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Il ricordo di un amico americano

Francesco Cossiga: un grande spirito italiano

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Il presidente emerito della Repubblica italiana Francesco Cossiga, 82 anni, è morto martedì 17 agosto nell’ospedale romano dove aveva passato la sua ultima settimana entrando e uscendo dal coma, incapace di respirare senza assistenza. È stato uno dei più vivaci politici italiani e ha occupato numerose posizioni chiave nel governo, tra cui quella di ministro dell’Interno e di presidente del Consiglio, in momenti davvero difficili negli anni Settanta e Ottanta.

Quando vivevamo a Roma ho avuto modo di conoscere piuttosto bene Cossiga, il quale gestiva una sorta di associazione gastronomico-intellettuale in cui molti dei più importanti storici, filosofi, uomini d’affari e artisti del paese si riunivano all’insegna dell’ottimo cibo e di conversazioni piacevoli e aperte. Ricordo che organizzava quelle serate ogni due o tre settimane e io ebbi la fortuna di partecipare a molte di esse. Fu sempre molto generoso con il suo tempo, e penso di essere uno dei pochi americani che lo abbiano conosciuto bene. Durante il periodo in cui il suo amico Aldo Moro era tenuto prigioniero dalle Brigate Rosse, Francesco soffrì terribilmente. A quei tempi passai insieme a lui un’intera giornata: raramente mi è capitato di vedere un uomo in preda a una simile angoscia. Si sentiva personalmente colpevole del destino di Moro e, quando i terroristi lo assassinarono, Cossiga – con un atto raro per un uomo al potere – se ne assunse immeditatamente la responsabilità e rassegnò le dimissioni.

Era democristiano e profondamente religioso. Amava andare a messa nella stupenda chiesa di Santa Maria in Trastevere e non mi ha sorpreso che abbia lasciato disposizioni molto dettagliate per il proprio funerale (privato, nella natia Sardegna) e per la sepoltura (a Sassari, accanto a suo padre). Per lui, nessun funerale di stato.

Cossiga è stato una rarità sotto molti aspetti. Un outsider, come molti sardi a Roma. Aveva un grande senso dell’umorismo. Era un serio studioso della storia. Era un anglofilo: scriveva e parlava correntemente l’inglese, cosa che lo distingueva dalla maggior parte dei suoi colleghi. E, come dimostra la storia del suo piccolo “salotto”, era amante della buona conversazione nonché, ovviamente, della buona tavola e del buon vino.

Da primo ministro, cercò di conquistare l’appoggio americano alla “normalizzazione” con il Partito comunista italiano. Ritengo che l’abbia fatto perché Moro aveva per lungo tempo sostenuto che fosse al tempo stesso una cosa buona e inevitabile per l’Italia, ma forse anche perché lo credeva. In ogni caso, durante la presidenza Carter organizzò un viaggio a Washington per due importanti membri del Partito comunista per colloqui con il “governo ombra” di pensatori e scribacchini. Fu un fiasco.

Poi, durante la presidenza Reagan, Cossiga fu uno dei leader dell’accettazione italiana dei Pershing che rovinarono il piano dei sovietici d’intimidire l’Europa con i loro potenti missili. I tedeschi avevano detto che avrebbero schierato i missili Pershing se almeno un’altra nazione dell’Europa continentale avesse fatto lo stesso. Lavorando congiuntamente con il primo ministro Craxi, Cossiga convinse il Parlamento a votare “sì”.

Negli ultimi anni si era conquistata una reputazione di eccentricità ed era diventato uno dei leader politici più schietti e più amati del paese. Sono sicuro che oggi, in tutto il panorama ideologico, il dolore sia grande. Francesco ha agito bene, dimostrando buon carattere, grande spirito e serietà di pensiero. Di leader così non ce ne sono molti.

© Faster, Please!
Traduzione Andrea Di Nino

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1 COMMENT

  1. Uomini di grande spirito
    Dear Sir M. A. Ledeen,

    condividendo sotto il profilo umano la Sua efficace descrizione della sofferenza personale di Francesco Cossiga in morte di Aldo Moro e la dignità istituzionale con la quale egli si dimise dopo il rinvenimento del cadavere del Presidente della Democrazia Cristiana, desidero segnalare, per quanto nel Suo caso non ve ne sia alcuna necessità, che il nostro Paese ha avuto la fortuna di esprimere, anche in altre epoche storiche, uomini di grande spirito. Giuseppe Garibaldi, per esempio, fu anch’egli uomo d’incisiva azione ed ebbe motivo di regolarsi come Francesco Cossiga in merito alle disposizioni per le proprie esequie (in entrambi i casi disattese dai superstiti) e per utilità di seguito ne allego il testo. Tuttavia la differenza sostanziale risiede ne fatto che in Italia esistono potenti lobbies che considerano Giuseppe Garibaldi alla stregua un bandito, mentre nel caso di Francesco Cossiga tale ignominosa qualifica viene utilizzata solo da sparuti gruppi di dissidenti. Entrambi sono sepolti in Sardegna.

    TESTAMENTO POLITICO DI GIUSEPPE GARIBALDI
    Ai miei figli, ai miei amici, ed a quanti dividono le mie opinioni, io lego:
    l’amore mio per la libertà e per il vero; il mio odio per la menzogna e la tirannide.
    Siccome negli ultimi momenti della creatura umana, il prete, profittando dello stato spossato in cui si trova il moribondo e della confusione che sovente vi succede, s’inoltra e mettendo in opera ogni turpe stratagemma, propaga con l’impostura in cui è maestro, che il defunto compi, pentendosi delle sue credenze passate, ai doveri di cattolico.
    In conseguenza io dichiaro, che trovandomi in piena ragione oggi, non voglio accettare in nessun tempo il ministero odioso, disprezzevole e scellerato d’un prete, che considero atroce nemico del genere umano e dell’Italia in particolare.
    E che solo in istato di pazzia o di ben crassa ignoranza, io credo possa un individuo raccomandarsi ad un discendente di Torquemada.
    (Da: G. Sacerdote, La vita di Giuseppe Garibaldi Milano, Rizzoli 1933, p.938. L’autografo si trova nella busta 81 della raccolta Curatolo al museo del Risorgimento di Milano.)

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