Attenzione a fare accordi con Putin

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Attenzione a fare accordi con Putin

07 Marzo 2009

Il regime di Vladimir Putin sta lottando per la sua vita politica. Questa è la buona notizia. Ma la cattiva notizia è che l’amministrazione Obama sta lanciano messaggi frammentati che potrebbero aiutare a sopravvivere il regime autocratico russo.

Venerdì (ieri, 6 marzo, ndr) il segretario di Stato Hillary Clinton si incontrerà con il suo omologo russo Sergey Lavrov a Ginevra, in Svizzera. Nell’agenda sono inclusi colloqui sul controllo degli armamenti e sulla NATO. Ma la cosa che tutti non  dovrebbero dimenticare è la lettera segreta che il presidente Barack Obama ha recentemente inviato al presidente russo Dmitry Medvedev. Il New York Times ha pubblicato la notizia questa stessa settimana, rivelando che la lettera di Obama offriva un accordo per cui gli Stati Uniti “avrebbero fatto dietrofront sul dispiegamento del nuovo sistema di difesa missilistico nell’Europa dell’Est” in cambio dell’aiuto di Mosca per frenare l’Iran “nello sviluppo di armi di lungo raggio”.

Questa mossa non è affatto saggia. Le proteste della Russia contro lo scudo antimissilistico non derivano da reali paure di natura strategica. Si è sempre trattato di mera tattica e di un diversivo rispetto alle sue vere intenzioni. 

Il primo ministro russo Putin conta fortemente sulle entrate provenienti dal petrolio per mantenere il controllo del potere. A lui interessa che aumentino le tensioni in Medio Oriente per poter far lievitare i prezzi globali del petrolio. Non c’è nessuna possibilità che gli Stati Uniti riescano a fare in modo che la Russia di Putin smetta di armare i terroristi mediorientali e li aiuti sul programma nucleare iraniano. 

Lasciando da parte le lettere segrete, ci sono altri segnali preoccupanti che provengono dall’amministrazione Obama. Uno di questi segni è apparso la settimana scorsa in Giappone, quando la signora Clinton ha parlato delle “tre D” della sicurezza nazionale americana: la difesa, la diplomazia e lo sviluppo (“defense, diplomacy and development”, ndt). Ma si è dimenticata di quella quarta D che risulta essenziale: la democrazia. Senza alcun dubbio, quest’omissione è stata apprezzata anche da Putin.

Un altro segnale preoccupante è emerso lo scorso mese a Monaco, in Germania, dove il vicepresidente Joe Biden ha parlato della necessità di spingere il “ tasto reset” nei rapporti dell’America con la Russia. Ma spingere questo bottone non eserciterà alcuna pressione su Putin per convincerlo ad agire responsabilmente nel contesto mondiale. Riuscirà solo a oscurare il maligno e contagioso virus russo dell’autoritarismo, ma solo per un certo tempo. 

Mentre tutti questi accordi e ramoscelli d’ulivo vengono offerti al Cremlino, l’evidenza ci dice ampiamente che il regime di Putin sta vacillando. Un segnale interessante è il fatto che la Russia sta rafforzando le sue forze di sicurezza federali per poter poi reprimere violentemente le proteste pubbliche. Il mese scorso, ad esempio, il regime ha creato il “National Center of Crisis Management”, che potrà impiegare uomini in divisa contro qualsiasi elemento di “disturbo” possa sorgere.

Probabilmente non sarà sufficiente a reprimere la rabbia della popolazione. Le proteste stanno crescendo in Russia perché a molti elettori non è importato che le elezioni siano stato manipolate, fino a quando l’inflazione non ha cominciato a schiacciarli. Per il cittadino russo medio il tempo dell’illusione della prosperità economica è finito.

Nel frattempo, il Fondo Nazionale di Assistenza Russo – creato per sostenere il sistema pensionistico statale – è stato travolto per appoggiare le industrie monopolistiche che appartengono ai più fedeli alleati di Putin. Miliardi vengono distribuiti per il piacere di oligarchi come Oleg Deripaska, Sergey Chemezov e Roman Abramovich, soldi che andranno a finire nel debito pubblico, e non aiuteranno a sviluppare l’industria. Ciò, tuttavia, se anche i miliardari cominciano a sentire odore di fregatura, potrebbe non essere sufficiente a fermare la caduta. Secondo il giornale “Finans”, durante lo scorso anno il numero di miliardari s’è dimezzato, da 101 a 49. Quelli che si sono salvati potrebbero essere miliardari solamente sulla carta; a quanto pare molti di loro hanno maturato debiti che superano il loro patrimonio. Questo può spiegare perché Putin ha recentemente partecipato al World Economic Forum di Davos per fare pressioni sul condono del debito.

Considerate anche che il Cremlino ha appena strappato un accordo con la Cina per la fornitura di petrolio russo a prezzi minimi (sotto i 20 dollari al barile) per i prossimi 20 anni, a cambio di 25 miliardi di dollari in prestiti. I paesi potenti non fanno accordi di questo tipo, a meno che non siano alla disperata ricerca di liquidità. Quello che sta succedendo in Russia è che siamo testimoni delle manovre per la sopravvivenza di un regime corrotto. La vera domanda è se l’Occidente salverà la dittatura russa o se la lascerà crollare.

Alcuni possono pure dubitare della fragilità del governo di Putin. Ma nella storia ci sono tantissimi esempi di regimi apparentemente solidi che poi sono caduti velocemente. Alla fine del 1989, in Occidente, molti si sono sorpresi nell’assistere alla Rivoluzione di Velluto in Cecoslovacchia. Altri non avevano previsto che i regimi totalitari in Polonia e Ungheria sarebbero stati spazzati via.

Putin e i suoi alleati vivono con la paura di una rivolta popolare che probabilmente li porterebbe direttamente alla bancarotta, all’esilio e persino alla prigione. Da loro non ci si può aspettare che facciano funzionare la Russia come un attore statale razionale. Potrebbero anzi preferire lo scontro violento con un nemico immaginario con la speranza di raccogliere supporto nazionalistico: la guerra contro la Georgia della scorsa estate potrebbe essere stata solo l’inizio.

L’Occidente non deve essere tentato dal desiderio di mantenere relazioni tranquille con l’attuale governo in carica in Russia. Dopo anni di malagestione criminale, l’economia russa sta cadendo molto più velocemente di quanto lo stiano facendo altri paesi industrializzati. La rabbia del popolo che porterà al cambio di regime scaturirà dalla constatazione pubblica che l’economia russa si trova in condizioni peggiori a quella di altri stati leader.

Infatti, in Russia non è più un tabù parlare apertamente dell’era del dopo-Putin, persino tra chi è fedele al regime. Gli uomini d’affari e i politici stranieri che collaboreranno con Putin dovrebbero tener presente che forse Putin non rimarrà in giro ancora per molto tempo. E gli accordi che lui e i suoi amici stanno facendo in nome della Russia per il loro profitto non passeranno inosservati quando questi saranno andati via.  

© The Wall Street Journal
Traduzione Fabrizia B. Maggi

Garry Kasparov è leader della coalizione “L’Altra Russia” e collaboratore del Wall Street Journal.