Chiudere Guantanamo va bene, ma come?

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Chiudere Guantanamo va bene, ma come?

31 Gennaio 2009

Negli Stati Uniti prosegue il dibattito sul futuro della prigione speciale nella base navale statunitense a Guantánamo Bay, Cuba, in attività da oramai sette anni. La decisione del Presidente Barack Obama di voler porre fine ad ogni genere di tortura, nonché la volontà di chiudere Guantánamo nel corso del proprio mandato e la recente sospensione dei processi ai suoi detenuti speciali hanno suscitato il plauso di vari gruppi internazionali per la difesa dei diritti umani e di numerosi personaggi appartenenti al mondo della politica, della stampa e dello spettacolo in tutto il mondo.

Al di là dei facili entusiasmi, la questione si dimostra molto complessa. Le prigioni speciali si propongono di operare come punizione e deterrente per gli atti di terrorismo perpetrati negli Stati Uniti e nel mondo, interrogando e trattenendo i sospettati di azioni, legami o assistenza verso organizzazioni che mettono a repentaglio la sicurezza nazionale statunitense. Al momento, l’esistenza di luoghi di detenzione per presunti combattenti e militanti di organizzazioni terroristiche è legittima secondo il Patriot Act approvato dall’Amministrazione Bush il 24 ottobre 2001.

Molti negli USA difendono ancora oggi le prigioni speciali ed i metodi adottati dai loro responsabili – spesso in palese contraddizione con i dettami della Convenzione di Ginevra – sulla base di considerazioni utilitaristiche: lo studioso neoconservatore David Frum, ad esempio, argomenta come la sospensione dell’habeas corpus da parte delle autorità militari statunitensi, anche senza disporre di prove certe, diviene lecita nel momento in cui si considerano le circostanze eccezionali della guerra al terrorismo. È pertanto la natura asimmetrica delle nuove guerre che impone di impiegare preventivamente ogni mezzo, dalle condizioni di isolamento estremamente rigide in cui vengono tenuti i prigionieri alle tecniche talvolta brutali con le quali vengono condotti gli interrogatori, piuttosto che rischiare di subire una strage terroristica con milioni di vittime.

L’impegno di Barack Obama appare piuttosto volto a coniugare l’interesse nazionale statunitense con i diritti umani individuali e i trattati multilaterali che li tutelano. Il Presidente ha da un lato confermato l’imprescindibile legame tra politica e forme efficaci di intelligence che utilizzano strategie all’avanguardia e tecniche non convenzionali; d’altro canto, si dimostra disposto a seguire la linea già proposta da John McCain, il quale ha affermato che la lotta al terrorismo deve portare all’elaborazione di una “nuova comprensione internazionale” in grado di creare disposizioni per gestire detenuti presumibilmente pericolosi, che tuttavia non comprometta la difesa dei diritti inalienabili sui quali l’America è fondata. Negli ultimi anni, McCain ha più volte ribadito che gli Stati Uniti non devono in nessuna circostanza ricorrere alle torture, né negare ai prigionieri della guerra al terrorismo un giusto processo di fronte alla legge: la legge deve infatti restare sempre e comunque uguale per tutti gli uomini, proprio in virtù del fatto che i principi fondanti dell’America sono ritenuti necessariamente universalizzabili. Gli USA non possono dichiarare di agire a sostegno di nozioni universali come la libertà, la giustizia e la dignità umana, e poi non applicare questi stessi valori ai loro nemici – per quanto deplorevoli i loro atti.

Questa è la volontà politica secondo la quale intende muoversi anche Barack Obama. Nel concreto però gli interrogativi che il nuovo Presidente dovrà affrontare riguardano problematiche complesse, che spaziano dalla gestione degli interrogatori dei sospetti di terrorismo, ritenuti in possesso di informazioni vitali per la sicurezza dell’America e di tutto l’Occidente; all’individuazione di una dinamica efficace e nel contempo legittima per gestire i processi; ed infine, la predisposizione di luoghi e regimi carcerari appropriati per la detenzione dei colpevoli.

