Caro Marizza, la democrazia è certo imperfetta ma qual è l’alternativa?
18 Settembre 2009
di Redazione
Il generale Giovanni Marizza, prestigioso ufficiale di Stato Maggiore, nell’articolo pubblicato sull’’Occidentale’ del 29 agosto u.s,’Democrazia imperfetta: gli aspetti negativi delle consultazioni elettorali’, ha voluto portare—‘absit iniuria verbis–il suo’granello di sabbia’ al dibattito in corso sulla crisi della democrazia. “Diceva Churchill—esordisce—che la democrazia è la peggiore forma di governo, fatta eccezione per tutte le altre. L’arguto statista intendeva dire in realtà che la democrazia è il non plus ultra, ma i suoi difetti sono molteplici. E le elezioni, che della democrazia sono la più alta espressione, non sfuggono certo a questa regola”.
L’elenco degli “aspetti negativi” è piuttosto nutrito ma gli esempi addotti non sono sempre convincenti. Che il partito comunista in Ungheria abbia preso il 17% dei voti e sia andato al potere per l’intervento dell’Unione Sovietica, la potenza occupante, è forse la dimostrazione dei difetti dell’elezione? Per la verità, avrebbe dato piuttosto da pensare un diverso esito elettorale, la vittoria del partito stalinista magiaro, nonostante l’invasione ‘liberatrice’ sovietica!
Né si vede, francamente, la meraviglia per il fatto che i paesi dell’Est, che subirono una sorte analoga, si autodefinissero ‘democrazie popolari’. La democrazia, infatti, è la sovranità del popolo e, in quanto tale, legittima tutti i governi, anche quelli totalitari e autoritario-plebiscitari, che a quel principio si richiamano. E’ superfluo far rilevare che la ““democrazia” che aveva in mente Churchill non aveva nulla a che fare con le repubbliche ‘popolari’: il termine, per lui, designava uno ‘stile politico limitato’, caratterizzato dalla selezione dei governanti affidata al voto popolare, dalla divisione dei poteri, e da una costituzione reale (anche non scritta) garante di diritti dei cittadini non manipolabili. Certo come tutte le istituzioni che distinguono lo stato moderno da quelli d’’antico regime, lo ‘strumento elettorale’ non opera nel vuoto: la ‘political culture’, gli assetti sociali, i costumi, le pratiche civili ne condizionano l’efficacia ma questo vale non solo per le elezioni. Se in un territorio in mano ai trafficanti di droga, la competizione democratica tra i partiti è una farsa, non si vede perché debbano essere una cosa seria le sentenze di tribunale, il mantenimento dell’ordine pubblico, l’istruzione scolastica etc.
Marizza ricorda, nella storia italiana, i casi di elezioni manipolate ma anche qui si avvale di esempi impropri. “I plebisciti-farsa con cui venne legittimata l’annessione al regno d’Italia degli Stati preunitari, con due urne sorvegliate dai soldati e collocate nelle piazze dei villaggi, una per il ‘sì’e una per il ‘no’,e chi si avvicinava a quella del ‘no’ se gli andava bene veniva bastonato”, in realtà, ad onta delle violenze (peraltro esagerate, nel ‘Gattopardo’ non ne fa menzione il guardacaccia legittimista) vanno ricordati per il loro valore simbolico. Non erano competizioni all’interno di un ‘regime politico’ ma atti di fondazione della ‘comunità politica’e come tali non rientravano nel modello che aveva in mente Churchill.
Diverso il caso del referendum istituzionale, che Marizza ritiene manipolato. Qui non era in gioco la ‘comunità politica’ ma la ‘forma dello Stato’ e se è vero che ci furono brogli (il milione di voti che Romita aveva nel cassetto) è anche vero che, come disse saggiamente Umberto II, una repubblica poteva vincere ‘ai punti’ ma una monarchia no, pena la sua delegittimazione agli occhi di quasi la metà degli italiani.
Le elezioni, i certi casi, possono spianare la via del potere ai movimenti totalitari, rileva Marizza tirando fuori quegli scontati ‘assi nella manica’ che sono la vittoria del listone fascista negli anni venti e del partito nazionalsocialista negli anni trenta. Sennonché quelle vicende cosa dimostrano se non l’inadeguatezza degli ufficiali di bordo, del comandante e del timoniere a guidare, tra le tempeste, la nave della democrazia? Le ‘forme di governo’—e quella del ‘demos’ non fa eccezione—si collocano sul piano della ‘politica’ ma, accanto, a fianco o al disopra della politica, ci sono la ‘società civile’,l’economia, la ‘cultura’– in un senso antropologico, che ricomprende anche le credenze religiose—la costellazione di potere internazionale: solo chi ingenuamente confida nell’onnipotenza della classe politica (siamo il paese del “piove, governo ladro!”) può pensare che la crisi del parlamentarismo italiano e la fine della Repubblica di Weimar dimostrino i virus letali annidati nella ‘peggiore forma di governo fatta eccezione per tutte le altre”.
