14 Giugno 2022


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Draghi, il gas di Israele e le questioni di frontiera

Draghi, il gas di Israele e le questioni di frontiera

Il presidente Draghi è in Israele perché la priorità per l’Italia e per l’Europa adesso è diversificare le fonti di approvvigionamento energetico rendendosi più indipendenti da Mosca. Non a caso la visita a Gerusalemme arriva dopo quella a Washington e precede quella prevista in Turchia con Erdogan. La partita che si gioca nel Mediterraneo sul gas è essenziale per il nostro Paese in un momento in cui per forza di cose la proiezione delle democrazie occidentali è tutta verso l’Ucraina che resiste a Putin.

Il gas di Israele

Israele ha il Leviatano, il più grande giacimento di gas nel Mediterraneo, vicino a quello egiziano di Zohr scoperto da Eni. Ci sono diverse ipotesi su come il gas israeliano potrebbe arrivare in Europa. Via nave, sfruttando gli impianti di liquefazione in Egitto, che sarebbe la strada più vantaggiosa come tempistica. C’è l’ipotesi del gasdotto Eastmed, finanziato dalla Ue ma che non convince gli Usa.

Da Eastmed è rimasta tagliata fuori la Turchia che a sua volta potrebbe essere un altro percorso ragionevole nelle rotte energetiche verso la Ue. Se non fosse che in quest’ultimo caso sul tavolo c’è l’affidabilità di Erdogan verso i Paesi europei. Certo, da solo il gas di Israele non sarà sufficiente. La diplomazia della energia europea deve percorrere quante più strade possibili e per l’Italia è aperto il discorso sul raddoppio del Tap, e più in generale del corridoio meridionale.

Questioni di frontiera

C’è però un’altra riflessione da fare. La diversificazione energetica per l’Europa nel Mediterraneo orientale incrocia le grandi questioni di frontiera aperte tra Israele e i Paesi del mondo arabo e islamico che la circondano, dal Cairo ad Ankara. Dai tubi dei gasdotti non transita solo gas ma qualcosa di più profondo e immateriale. La possibilità di investire sulle vie della diplomazia e della cooperazione, e in buona sostanza della pace nel Mare Nostrum.

Quei tubi, simbolicamente, potrebbero essere non solo un legame di natura economica, ma un ponte politico, culturale in grado di far progredire le relazioni tra i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Da qui l’importanza del viaggio di Draghi in Israele e della prossima tappa ad Ankara. Per troppo tempo, perlomeno dalla guerra in Libia, chi ha guidato l’Italia è stato rinunciatario rispetto al ruolo che il nostro Paese può interpretare per ragioni storiche e geografiche nel Mediterraneo. Sono stati commessi molti errori. Il viaggio in Israele di Draghi è il primo di un presidente del consiglio italiano da anni.

Chissà che allora, nel contesto della partita sul gas per smarcarsi da Mosca, l’Italia non ritrovi la centralità mediterranea che non può perdere