Controindicazioni del peace-keeping: attenti alla fuga dei cervelli

Dona oggi

Fai una donazione!

Sostieni l’Occidentale

Controindicazioni del peace-keeping: attenti alla fuga dei cervelli

08 Agosto 2009

L’Afghanistan è un impegno a lungo termine!” Ecco la frase che più frequentemente si legge e si sente pronunciare nelle dichiarazioni, nei comunicati, nei briefings e in ogni discorso sulla crisi afgana. Ed è proprio qui che sta l’inghippo: nel “lungo termine”.

Avevamo già affrontato il problema delle crisi che non finiscono mai (si veda “Le crisi moderne sono diventate perpetue, come risolverle?”) e avevamo cercato di dare una spiegazione a questo ingombrante fenomeno. Alle ragioni individuate, però, benché tutte valide, ne va aggiunta un’altra di non poco conto: il peacekeeping causa la fuga all’estero dei migliori cervelli del Paese che dovrebbe venire “aiutato”. Vediamo come.

La prima fase della stabilizzazione inizia immancabilmente con l’arrivo del quartier generale dell’organizzazione internazionale – o della coalizione – responsabile dell’operazione nella capitale del Paese interessato. Tipici, a questo proposito, sono i “carrozzoni” dell’ONU che dapprima si presentano con le loro avanguardie e successivamente si radicano nella capitale occupando palazzi, dependances, uffici, alloggi, ville, villette, mega-aree di parcheggio per i loro automezzi bianchi con l’acronimo della missione scritto sulle portiere. Sono scene che abbiamo visto e continuiamo a vedere a Sarajevo, a Pristina e altrove. Nessuno o quasi dei funzionari, impiegati e burocrati conosce la lingua locale, ragion per cui si presenta immediatamente la necessità di reclutare schiere di interpreti.

Ed ecco la seconda fase: la capitale, sede del mega-comando, attira i cervelli locali dalla periferia del Paese. Pazienza finché si tratta di studenti-lavoratori o di geometri disoccupati, ma purtroppo nella gran parte dei casi si tratta di insegnanti che abbandonano i loro scolari all’ignoranza, di ingegneri che abbandonano i loro progetti e, soprattutto, di medici che lasciano i loro assistiti in balìa delle malattie. Che colpa hanno loro se un interprete dell’ONU guadagna trenta volte di più di un medico di campagna? Più che la pietà poté il digiuno: gli alti stipendi attirano queste persone acculturate che si adattano a fare gli interpreti (oggi a Kabul la professione di origine della maggior parte degli interpreti che lavorano per ONU e NATO è proprio quella di medico). Insomma si tratta di un “brain drain” interno che impoverisce la periferia del Paese. Periferia che già prima non se la passava bene.

Arriva poi la terza fase, quella più pericolosa: il “brain drain” esterno. In questa fase i cervelli, venuti a conoscenza dai loro datori di lavoro dello stile di vita esistente altrove, fuggono dalla capitale verso l’estero, soprattutto verso gli stessi Paesi occidentali che forniscono il personale civile ed i contingenti militari all’ONU, alla NATO o alla UE. E’ questo, per fare un esempio di ieri, il caso degli interpreti impiegati presso il comando della missione NATO in Albania dieci anni fa: personaggi di elevata intelligenza e cultura che oggi vivono tutti in Italia, magari in seguito a vicende sentimentali con personale conosciuto in virtù della missione stessa. E’ questo, per fare un esempio di oggi, il caso dei controllori di volo afgani impiegati nell’aeroporto di Kabul. Una volta venuti a conoscenza dell’entità delle remunerazioni di un controllore di volo in Inghilterra, Germania o Ungheria, fanno di tutto per andare a fare lo stesso mestiere a Londra, Berlino o Budapest.

A questo punto il ciclo perverso continua all’infinito: più dura la missione e più sono i cervelli che fuggono all’estero, impoverendo sempre di più intellettualmente e materialmente il Paese e rendendolo sempre meno in grado di provvedere a se stesso. E’ l’esatto opposto di ciò che ci eravamo prefissi.

Cosa bisognava fare invece? Semplice: in caso di imposizione della pace, causare il “regime change” (vale a dire: favorire la vittoria dell’Alleanza del Nord in Afghanistan e la contemporanea cacciata dei talebani) e andarsene immediatamente. Nel caso di mantenimento della pace, invece, limitare la presenza straniera al minimo.

Nella storia degli interventi umanitari e di peace-keeping dopo la fine della guerra fredda, l’unico caso di successo è rappresentato dalla missione ONUMOZ in Mozambico all’inizio degli anni Novanta dello scorso secolo. In quell’occasione l’ONU non si è insediata solo nella capitale Maputo ma ha istituito immediatamente un’organizzazione decentrata per raggiungere ogni angolo del Paese, stabilendo comandi subordinati a Beira, a Chimoio, a Tete, a Nampula fin dall’inizio dell’operazione. Realizzando un chiaro programma dai tempi il più possibile serrati, sono state ricostruite le forze armate, è stato avviato lo sminamento del Paese, sono state create le condizioni per il rientro dei profughi e sono state organizzate le prime elezioni. Dopo un anno dall’inizio della missione, non solo la fuga dei cervelli non c’è stata, ma – al contrario – si è innescato un meccanismo virtuoso che ha riportato in patria centinaia di migliaia di profughi dai Paesi vicini. E dopo due anni dall’inizio della missione, non c’era più un soldato straniero sul suolo mozambicano. Oggi quel Paese è tornato ad essere pacifico e normale.

Ma invece di imparare dalle missioni giuste, sembra proprio che continuiamo a riproporre quelle sbagliate e nei briefings, nei discorsi, nei comunicati e nelle dichiarazioni continua a riecheggiare sinistra la solita triste frase: “This is a long term commitment!”. Anziché provocare la fuga dei cervelli altrui, perché non cerchiamo di utilizzare i nostri?