Le divisioni laceranti si possono sanare ricorrendo al metodo del ‘contare le teste’ in paesi segnati da secoli di tolleranza e di liberalismo, in cui i ‘valori comuni’ si riverberano negli stili politici (anche indipendentemente dal suffragio universale) e fanno da assicurazione contro gli infortuni causati da competizioni troppo incandescenti, ma ,per quanto riguarda gli altri, è difficile dire quali contromisure potrebbero essere efficaci. In Germania, in mancanza di democrazia, chi avrebbe potuto arrestare Hitler? La screditata monarchia degli Hohenzollern? I vecchi Junker che, con il maresciallo Hindenburg, mostrarono quanto poco valesse la casta militare prussiana in situazioni di emergenza? Se al volante di una spider vado a sfracellarmi contro un albero, la colpa è mia o della vettura troppo potente e veloce? Fuor di metafora, invece della spider democratica, i tedeschi sarebbero dovuti tornare alla carrozzella dell’età premoderna? E quanti si sarebbero rassegnati al ‘passo indietro’, sociale e politico? Non certo le masse operaie, divise tra riformisti e spartachisti, o la borghesia delle professioni, uscita dall’Università riformata da Wilhelm von Humboldt!
Fin qui, si può anche ammettere, tutto è problematico ma c’è un punto dell’analisi di Marizza che lascia davvero perplessi. Ed è l’amarezza con cui rievoca il rifiuto dei Norvegesi di far parte dell’Europa’(1972 e 1994) e la bocciatura della carta costituzionale europea da parte dei francesi e degli olandesi, nel 2005, e degli irlandesi nel 2008. Sennonché, per chi abbia letto il saggio dell’ambasciatore Alberto Indelicato,’Eurolandia contro l’Europa’ (Edizioni Settecolori),quelle scelte ‘antieuropee’ avevano, per lo meno, la stessa legittimità delle scelte pro Europa respinte dagli elettori . Buone ragioni da una parte, buone ragioni dall’altra e, in questi casi, cosa c’è di meglio che chiedere alla gente quel che pensa e quel che vuole?
Non mi soffermo sulle calamità naturali e sugli atti terroristici che possono cambiare i risultati prevedibili di una competizione elettorale. Mi chiedo soltanto perché considerare irrazionale la sconfitta di un ministero che abbia mostrato la sua imperizia nel fronteggiare le sfide ambientali e gli attentati alla sicurezza dello Stato. Quella sezione di elettorato che è stata determinante per la sconfitta del partito per cui aveva deciso di votare si è comportata in modo irrazionale? Non riesco a seguire il ragionamento come non riesco a capire cosa ci sia di scandaloso se in una votazione il 30 % dell’elettorato decida per il 70%. Ove a tutti fosse stata offerta la possibilità di competere e di scegliere la lista più congeniale, una scarsa affluenza alle urne—penso a un referendum—sarebbe il segno che la posta in gioco interessa solo una minoranza mentre lascia indifferente la maggioranza (se così non fosse, in positivo o in negativo, questa non si asterrebbe).
Quanto alle elezioni afghane e a quelle che si svolgono in paesi in cui il voto porta allo scoperto ed esaspera le linee etniche, religiose etc. cosà dire se non che la democrazia liberale è un ‘regime politico’ che funziona bene solo in un contesto geopolitico che vede nello stato moderno il garante dell’ordine e del superamento, nei diritti di cittadinanza, le fratture del ‘mondo antico’ ovvero della “tradizione” in senso forte?
Sul leit motiv dell’”a parte questo, tutto va ben Madama la Marchesa”, Marizza scrive che “in conclusione dobbiamo ammettere che sì, le elezioni vengono disattese, vengono manipolate, legittimano gli estremisti, rallentano l’integrazione europea, vengono influenzate dagli atti terroristici, falsano il quadro strategico, sono un fattore frenante delle decisioni importanti, falsano il quadro politico, distorcono i principi base della democrazia, allontanano i cittadini dalla politica, si prestano alle interpretazioni più spudorate, non sono esportabili…ma per tutto il resto funzionano benissimo”. Insomma ci presenta il catalogo di tutte le critiche rivolte alla democrazia…da appena duecento anni, se non da due millenni—se si pensa alle opere politiche di Platone, di Aristotele, di Cicerone.
