Ai confini fra Etica, Geopolitica e Comunicazione (parte prima)
15 Ottobre 2010
Nessuna disciplina dello scibile umano è a sé stante o indipendente dalle altre. Al contrario, esistono vaste aree di sovrapposizione fra una scienza e l’altra. Le tre discipline che prendiamo in esame, ad esempio, hanno un’area in cui si sovrappongono tutte tre contemporaneamente. E’ proprio lì che si aggira un’entità oscura, inquietante e pericolosa: il cosiddetto “casus belli”, il pretesto per scatenare una guerra. Da che mondo è mondo le guerre hanno sempre avuto bisogno di un pretesto, vero o falso che fosse, per essere scatenate. Senza partire dal rapimento di Elena che determinò la celebre guerra di Troia, limitiamoci all’ultimo secolo e mezzo
La Guerra Franco-tedesca del 1870 è un chiaro esempio. Nel 1869, Francia, Italia e Austria conducevano negoziati segretissimi volti a contenere l’emergente Prussia mediante una triplice alleanza che avrebbe consentito, in caso di guerra dall’esito fortunato, di ottenere significativi vantaggi territoriali. Mentre i tre ordivano complotti, il Cancelliere prussiano Bismarck non restava con le mani in mano ma progettava di assestare di un duro colpo alla Francia e l’occasione si presentò nella primavera del 1870, quando il “Cancelliere di ferro” ebbe la conferma che la preparazione bellica di tutti gli Stati tedeschi era perfetta.
A quel punto, però, gli conveniva provocare un’aggressione francese. E questo per vari motivi: superare le riluttanze del suo Sovrano, incassare la collaborazione di tutti gli Stati tedeschi ed assicurarsi la neutralità dell’Inghilterra e l’eventuale alleanza della Russia in caso di estensione del conflitto. Ed ecco presentarsi un valido pretesto quando il trono di Spagna divenne vacante. Il Cancelliere, dunque, autorizzò un principe della dinastia prussiana, Leopoldo di Hohenzollern-Sigmaringen, a candidarsi al trono spagnolo. Ma anche la Francia di Napoleone III ci teneva al trono iberico e chiese che la candidatura prussiana venisse ritirata. Per dirimere la questione il Re di Prussia Guglielmo I incontrò nella cittadina termale di Ems l’ambasciatore francese Benedetti. Al termine dell’incontro, durante il quale il Benedetti reiterò la richiesta di lasciar perdere la candidatura al trono madrileno, il monarca riassunse l’evento in un telegramma, molto equilibrato, indirizzato a Bismarck. Tutto sarebbe finito lì, se Bismarck non avesse subito intuito che se quel telegramma fosse stato meno equilibrato avrebbe potuto creare qualche attrito vantaggioso per Berlino. E allora il “Cancelliere di ferro” modificò il testo facendo emergere il fatto che il Re, durante l’incontro di Ems, aveva strapazzato l’ambasciatore parigino, cosa non corrispondente a verità. Così addomesticato, il testo venne dato in pasto ai giornalisti (ecco l’intreccio fra Comunicazione, Etica e Geopolitica!), facendolo diventare di dominio pubblico. Erano tempi in cui un’offesa fra due gentiluomini comportava un duello all’ultimo sangue e trattare bruscamente un ambasciatore poteva significare una dichiarazione di guerra. E così fu. I Francesi caddero nel trabocchetto, Napoleone III si offese, sobillato dall’Imperatrice Eugenia dichiarò la guerra il 19 luglio e a Parigi si cominciò a sentir gridare “A Berlino, a Berlino!” Furono invece i Prussiani ad arrivare a Parigi, grazie ad un telegramma falsificato e grazie alla manipolazione dell’opinione pubblica.
