Era accaduto di tutto: certificati elettorali spediti ai morti o mai spediti ai vivi, migliaia di elettori che non poterono esercitare il loro diritto, schede precompilate in massa (ovviamente in favore di un certo schieramento che non era quello di centrodestra) a cura di attivisti tanto ben organizzati quanto truffaldini. Da quanto si legge sulle cronache di quei giorni, ci fu una vera e propria globalizzazione del broglio che non conobbe confini.
In Argentina i voti venivano comprati in strada per 20 pesos e migliaia di schede non arrivarono ai destinatari ma comunque risultò che avevano votato. In Belgio un connazionale confessò di avere votato cinque volte con un certificato solo. In Florida e in Virginia i certificati arrivarono in ritardo o con i nomi sbagliati, in Slovenia il consolato italiano di Capodistria spedì schede elettorali non timbrate e non firmate da alcuno. Ovunque le schede furono inviate per posta, abbandonate nelle portinerie o nelle cassette all’aperto; chi ritirava la propria, ne poteva ritirare altre cinque o dieci, votare e rispedirle. Se chi restava senza scheda voleva votare, chiedeva un duplicato al consolato e poteva a sua volta votare (ammesso che anche stavolta la scheda non gli venisse fregata).
Ovunque nel mondo famiglie intere assenti dal luogo di residenza invitavano amici e conoscenti ad esprimere il voto in loro vece e a spedire i plichi ai consolati. In Etiopia la maggioranza degli italiani (chi li conosce sa che non sono di sinistra) non ricevettero le schede; richiestele in ambasciata, si sentirono rispondere: “le abbiamo esaurite!”. E se fossero state precompilate e spedite in Italia?
E ancora. In America qualcuno ricevette il plico per votare sia in Messico che a Los Angeles. In Finlandia, all’interno del consolato, ci fu chi ricevette pressioni per votare Prodi. A San Paolo del Brasile qualcuno ricevette due schede (una per il Senato e una per la Camera) e due nominativi da votare, entrambi dell’Unione. In parecchi casi le buste elettorali contenevano (strano ma vero) propaganda elettorale dell’Unione. Insomma la macchina del ministero degli Esteri si inceppò miseramente, ma quella della CGIL funzionò a meraviglia.
Trasferiamoci ora nell’Afghanistan del 2009. Ecco un episodio eloquente. Una settimana prima del voto, la tribù Bariz del distretto di Shorbak nella provincia di Kandahar decise di non supportare più il presidente uscente Karzai bensì il suo sfidante Abdullah, l’ex ministro degli Esteri. Invece accadde che il giorno delle votazioni il governatore di Shorbak fu messo in stato di detenzione, tutti i 45 seggi elettorali del distretto vennero chiusi, le urne vennero accentrate a Shorbak da personale fedele a Karzai e le schede, tutte precompilate, furono inserite nelle urne e spedite a Kabul. Nessun elettore votò, ma il risultato “ufficiale” parla di 23.900 voti in favore di Karzai e 0 (zero!) voti per Abdullah. Questo è solo uno dei 2.615 episodi di brogli denunciati alla commissione elettorale centrale.
Ecco altri esempi segnalati alla commissione. Nei giorni precedenti le elezioni, gli emissari di Karzai allestirono quasi un migliaio di seggi elettorali finti, dove poi nessuno votò, ma che diedero ugualmente un risultato a valanga in favore del presidente uscente. Altri 800 seggi, stavolta autentici, furono occupati dai fedeli di Karzai, che manipolarono schede e urne in modo che decine di migliaia di voti risultassero a favore del loro uomo. In alcune province, poi, come riferiscono funzionari sia afghani che occidentali, il numero di voti a favore di Karzai è stato 10 (dieci!) volte superiore al numero degli elettori che hanno effettivamente votato.
Le analogie fra il voto degli italiani all’estero nel 2006 e quello degli afghani in Afghanistan nel 2009 sono impressionanti. E non solo per i brogli, ma anche per i ricorsi e i riconteggi. In Italia i riconteggi delle schede furono fatti all’italiana. Vennero scelti la sede più prestigiosa, il personale più qualificato e le procedure più efficaci (si fa per dire). Le cronache di quel periodo parlano di sei orrendi capannoni di cemento a Castelnuovo di Porto, località Ponte Storto (“se nei nomi c’è un destino, qui siamo messi male”, commentava Stefano Filippi il 27 maggio 2006), di scrutatori che si erano presentati ubriachi o freschi di canna, di buste aperte, urne non sigillate né punzonate, schede sparse a terra: un successone.
In Afghanistan, invece, i riconteggi riguarderanno solo il 10% delle schede. Pazzesco: quale significato può avere un riconteggio parziale? E quando un funzionario incaricato del controllo si ritroverà in mano una scheda con su scritto “Karzai” e che magari è stata precompilata da un attivista truffaldino, cosa potrà concludere? Che quello è effettivamente un voto valido per Karzai? Robe da Castelnuovo di Porto delle Nebbie. Insomma le analogie fra le due consultazioni elettorali sono tante e tali che possiamo ricavarne la seguente conclusione: abbiamo esportato la (nostra) democrazia in Afghanistan!
L’articolo potrebbe finire qui, ma non vorrei essere tacciato di disfattismo, pertanto avanzo anche una proposta, peraltro semplice e fattibile. Perché ostinarci ad esportare in Afghanistan una forma di elevata democrazia quale l’elezione diretta del capo dello stato pur in totale assenza di qualsiasi tradizione democratica? Si abbia il coraggio di cancellare con un colpo di spugna la tragicomica farsa delle recenti elezioni e si volti pagina. Lo strumento giusto già esiste: è la loya jirga, la grande assemblea dei notabili del Paese, un organismo che esiste da secoli (nel 1747 a Kandahar quell’assemblea elesse Ahmed Shah Durrani quale primo sovrano dell’Afghanistan) e che l’attuale costituzione afgana (anch’essa ratificata da una loya jirga nel 2004) definisce “la più alta manifestazione della volontà del popolo afgano”.
La convocazione di una loya jirga (la cui autorità è fuori discussione ed è riconosciuta da tutti) allo scopo di scegliere il capo dello stato sarebbe l’unica valida risposta afgana all’irreversibile crisi istituzionale provocata da un processo elettorale irrimediabilmente viziato dai brogli e dalla violenza. Il verdetto dell’assemblea, che non richiederebbe né inutili trasferimenti di schede elettorali, né brogli, né aumento di truppe internazionali, né tantomeno nasi, orecchie e dita mozzate, sarebbe al tempo stesso in linea con la tradizione locale e rispettoso della volontà della gente.
