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Caro Economist, ti spiego perché hai fatto un titolo fuori luogo

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Cari amici dell' Economist,

leggo abitualmente le vostre pagine da più di dieci anni e su molte questioni sono d’accordo con le vostre argomentazioni – tradizionalmente liberali e pro-mercato. Tuttavia, mi sento di dissentire dalla vostra valutazione riguardo alla reputazione economica dell’Italia e di Silvio Berlusconi. È chiaro che su di lui mi trovo distante dalla vostra opinione, risalente alle elezioni del 2001 (quando Berlusconi non era apparentemente in grado di governare l’Italia). Nel numero di due settimane fa (11-17 giugno 2011) avete pubblicato un lungo speciale di 18 pagine sull’Italia, che, indipendentemente dal contenuto effettivo, considero un contributo ben accetto al dibattito sul futuro del Paese. Ciò che di questo contributo risulta inutile, e che persino alcuni dei vostri lettori più fedeli ha trovato piuttosto inopportuno, è il tono aggressivo e il linguaggio cui si fa ricorso – in particolare la copertina e l’articolo d’apertura. Vorrei pertanto soffermarmi su alcune riflessioni legate ai dati, soffermandomi in primo luogo sulla loro interpretazione (i dati riportati provengono dal Fondo monetario internazionale).

Il PIL pro capite ha sì rallentato nel decennio appena concluso (a una media di -0,3% all’anno), ma uno dei motivi principali è stato l’incremento della popolazione – in primo luogo come risultato di un aumento dell’immigrazione (la popolazione è salita più del 6% nel corso del decennio). Allo stesso tempo, anche la crescita del PIL è rallentata tra il 2000 e il 2010 – a una media dello 0,25% annuo. Tuttavia, bisogna contestualizzare questo risultato, prendendo in considerazione la situazione internazionale: la crescita annua del PIL in Italia è scesa da una media dell’1,5% negli anni ’90 allo 0,25% della prima parte del 2000. Nell’ultima decade, in particolare, sono compresi due anni della recessione più profonda degli ultimi decenni (un evento internazionale al di fuori del controllo dei decisori pubblici italiani). In questa situazione, le performance di crescita dell’Italia negli ultimi dieci anni sono solo leggermente peggiori rispetto al trend storico. Il problema è quindi di tipo più strutturale.

Il secondo elemento da considerare è la prestazione di altri indicatori fondamentali: l’inflazione e la disoccupazione. Negli ultimi dieci anni l’Italia ha di fatto conseguito risultati migliori rispetto al passato. I tassi medi d’inflazione e di disoccupazione sono scesi e l’Italia ha ridotto il gap con gli altri Paesi del G7: il tasso medio d’inflazione è sceso dal 3,6% degli anni ’90 al 2,2% degli anni 2000, rispetto al calo del resto del G7 dal 2% all’1,6%; il tasso di disoccupazione, invece, è sceso da una media del 10,4% negli anni ’90 a una media del 7,8% negli anni 2000, mentre negli altri Paesi del G7 è calato dal 7,4% al 6,8%. Una delle implicazioni di una prospettiva migliore per l’occupazione, accompagnata da un rallentamento della crescita, è il calo nella produttività del lavoro, che infatti è peggiorata nel corso degli ultimi dieci anni.

Se poi guardiamo al debito lordo, attualmente l’Italia ha uno dei debiti più alti in rapporto al PIL, attorno al 119%. Tuttavia, il rapporto del debito lordo è passato dal 121,5% al 109.2% tra il 1995 e il 2000, scendendo ulteriormente tra il 2000 e il 2007 al 103.6%. Dopodiché c’è stata la recessione e il debito lordo è risalito fino al 119%. Ancora una volta, però, dobbiamo considerare il contesto internazionale, dal momento che tutti i maggiori Paesi del G7 hanno visto un incremento nel debito lordo: dal 2007 al 2010 il debito della Germania è salito dal 65% all’80%, quello francese dal 63% all’84%, quello inglese dal 44% al 77% e quello degli Stati Uniti dal 62% al 91%. In proporzione, le prestazioni del deficit e del debito italiani sono state positive.