Un altro esempio di casus belli inventato fu quello della Guerra ispano-americana del 1898. Alla fine del diciannovesimo secolo gli Americani erano alla ricerca di un pretesto per dichiarare guerra alla Spagna, cosa che avrebbe potuto arrecare grandi vantaggi agli Stati Uniti sia nei Caraibi che in Oriente. In particolare l’isola di Cuba, in possesso della Spagna, costituiva per gli Americani una preda importantissima, perché li avrebbe liberati dalla soggezione nei confronti dell’Inghilterra che, occupando le Bahamas e la Giamaica, dominava tutte le linee di accesso dall’Atlantico alle coste centroamericane. Non meno importante per gli Americani sarebbe stata la conquista delle Filippine, anch’esse dominio spagnolo che, opportunamente collegate con le isole Hawaii (annesse all’Unione il 6 giugno 1898) avrebbero consentito la penetrazione commerciale e politica americana in estremo Oriente. Gli Americani, dunque, spiando l’occasione propizia per intervenire militarmente, ci provarono nell’ottobre 1897 chiedendo alla Spagna il richiamo del Governatore spagnolo a Cuba, accusandolo di eccessiva rudezza nei confronti dei poveri isolani. Ma la provocazione non andò in porto. Chi invece “andò in porto” (quello dell’Avana), fu l’incrociatore statunitense “Maine“, che il 15 febbraio 1898 trasse d’impaccio l’America saltando in aria proprio nel porto cubano, causando la morte di 260 marinai americani.
A Washington le cause dell’evento furono ben chiare fin dall’inizio. Il “Maine” era un catorcio progettato male, con la santabarbara troppo vicina alla sala macchine, per cui gli esplosivi scoppiarono per autocombustione. Ma il governo americano prese l’occasione al balzo, fece girare la notizia che la nave era stata attaccata dagli Spagnoli e il consenso della pubblica opinione fu garantito.
Il fatto che l’esplosione del “Maine” fosse stata provocata da un incendio spontaneo nel magazzino del carbone, imprudentemente collocato dal progettatore accanto alla santabarbara, fu subito messo per iscritto in un rapporto, che però fu tenuto segreto per un secolo e così i bellicisti poterono scatenarsi. La stampa interventista fece grandi pressioni sul Presidente McKinley con grossi titoloni sui giornali, il più ricorrente dei quali recitava: “Remember the Maine!” Molto più tardi, nel 1976, un rapporto preparato per l’Ammiraglio Rickover e pubblicato dal reparto per la storia navale del Dipartimento americano della Marina confermò che l’esplosione del “Maine” era da attribuire ad un incendio spontaneo nel magazzino del carbone, ma anche questo rapporto rimase occultato per più di vent’anni. Il rapporto riemerse dall’insabbiamento solo il 23 aprile 1998, quando Hugh Thomas, autore di eccellenti studi sulla guerra civile spagnola, Cuba e la conquista del Messico, lo ritrovò nell’archivio della Marina degli Stati Uniti e gli dedicò un articolo dal titolo “Remember the Maine?”, dove un polemico punto interrogativo sostituiva lo sbrigativo punto esclamativo di cent’anni prima.
Ma torniamo al 1898. Mentre una commissione d’inchiesta spagnola giungeva alla conclusione che l’esplosione incriminata nulla poteva avere a che fare con lo scoppio di una bomba o di una mina, un giornale americano, di proprietà di William Randolph Hearst pubblicò un disegno, palesemente falso, in cui il “Maine” veniva raffigurato ormeggiato in un mare cosparso di mine. E fu così che gli USA poterono impadronirsi delle Filippine e anche di un pezzo di Cuba che oggi fa molto parlare di sé: Guantanamo.
E arriviamo alla Prima guerra mondiale. Oggigiorno è diffusissima la convinzione secondo cui l’entrata in guerra degli Stati Uniti nella grande guerra, nel 1917, fu determinata dall’emozione suscitata da un atto criminoso perpetrato dai Tedeschi: il proditorio affondamento del piroscafo civile “Lusitania” da parte di un sottomarino.
In realtà, va subito precisato che all’atto della partenza del piroscafo da New York verso Liverpool vennero fatti salire ben 1.916 passeggeri (compreso l’equipaggio, le persone imbarcate erano 1.959), nonostante un preciso avvertimento in senso contrario delle autorità tedesche, che fin dal 22 aprile avevano diffidato gli Americani a caricare passeggeri civili su quella nave, ritenuta un obiettivo militare. Questo avviso venne addirittura pubblicato sui giornali americani e con ogni probabilità venne anche letto da non pochi fra quei passeggeri.
Dopo una settimana di viaggio il comandante del piroscafo, avvicinandosi al porto di arrivo, fece letteralmente di tutto per attirare l’attenzione dei sommergibili tedeschi e per farsi affondare: facendo l’esatto contrario di ciò che prescrivevano le direttive dell’Ammiragliato britannico, infatti, viaggiava troppo vicino alla costa, proprio dove i sottomarini preferivano appostarsi, procedeva a velocità troppo bassa, avanzava zigzagando come fanno le navi da guerra ed infine (ma non per colpa sua) era privo della scorta armata che un simile obiettivo avrebbe richiesto.