Se la penna del generale non fosse intinta nell’inchiostro dell’ironia e del divertissement, sarebbe assai poco rassicurante la valutazione che della democrazia fa un ufficiale di Stato Maggiore. I diversi capi d’imputazione del suo ‘j’accuse’, comunque, non si sottraggono affatto alle controrepliche. Vediamoli.
a. Le elezioni “vengono disattese e manipolate”? In parte certamente, ma quali altre forme di lotta per il potere escludono manipolazioni e colpi bassi e perché quelli associati al voto popolare sarebbero i più temibili?
b. “Le elezioni legittimano gli estremisti?” Come s’è detto, sono i fattori strutturali—società, economia, cultura—che rendono più violenta la lotta per il potere. Quando i cleavages sono insuperabili, forse il pugno di ferro di Tito o di Pinochet potrebbe riportare la quiete pubblica ma la disponibilità a pagarne il prezzo, in termini di libertà civili e politiche, non può essere data per scontata per tutti i cittadini penalizzati dall’insicurezza collettiva.
c. Le elezioni “rallentano l’unità europea?” E con ciò? Il dio della Storia e del Progresso non ci ha certo imposto il sostegno a “questa Europa’”, all’Europa dei burocrati, che diventa un fantasma quando si tratta di partecipare al governo del pianeta e lascia agli altri il tremendo onere.
d. Le elezioni “vengono influenzate dagli atti terroristici”? Difficile non concordare ma non va dimenticato che il successo di quegli atti ,per molti cittadini, prova che lo Stato cui hanno affidato il rispetto dell’ordine e della legge è stato impari al suo compito e che pertanto ne vanno cambiate le guide.
e. Le elezioni “sono un fattore frenante delle decisioni importanti”? Può darsi ma i liberali dell’Ottocento non avevano elogiato il bicameralismo proprio perché vedevano in esso “un fattore frenante delle decisioni importanti”? Evidentemente s’erano sbagliati sulla ‘fretta‘ delle democrazie…
f. Le elezioni “falsano il quadro politico”? Chi lo afferma ripropone lo stesso stile di pensiero che in altri tempi teorizzava l’opposizione tra ‘paese reale’ e ‘paese legale’ ma dovrebbe indicare quali altre modalità di attivazione politica dei cittadini rispecchierebbero più fedelmente il “quadro politico”.
g. Le elezioni “distorcono i principi base della democrazia e allontanano i cittadini dalla politica”? Ancora una volta, ci si chiede, vi sono altre ‘forme di governo’ che non distorcono i “principi base della democrazia” e non “allontanano i cittadini dalla politica”? E quali sono?
h. Le democrazie “non sono esportabili”? Anche qui tutto dipende dalle comunità politiche e dalla loro storia. Nella Germania e in Giappone, l’esportazione riuscì, in altri paesi no…E’ questo che andrebbe spiegato.
Angelo Panebianco, nel suo editoriale del ‘Magazine—Corriere della Sera’ del 17 settembre u.s., ‘Macché post-democrazia’, ha scritto che la democrazia è una”imperfettissima forma di governo in cui le élites competono per il consenso di cittadini-elettori, i quali ultimi sono dotti di un insieme di diritti di libertà di cui possono fare l’uso che preferiscono). Essa non ci rende uguali, non azzera le disuguaglianze in termini di potere e di influenza. E‘ una forma di governo il cui scopo è dirimere le controversie con il voto anziché con la violenza. E vi pare poco? Certo la ‘qualità’(comunque concepita e misurata) della democrazia varia da Paese occidentale a Paese occidentale. Ma allora è di qualità della democrazia che si deve parlare”.
Scherzare con le ‘forme di governo’ è scherzare col fuoco. Nel mondo tutto è imperfetto, insoddisfacente, precario ma l’”etica della responsabilità” richiesta a chi si interessa di politica prescrive che ogni (legittima) critica di una istituzione sia seguita dall’indicazione concreta di ciò che si dovrebbe fare per porre rimedio ai suoi ‘effetti perversi’. Altrimenti ‘si fa dell’accademia’ che non serve a nessuno, specie nei momenti di crisi.