Per quanto concerne la gestione degli interrogatori, la linea al momento più comune è quella definita monstering: in mancanza di linee guida incontestabili, si ritiene moralmente ammissibile un interrogatorio solo se chi lo conduce accetta di sottoporsi allo stesso trattamento del sospettato. L’esempio più comune è la privazione del sonno: al sospettato è concesso di riposarsi solo per poche ore, ma così è anche per chi lo interroga: la privazione è ammissibile solo se sono entrambe a soffrirne (viene dunque esclusa la possibilità che un detenuto venga interrogato da individui diversi). Il problema del monstering è che questo principio può, secondo un’interpretazione particolare e soggettiva, giungere a legittimare il waterboarding – la procedura di finto annegamento – poiché si tratta di una tecnica che molti membri delle forze speciali statunitensi subiscono nel corso del proprio addestramento SERE (Survival, Evasion, Resistance, and Escape), e che si sentono quindi legittimati ad infliggere anche ai prigionieri. Ciò nonostante, a prescindere da qualsiasi giudizi di merito, è quasi certo che durante l’Amministrazione Obama si abbandonerà il monstering a favore di una maggiore regolamentazione delle tecniche ritenute ammissibili durante gli interrogatori, e ad un ridimensionamento della libertà decisionale di chi conduce l’interrogatorio stesso.

La questione riguardante le modalità più appropriate per condurre i processi dei sospetti di terrorismo è tornata alla ribalta dopo che Khalid Sheikh Mohammed, uno tra i principali organizzatori dell’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre, si è dichiarato colpevole davanti alla Commissione Militare statunitense chiedendo di essere condannato alla pena di morte. Il giornalista David Rittgers argomenta persuasivamente come Mohammed stia tentando di infliggere all’America una profonda ferita tramite una battaglia legale (lawfare), ovvero che voglia creare una “zona grigia” tra le leggi di guerra e quelle dello Stato di diritto dove chi è sotto processo non può che immolarsi alla volontà di chi dispone di lui arbitrariamente – e dunque ingiustamente. Nemmeno un processo gestito dalla Foreign Intelligence Surveillance Court (FISC), che si occupa della sorveglianza degli agenti segreti stranieri, sarebbe secondo Rittgers completamente appropriato: se il terrorista venisse effettivamente condannato a morte da una commissione militare o speciale, in un processo a porte chiuse e senza giuria, verrebbe presumibilmente considerato un martire o quantomeno una vittima, e gli Stati Uniti apparirebbero ancora una volta all’opinione internazionale come cowboys disposti a rinnegare le proprie leggi ed i propri valori come e quando reputano opportuno. Un’effettiva pratica di counter-lawfare dovrebbe prevedere piuttosto, secondo Rittgers, processi gestiti da corti federali: qui i cittadini americani potrebbero realmente giudicare l’operato dei terroristi secondo procedure consolidate e trasparenti, e le varie informazioni classified verrebbero fornite in versione riveduta (lo prevede anche il Classified Information Procedures Act), affinché anche gli interessi del governo e le fonti di intelligence siano tutelati.

Infine, circa i luoghi di detenzione, il timore degli americani – al di là di ogni appartenenza politica – è quello di vedere prigionieri condannati per atti terroristici rinchiusi in penitenziari comuni, magari nei pressi delle loro abitazioni. Seppur l’opzione di raggruppare un consistente numero di terroristi in un’unica struttura – sia essa di natura militare come Fort Leavenworth, o civile – appaia comunque eccessivamente rischiosa, anche ripartire i vari detenuti nelle carceri americane risulterebbe una scelta estremamente impopolare che scatenerebbe le proteste dei cittadini. Secondo la maggioranza dei civili, la presenza di terroristi nelle immediate vicinanze mette una comunità a rischio di evasioni, attentati, ed in generale pregiudica la loro sicurezza.

Non è ancora chiaro se Obama intenda considerare seriamente l’ipotesi palesata anche dal nostro Ministro degli Esteri Franco Frattini, che prospetta di accogliere i terroristi in varie prigioni europee. L’Europa non si tirerebbe certo indietro di fronte alla possibilità di assistere gli USA nella detenzione dei terroristi – ancor più se si considera che molti di essi, nei loro paesi d’origine, rischierebbero la vita o quantomeno condizioni di detenzione inumane, e dunque sarebbe contrario alla Convenzione di Ginevra autorizzarne il rimpatrio. Obama dovrà valutare quanto il giudizio dell’opinione pubblica americana possa e debba influire sull’ipotesi di trasferimento dei terroristi in prigioni europee – notoriamente meno sicure rispetto a quelle statunitensi, e dal regime meno duro – evitando però di mettere a repentaglio la propria sicurezza nazionale e quella di tutto l’Occidente.