Il sottomarino tedesco U-20 alle 13,20 del 7 maggio inquadrò a circa 13 miglia una nave per mezzo del periscopio. Il bersaglio aveva quattro fumaioli, una stazza di 20.000 tonnellate e procedeva a 22 nodi. Consultato il catalogo Jane’s delle navi da guerra e l’annuario navale “Brassey’s naval annual“, che non era certo un manuale redatto dai Tedeschi, il Lusitania risultava un “armed merchant cruiser“: incrociatore armato di origine mercantile.
Avuta la conferma che si trattava di un legittimo obiettivo militare, l’U-20 lanciò un siluro a 38 nodi di velocità e a tre metri sotto il pelo dell’acqua, che colpì in pieno la fiancata. Forse il siluro, di per sé, non sarebbe bastato ad affondare la nave, ma pochi attimi dopo lo scoppio del siluro avvenne una seconda, disastrosa esplosione che sconquassò la nave e ne determinò un affondamento eccezionalmente rapido. Una simile esplosione (definita “inusitatamente disastrosa”) non poteva certo essere stata causata dal carbone, che del resto, alla fine del viaggio, era praticamente esaurito, bensì da quell’ingente carico di munizioni che la nave trasportava illegalmente, trasformata in una immensa polveriera su cui dormivano gli ignari passeggeri. Lungi dal commettere crimini di guerra, dunque, i Tedeschi affondarono legittimamente una nave militarizzata e catalogata come tale dai manuali internazionali, una nave di cui i Tedeschi ben conoscevano le illecite attività, tant’è vero che diffidarono gli Stati Uniti dal caricare “anche” passeggeri su quell’obiettivo militare.
Passiamo alla Guerra italo-etiopica del 1935-1936. Nel dicembre del 1934 l’Italia si servì di un oscuro incidente di frontiera a Ual Ual per far scoppiare una crisi che sarebbe sfociata nell’ottobre del 1935 in una dichiarazione di guerra all’Etiopia. Ual Ual era una località di frontiera fra la Somalia italiana e l’Impero etiopico, una località ricca di pozzi d’acqua situata nella desertica “terra di nessuno”. L’acqua era particolarmente preziosa per abbeverare le mandrie delle tribù nomadi ma i pozzi erano di incerta appartenenza; tuttavia la località, fin dal 1925, era stata occupata dagli Italiani che vi avevano costruito un fortino presidiato da alcune decine di ascari somali, al comando di un capitano italiano.
Alla fine di novembre del 1934 un migliaio di armati abissini arrivarono nella zona di Ual Ual in servizio di scorta ad una commissione anglo-etiopica che aveva il compito di delimitare il confine. Si intimò alla guarnigione di andarsene, ma gli Italiani non ne vollero sapere. Per evitare rischi, la commissione si dileguò ma alcuni guerrieri abissini restarono in zona per alcuni giorni. Quando ci si guarda in cagnesco per giorni col dito sul grilletto, è probabile che ad un certo punto parta un colpo. Alla prima detonazione, non si sa bene ad opera di chi, tutti si misero a sparare e alla fine gli abissini ebbero la peggio, anche perché da Mogadiscio arrivarono due aerei da caccia in aiuto alla guarnigione italiana.
In seguito ci furono vari tentativi di composizione dell’evento (ingigantito da entrambe le parti) presso la Società delle Nazioni e con un minimo di buona volontà l’incidente, dal profilo tutt’altro che altissimo, avrebbe potuto essere archiviato e dimenticato da tutti. Ma così non fu; tutti i tentativi di ricomposizione si infransero contro l’intransigenza italiana, sicché questa modesta scaramuccia venne venduta come aggressione armata e divenne il pretesto per l’inizio delle ostilità italiane contro l’Etiopia.
