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Gli equilibri del XXI secolo

Governance globale: quale ruolo per l’Europa tra Stati Uniti e Cina?

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Il mondo sta attraversando una fase di fondamentale cambiamento del potere geopolitico ed economico. Nel futuro prossimo, l’ascesa della Cina sarà avvertita fortemente sulla scena internazionale. L’era in cui la Cina si mostrava come uno “studente” che imparava dall’Occidente – o riceveva lezioni dall’Occidente – sta per giungere al termine. Sia gli Stati Uniti che l’Europa devono affrontare il fatto che il potere della Cina e la sua influenza mondiale stanno crescendo sempre di più. In una certa misura, la pace e la prosperità al giorno d’oggi dipendono dal modo in cui la Cina viene trattata, come una soluzione o come un problema, e dal modo in cui agisce di conseguenza. 

A tal proposito, vorrei affrontare tre questioni. La prima riguarda la mia valutazione del crescente potere economico della Cina e del suo impatto sul governo mondiale; la seconda riguarda quello che io considero un cambiamento strategico della politica degli Stati Uniti nei confronti della Cina; e la terza riguarda le nuove forze e le nuove dinamiche all’interno della Cina e le loro implicazioni nel mondo, in particolare in una Europa che ha bisogno di elaborare una forte strategia in grado di preservare la sua influenza internazionale ed evitare di essere emarginata. 

La crisi finanziaria mondiale e la continua ascesa della Cina
La crisi finanziaria mondiale ha colpito duramente la Cina. Il commercio estero ha subito un forte calo, migliaia di imprese ed aziende hanno chiuso i battenti, 20 milioni di lavoratori sono emigrati, più due milioni di neolaureati sono andati ad aumentare la cifra già gigantesca della disoccupazione  tra la forza lavoro. L’anno scorso il mercato azionario cinese ha perso il 65% del suo valore, una somma pari a 3 trilioni di dollari statunitensi, che ha rappresentato la peggior perdita rispetto ad ogni altro grande mercato azionario nel mondo. 

Ma strano a dirsi, la Cina non è solamente la prima grande economia a riprendersi, ma è anche riuscita ad emergere come la principale frontiera mondiale dello sviluppo economico. Solo pochi anni fa, molti analisti all’esterno della Cina erano convinti che la sua adesione alla WTO avrebbe inevitabilmente causato degli sconvolgimenti per le imprese di proprietà statale, con particolare riferimento alle banche commerciali cinesi. Questa visione cinica era comprensibile considerando che nel 1999 cattivi prestiti bancari rappresentavano il 40% del capitale delle banche di tutto il paese. Tuttavia, ad oggi la percentuale dei cattivi prestiti si è ridotta al 2-3%.  E come dato ancor più interessante, nel marzo 2009, delle dieci banche nella Top Ten mondiale in termini di valore sul mercato, quattro erano cinesi, inclusi i primi tre posti in vetta alla classifica. 

All’inizio di quest’anno mi trovavo a Shangai, ed ho trascorso un po’ di tempo nel nuovo porto Yangshan Deepwater. Come certamente saprete, dei primi dieci porti container al mondo, sette sono in Cina, mentre nessuno si trova in  Europa o in America. Il porto di Shangai diventerà presto quello principale nel traffico internazionale. Mentre ero alla guida sul ponte di 20 miglia, appena costruito, che conduce verso il porto Yangshan, e mi soffermavo a guardare tutte quelle scene di traffico e di grande movimento, ho iniziato a comprendere il motivo per cui un numero crescente di cinesi è convinto che il XXI secolo appartenga alla Cina.

 

Il cambiamento strategico della politica degli Stati Uniti nei confronti della Cina.
Sull’onda della crisi finanziaria mondiale, gli Stati Uniti si sono ritrovati a ricercare una cooperazione economica sempre maggiore con la Cina. Ad oggi, il PRC è il maggior creditore di obbligazioni americane (1 trilione di dollari) e il maggior detentore di titoli del tesoro statunitensi (24%). L’importanza della Cina, ovviamente, si estende ben oltre il regno dell’economia. Praticamente in ogni area essenziale per gli affari mondiali di oggi, gli Stati Uniti hanno bisogno della Cina per giocare un ruolo pro-attivo e costruttivo, a cominciare dalla Corea del Nord fino al Pakistan, dalla sicurezza energetica alla protezione ambientale, dai cambiamenti climatici alla neoproliferazione nucleare, dal governo globale al peace-keeping regionale, e dall’anti-terrorismo all’utilizzo pacifico dello spazio esterno. 