Infine, volendo osservare più attentamente i risultati dei differenti partiti al governo, sarebbe facile notare come sia stata  minima la differenza tra le amministrazioni di centro-destra e quelle di centro-sinistra. In Italia, a partire dal 1994 i governi retti dalla coalizione di centro-destra (ognuno dei quali con Berlusconi premier) hanno ottenuto di meno rispetto ai governi di centro-sinistra in relazione al tasso di crescita annuale del PIL: 0,5% contro l’1,3%. Tuttavia, se prendiamo in considerazione il contesto internazionale, non c’è quasi alcuna differenza con il resto dei Paesi del G7, la cui crescita è stata dell’1,5% quando in Italia c’erano governi di centro-destra e del 2,3% quando governava il centro-sinistra (in entrambi i casi la differenza è dell’1% di crescita in meno). Per quanto riguarda l’inflazione, il tasso è stato in media del 2,6-2,7% per i governi di entrambe le parti. Il quadro è diverso per quanto riguarda la disoccupazione: il tasso era del 9,6% durante gli esecutivi di centro-sinistra, dell’8,7% durante quelli di centro-destra (il risultato non cambia relativamente all’ambito internazionale, dal momento che la disoccupazione era più alta mentre in Italia governava il centro-sinistra).

Il risultato è che la gestione economica del Paese da parte di Berlusconi non è il principale fattore di responsabilità della relativa lentezza dell’economia italiana. La vostra analisi sottostima il contesto storico e internazionale e l’andamento positivo dell’occupazione e dell’inflazione, mentre valuta in maniera eccedente le differenze tra i governi di centro-destra e di centro-sinistra. Inoltre, non riserva attenzione neanche al grado di opposizione di un certo numero di partiti (a volte all’interno della stessa coalizione di governo), che Berlusconi ha dovuto affrontare. È giusto dire che Berlusconi avrebbe potuto fare di più per stimolare la crescita economica e dare sostegno allo sviluppo economico dell’Italia – in particolare attraverso la piena attuazione dei piani e delle politiche descritte nei vari manifesti elettorali. Qualsiasi governo può fare meglio. Tuttavia, sarebbe ingiusto e sbagliato sostenere che non c’è stato nessun progresso o che le politiche messe in atto hanno in realtà danneggiato la posizione dell’Italia. È probabile che un governo alternativo non sarebbe stato in grado di fare meglio, rischiando anzi di fare peggio.

Alla luce di quest’analisi più esaustiva, il vostro titolo sull’uomo che ha “fottuto” il Paese è gratuito e fuori luogo – nella migliore delle ipotesi, volendo fare una critica, avreste potuto affermare che ha fallito nel risolvere i problemi dell’Italia, anche se mi chiedo chi avrebbe potuto farlo.

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2 COMMENTS

  1. Economist or not Economist, this is the question
    Ma è stata la redazione dell’Economist a vergarne la, od invece è stato il vento italiano di quest’ultimo scorcio di primavera, che ha influenzato l’estensore dell’articolo sullo stranger-magazine?
    Questa è la domanda.
    Perché tutte le critiche anti-B sono accettabili ed, a volte, sacrosante, ma fino ad arrivare al turpiloquio cubitale, ce ne vuole!
    Ed a proposito del vento italiano, tutto da ovest, ( a volte quale sottilissimo zefiro, a volte orientato con spietatissime raffiche ), in questi giorni post elettorali, si auspica diventi tifone, anzi tornado per travolgere finalmente il simbolo di una lunga stagione ed azzerarne il ricordo.
    Chi non aspetta, invece, una tale tempesta pensa – nel cantuccio della sua casa – che pure con tutte le sue manchevolezze e le sue zoppicanti disinvolture, a Silvio Berlusconi probabilmente è mancata una vera stampella politica di parte. E se Casini non poteva mettersi d’impegno in tale ruolo, certamente Fini ne aveva il dovere. Il dovere di argine etico, il dovere di mentore valoriale, il dovere di guardiano sociale. Caro Economist, numeri a parte, riparati meglio dal vento italiano dell’ovest.

    franco amarella

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