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Dunque se ne va l’ultimo dei dorotei

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E se avete l’avventura di frequentare uno di quegli strani bar dello sport tecnologici meglio noti come social network, scoprirete che a rimpiangerlo saranno veramente in pochi. Fatevi un giro su facebook e capirete.  Ma è da un po’ che l’ironia su Uolter si spreca, a destra e a sinistra.

“Walter santo subito” comparve su uno striscione neanche un’ora dopo la disfatta nella corsa per il Campidoglio. Da allora il popolo del centro-destra ha considerato Veltroni il miglior leader possibile per un centro-sinistra da strapazzare. Nel frattempo a sinistra prendeva corpo la caricatura del politico “indeciso a tutto”, “l’amerikano mai stato comunista”, tutto Hollywood e figurine Panini. La sintesi, geniale e fulminante, viene ancora da sinistra: “ma anche”.

Ora è fuor di dubbio che Veltroni sia il leader naturale e indiscusso del “ma anche”, una visione alla politica –ma anche della vita- che non nasce con lui e con lui non morirà. Nella prima repubblica fu il doroteismo a rappresentare e a praticare, con non pochi successi per i suoi affiliati, questa stanca liturgia. Liturgia che pretende di ridisegnare equilibri e schieramenti partendo dalla centralità del sommo sacerdote. Così Veltroni, l’ultimo dei dorotei, si è posto al centro nella convinzione di divenire, solo per questo, centrale. Non è stato così. L’antica formula ha perso i magici poteri: nella seconda repubblica la centralità è determinata dalla capacità di proporre soluzioni alternative. Lo chiamano bipolarismo e qualcosa dovrà pur significare.

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