Una nuova importante tendenza nella Casa Bianca e nel Congresso a guida democratica è rappresentata dalla convinzione che gli Stati Uniti non debbano impartire lezioni alla Cina e debbano evitare di criticarla pubblicamente. Il segretario di Stato Hillary Clinton e la speaker Nancy Pelosi sono entrambe cambiate radicalmente di fronte alla politica della Cina. La Clinton aveva notoriamente fatto un appello per boicottare le Olimpiadi di Pechino dello scorso anno, mentre ora sembra sia diventata la portavoce dello Shangai Expo. Nancy Pelosi è stata in prima fila nel criticare i problemi dei diritti umani della Cina per almeno venti anni. Tuttavia, dopo una recente visita in Cina, ora Nancy Pelosi sostiene che il benessere economico e la protezione dell’ambiente dovrebbero essere considerati come diritti umani e, stando proprio alle sue parole, “la Cina ha registrato dei progressi davvero significativi in quei campi”. La decisione del presidente Barack Obama di non incontrare Sua Santità il Dalai Lama la scorsa settimana ha rappresentato un altro esempio della svolta della politica in atto. 

Ironicamente, a dispetto di ogni sorta di buona volontà verso la Cina da parte dei leader di Washington, e nonostante il nuovo concetto strategico americano denominato di “rassicurazione strategica”, i leader cinesi e la gente semplicemente non si fidano degli Stati Uniti. I cinesi definiscono la crisi finanziaria mondiale come una “crisi finanziaria guidata dagli USA”, in quanto questa situazione è stata percepita da gran parte dei cinesi come una cospirazione da parte degli Stati Uniti per contenere l’ascesa economica della Cina. Il cambiamento radicale nell’atteggiamento della Clinton e della Pelosi è andato a rinforzare questa impressione sulla teoria di una cospirazione americana contro Pechino.

E ancora ironicamente, la politica estera della Cina pesa in modo eccessivo sugli Stati Uniti. Secondo i leader cinesi solamente un altro paese – gli Stati Uniti – ha importanza per la Cina nel mondo d’oggi, visto che si tratta di un paese più potente. L’interesse esagerato di Pechino nei confronti degli Stati Uniti è evidente sotto molti aspetti: tra gli altri, basti considerare l’attenzione sproporzionata da parte della lobby di politica estera cinese nei confronti di Washington. Tuttavia, la diffidenza reciproca tra i due paesi di certo non sparirà nel breve periodo. 

Quale ruolo può giocare l’Europa?
Io credo che l’Europa abbia un grosso vantaggio: sebbene i cinesi attualmente possano non prestare sufficiente attenzione all’Europa, non la considerano un avversario strategico o una minaccia a lungo termine. Quindi, la diffidenza non è uno degli elementi principali nelle relazioni tra Cina ed Europa. Uno dei problemi più comuni nell’osservazione della Cina da parte europea, dal mio punto di vista, sta nel fatto che il modo di pensare basato su ideologia e convenzioni ci impedisce di riconoscere alcune dinamiche della Cina di fondamentale importanza. Questo spiega anche perché l’Europa non intenda ancora eliminare l’embargo alle vendite di armi alla Cina dovuto ai fatti di Tiananmen del 1989.

Lasciatemi evidenziare rapidamente solo due di queste importanti dinamiche in Cina: una riguarda la leadership e l’altra la classe media emergente. 

In Occidente molti hanno una visione cinica riguardo alle riforme politiche in corso guidate dal Partito Comunista Cinese, così come avevano già mille dubbi quando venti anni fa il PCC aveva dato inizio alla transizione del mercato. Non sembra dunque politicamente corretto augurarsi che il PCC abbia successo nel governare il paese. Ma dal mio punto di vista il Partito Comunista Cinese sta sottovalutando alcuni esperimenti politici molto importanti e potenzialmente di vasta portata. La Cina, ovviamente, è uno stato a partito unico, ma i leader di tale partito dominante non costituiscono un blocco monolitico con gli stessi valori, con visioni identiche del mondo esterno e con uguali preferenze politiche. L’attuale leadership cinese è strutturata sugli equilibri tra due grandi fazioni o coalizioni informali. Io sono solito definirla con la formula “Un Partito, Due Fazioni”. 