All’inizio della seconda guerra mondiale, se l’incidente di Ual Ual fu oscuro, quello di Gleiwitz fu addirittura sfacciato. Eppure fu il pretesto per invadere la Polonia da parte tedesca nella notte fra il 31 agosto e il 1° settembre 1939. Per giustificare la guerra contro la Polonia (e, in prospettiva, contro la Russia), Hitler aveva deciso di inviare a Varsavia richieste territoriali inaccettabili (il porto di Danzica e i territori, già tedeschi, che dividevano la Prussia orientale dal resto della Germania) e di creare un incidente di confine. Fu così che le SS tedesche prelevarono 150 prigionieri da un campo di concentramento, li vestirono con uniformi ed equipaggiamenti polacchi e li lanciarono all’assalto della stazione radiofonica tedesca di Gleiwitz, presso la linea di confine. Questo bastò ad accusare la Polonia di aggressione e a lanciare l’offensiva che in pochi giorni avrebbe cancellato lo Stato polacco, grazie anche ai sovietici che contemporaneamente attaccarono da est.
Restando nella seconda guerra mondiale, arriviamo al celeberrimo episodio dell’attacco giapponese a Pearl Harbor, nel dicembre 1941, la quintessenza dell’attacco a sorpresa e del colpo basso proditorio. Peccato che questa storia sia falsa. Ma la storia la scrivono i vincitori e questi hanno tutto l’interesse a far digerire all’opinione pubblica una certa versione. Fortunatamente è difficile tenere nascosta la verità in eterno, anche perché gli archivi, prima o poi, vengono aperti e i documenti vengono declassificati.
I documenti oggi disponibili fanno luce su numerose verità, che vanno esattamente in senso opposto alle convinzioni della gente. Il presidente americano Roosevelt era alla disperata ricerca del modo migliore per forzare il Giappone a sferrare il primo colpo, cosa che gli avrebbe permesso di entrare in guerra superando i pareri dell’opinione pubblica e del congresso, che erano in massima parte contrari al conflitto. Il 7 ottobre 1940, ben quattordici mesi prima di Pearl Harbor, un suo collaboratore, l’analista navale McCollum, stilò un promemoria in otto punti per costringere il Giappone ad entrare in guerra e a partire dal giorno dopo Roosevelt iniziò a concretizzare quel promemoria, punto per punto.
Roosevelt voleva la guerra con Hitler, ma quando la Germania invase l’Unione sovietica questo motivo non fu sufficiente: non poteva apparire come uno che correva in aiuto del comunismo. E allora, siccome Hitler non aveva alcuna intenzione di aggredire gli Stati Uniti a meno che non lo facesse anche il Giappone, fu su quest’ultimo che si posarono gli occhi di Roosevelt. Bisognava esasperare il Giappone fino a fargli commettere un’ostilità contro gli USA, poi questi sarebbero entrati in guerra senza remore.
Si cominciò con il congelare tutti i possedimenti giapponesi in America e con l’embargo del petrolio, di cui il Sol Levante aveva estremo bisogno, nella convinzione che, per procurarselo, i Giapponesi non avrebbero esitato ad attaccare le Indie olandesi o le Filippine. E si finì con l’ultimatum del 26 novembre 1941, in cui gli USA intimavano al Giappone di ritirarsi immediatamente dalla Cina e dall’Indocina. L’ambasciatore americano a Tokio definì questo ultimatum “il documento che ha premuto il bottone che ha scatenato la guerra”.
A questo punto bisognava offrire ai Giapponesi un’esca appetitosa, ma i piani erano già pronti da tempo. Nel 1940 Roosevelt aveva già individuato la vittima sacrificale: aveva ordinato alla flotta del Pacifico di lasciare le protette basi sulla costa occidentale per trasferirsi nelle indifese e scoperte isole Hawaii, a metà strada fra America e Giappone, rimanendovi fino a nuovo ordine. Questo aveva scatenato le proteste del comandante della flotta: l’ammiraglio Richardson obiettò che là non esistevano protezioni dagli attacchi aerei e dai siluramenti, e infatti fu immediatamente silurato lui. Per tutto il 1941 si susseguirono le informazioni in base alle quali il Giappone stava per attaccare le Hawaii, ma la locale guarnigione fu sempre tenuta all’oscuro. E non è vero nemmeno che la dichiarazione di guerra non giunse in tempo, perché fu consegnata al presidente USA il 6 dicembre. La sera alle 21′30 Roosevelt lesse la dichiarazione di guerra giapponese, poi raggiunse i suoi trentaquattro ospiti a cena e disse “Signori, la guerra inizia domani”. Dopo cena, il “gabinetto di guerra” stette ad aspettare l’attacco giapponese. Quello stesso attacco che oggi tutti o quasi credono sia stato sferrato di sorpresa e a tradimento.
