Arafat sì, Gheddafi no: al Senato si svelano tutte le ipocrisie della sinistra
11 Giugno 2009
di Dolasilla
Quando il 15 settembre 1982 il leader dell’Olp Yasser Arafat varcò il portone di Montecitorio, indossava la kefia insieme alla sua pistola d’ordinanza. Lo accompagnavano le guardie del corpo, armate di khalasnikov. In barba a ogni regolamento e in spregio alle guarentigie parlamentari. Arafat venne accolto dalla presidente della Camera, Nilde Iotti, ebbe incontri con il ministro degli Esteri Giulio Andreotti e con il presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Incontrò i segretari del Pci, Enrico Berlinguer, e del Psi, Bettino Craxi, vale a dire i veri fautori di quello che fu il primo viaggio di Arafat in un paese europeo, accolto con gli onori riservati a un Capo di Stato.
All’epoca Arafat non aveva ancora riconosciuto lo Stato di Israele. L’articolo 5 dello Statuto dell’Olp prevedeva sempre la distruzione dell’entità sionista. Nonostante tutto, venne accolto in aula alla Camera fra scrosci di applausi dai banchi di sinistra ma anche dai banchi della Dc e del Msi. Erano vuoti i pochi scranni occupati dai deputati del Partito Repubblicano, del Partito Liberale e del Partito Socialista democratico. Le forze che si erano sottratte dall’ombra di una finta equidistanza sulla vicenda mediorientale per schierarsi, senza reticenze o tentennamenti, al fianco di Israele.
Oggi i nipoti e i pronipoti delle grandi forze "di massa" della sinistra hanno scelto di mettersi in fila dietro quel pifferaio magico che è Antonio Di Pietro. Che è successo? La conferenza dei capigruppo del Senato ha deciso, martedì 9 giugno, di concedere la tribuna del Senato a Gheddafi, nella sua qualità di presidente dell’Unione africana. I dipietristi sono stati gli unici a votare contro la decisione, appoggiata convintamene dalla maggioranza e dal vicecapogruppo del Pd, il dalemiano Nicola Latorre . Tutto bene, fino a mezzogiorno circa di mercoledì 10 giugno. Quando una breve riunione del gruppo del Pd al Senato registra dapprima qualche incertezza e, subito dopo, un vistoso sbandamento fino a proporre di disertare la seduta di giovedì contro il feroce Saladino libico. Che è successo? Mistero, ma non tanto. La paura di lasciare a Di Pietro l’esclusiva dell’antitiranno è forte e i risultati elettorali ancora troppo freschi per dimenticare il travaso di voti dal PD in direzione dipietrista.
Certo, chi dubita sulla circostanza non ha tutti i torti. Gheddafi ha flirtato e non poco con le fazioni del terrorismo palestinese. Le ha manovrate e usate come più gli faceva comodo. Le ombre di Lockerbie, cioè dell’aereo passeggeri esploso per un attentato terroristico nel 1988, non sono del tutto dissolte. Gheddafi ha una biografia ingombrante e il tentativo di curvarla può comportare più di un rischio.
Ma la diplomazia italiana ha diverse frecce nel suo arco. La Libia non è più il Paese isolato degli anni Ottanta. Esercita la presidenza di turno dell’Unione africana. Ha guidato per tre anni la Commissione per i diritti umani affidata dell’Onu. Vero, sarebbe agevole osservare, l’Onu è quella stessa organizzazione che si è tenuto un presidente con il passato nazista di Kurt Waldheim, ed è la stessa organizzazione che fra una Durban e l’altra si fa attiva promotrice di politiche antisemite. Tant’è. Una raccomandazione sentiamo di fare agli interlocutori italiani di Gheddafi: sarà bene rivolgersi al colonnello libico con il linguaggio crudo e realista di un Paese che è a posto con il passato (almeno quello coloniale) e, dunque, intenzionato a far valere nel presente l’amicizia secolare che ci unisce a Israele. Qualcuno, insomma, dovrà ricordare a Gheddafi che visitando l’Italia deve aspettarsi di incontrare non solo i discendenti del Pci ma anche quelli di Carlo Cattaneo e delle Interdizioni israelitiche.