La prima fazione è quella dei “populisti”, mentre la seconda è quella degli “elitaristi”. Questi due gruppi rappresentano differenti classi socio-economiche e diverse regioni geografiche. Gli elitaristi rappresentano gli interessi delle regioni costiere (“gli stati blu” della Cina”), degli imprenditori e della classe media, mentre i populisti spesso danno voce alle preoccupazioni delle regioni interne (“gli stati rossi” della Cina) e rappresentano gli interessi degli agricoltori,dei lavoratori emigranti e delle fila più povere delle città. 

Gli elitaristi e i populisti hanno ognuno come priorità questioni assolutamente differenti. I primi sono più interessati a promuovere l’efficienza economica, a mantenere un alto tasso di crescita del PIL, e ad integrare ancor di più la Cina nell’economia mondiale. Le priorità dei populisti, d’altra parte, consistono nell’assicurare che più persone possano permettersi una casa e nello sviluppare una rete di sicurezza sociale, a cominciare dalla garanzia dei servizi sanitari di base. 

I cinesi sono soliti riferirsi a queste nuove dinamiche politiche nella leadership come ad una “democrazia intra-partito”. Questi sviluppi offrono alla gente delle scelte politiche di fronte alla ricerca di leader nel governo centrale in grado di rappresentare al meglio gli interessi di ciascuno attraverso i canali istituzionali, permettendo in tal modo una crescente partecipazione politica e una maggiore stabilità sociale. Nel lungo periodo, tutto ciò potrà contribuire alla creazione di una democrazia di tipo cinese. 

Lasciatemi concludere con un riferimento al fenomeno della crescita dinamica della classe media cinese. Un indicatore della recente ascesa di tale classe sta nel numero di carte di credito emesse. Nel 2003, tale numero si attestava a 3 milioni, mentre al 2008 è stata raggiunta la cifra di 150 milioni di carte, di cui 50 milioni emesse solamente nell’anno 2008. Questa presenza crescente non solo rappresenterà uno stimolo per la domanda interna della Cina, ma contribuirà anche a una sostanziale crescita economica a livello mondiale. Una crescita del genere della classe media cinese può essere vista sia come una sfida che come un’opportunità per l’Europa, e per il mondo esterno. E io penso che dovrebbe essere considerata più un’opportunità che una sfida. 

Traduzione Benedetta Mangano 

Intervento di Cheng Li, Direttore di Ricerca e Senior Fellow al John L. Thornton China Center della Brookings Institution, al convegno "Le Nuove Relazioni Transatlantiche 2009", organizzato dalla Fondazione Magna Carta in collaborazione con il Forum Strategico del Ministero degli Affari Esteri (8-9 ottobre).

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1 COMMENT

  1. Cina: opportunità da cogliere in fretta
    Saggio interessantissimo che dovrebbe far riflettere i “policy makers” nostrani. Sono d’accordissimo con le conclusioni: la Cina non è da considerare (e trattare) come una minaccia, ma semplicemente come una grande opportunità da cogliere molto in fretta !
    Da tempo gli esperti di geopolitica illustrano al mondo la prepotente crescita cinese: basti pensare che in un anno ben 300 milioni di cinesi (cioè la popolazione USA) è entrato a far parte della “classe media”. E’ altresì noto che la Cina sta entrando prepotentemente, politicamente ed economicamente, in molti Paesi dell’Africa con grandissime risorse naturali e forte sottosviluppo.
    Cina e USA si stanno politicamente riavvicinando e si avviano a diventare (o forse lo sono già) le “duopoliste” del Mondo.
    Spero di sbagliare, ma ho la sensazione che se l’Europa non si attiva velocemente, siamo inevitabilmente destinati a recitare -nel secolo appena iniziato- un ruolo fortemente subalterno !

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