Governo saldo, Pdl in tempesta: la strana stagione italiana

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Governo saldo, Pdl in tempesta: la strana stagione italiana

15 Settembre 2009

 

Strana fase politica quella che abbiamo sotto gli occhi. Strana e in gran parte inedita. Nel paese è insediato un governo che pur senza un marcato profilo riformatore mostra di funzionare e di corrispondere in maniera accettabile sia al programma per il quale è stato votato sia alle emergenze che si presentano sul suo cammino.

Tra i ministri, in un governo che è pur sempre “di coalizione”, vige una certa armonia, non vi sono picchi di personalismo, scontri pubblici e frontali, e la collaborazione sembra reggere anche di fronte a una impegnativa stretta sulla spesa dei dicasteri.

In altre ere politiche un simile scenario si sarebbe tradotto in una rara condizione di stabilità e di prospettiva lunga. Oggi al contrario la tensione pare ogni giorno toccare il suo acme, si parla di crisi di governo, di elezioni anticipate, di scissioni e rotture.

All’origine di questo iato tra l’azione di governo che naviga senza particolari scossoni e la bufera della politica c’è, a mio modo di vedere, la campagna estiva contro Silvio Berlusconi. Quella sorta di film a luci rosse che si è dipanato da Casoria fino a Bari e che senza l’ombra di un elemento giudiziario ha trasformato il presidente del Consiglio italiano nell’imputato planetario.

Quella mistura di imbarbarimento politico, degenerazione del giornalismo, dossierismo, ricatti e sospetti, è ancora oggi lo sfondo in cui si muovono protagonisti e comprimari della scena politica, specie nel centro destra. E’ uno scenario che rende più difficile la reciproca comprensione, ingrippa il lavoro dei “pontieri”, e rallenta il naturale decorso delle polemiche.

A soffrire di più degli effetti venefici di quella mistura è infatti proprio l’anello debole della catena politico-istituzionale, il neonato Pdl ancora in fase di svezzamento,  mentre gruppi parlamentari e governo hanno fin’ora mostrato un maggiore capacità immunitaria.

In questo contesto – a cui appartengono anche le provocazioni feltriane che poco hanno a che fare con il giornalismo e molto con la minaccia personale –  vanno lette le tensioni legate al ruolo e dalla “predicazione” laica di Gianfranco Fini durante gli ultimi mesi. Il presidente della Camera infatti ha preso di mira, nelle sue osservazioni più ruvide, proprio lo stato di salute del Pdl, accusato di  essere ancora e solo una macchina per “organigrammi” e di avere scarsa propensione al dibattito interno e all’elaborazione teorica.

In realtà, anche grazie a Fini, bisognerebbe riconoscere che (nei limiti del possibile per un partito in fasce) è ormai vero il contrario. Le questioni poste dal Presidente della Camera – citiamo ancora Tremonti sul Corriere – su “immigrazione, interesse nazionale, tipo di patria, globalizzazione, catalogo dei valori e dei principi”, sono da tempo all’ordine del giorno del Pdl. Lo sono nei fatti, sui giornali di riferimento, nelle fondazioni d’area, nelle conferenze e nelle scuole di politica, nei gruppi parlamentari e anche tra gli esponenti del governo.

 Farefuturo ha applaudito le parole di Tremonti quando ha detto che di tutto ciò si deve discutere anche nel Pdl “dove vince chi convince”. Ma ha un po’ sorvolato su un altro passaggio dell’intervista, quando ministro del Tesoro ha osservato che “la fedeltà al programma è un elemento fondamentale dell’etica politica. Un governo senza programma o un programma senza governo non è quel che serve al Paese”.

In ogni parte del mondo un partito che diviene forza di governo deve sacrificare un po’ della sua vivacità e autonomia in nome della responsabilità di cui è investito. Non è tanto del dibattito interno al partito democratico americano, al Psoe o all’Ump che ci si appassiona, ma delle scelte di Obama, di Zapatero o di Sarkozy.  Il Pdl è nato al governo e questo complica ancor più la sua condizione.

E’ comprensibile dunque che Fini – che si è guadagnato sul campo il posto di co-fondatore del Pdl –  voglia tenere alto e visibile il suo profilo politico anche in presenza di ruolo istituzionale di prima linea. Ma non c’è nulla di umiliante nel riconoscere che è l’azione di governo il momento di sintesi su cui si raccoglie e consolida il consenso e si misura il peso di valori e identità.

Nessuno qui vuole criticare Fini per la sua ambizione, anche se sarebbe utile sapere un po’ meglio in che direzione è mirata; e nessuno vuole mettere in discussione il suo diritto a dire quello che pensa pure in dissenso da partito e governo, anche se sarebbe utile un po’ meno di puntiglio e di quella presunzione per cui chi non la pensa come lui è eterodiretto o coartato. Ma se Fini ritiene che il livello di discussione e di dibattito non siano ancora quelli desiderabili e che si debba fare di più ha tutti gli strumenti per contribuire a questo scopo senza mettere a rischio le fondamenta del Pdl.

Vuole cambiarle legge sul testamento biologico? Benissimo, faccia presentare ai deputati “finiani” emendamenti in questo senso: vinceranno se convincono. Vuole ridiscutere l’approccio della maggioranza su immigrazione e integrazione? Benissimo, susciti – magari con una mozione ad hoc –  una sessione straordinaria della Camera dei Deputati dedicata a questo tema. Vuole aprire una riflessione del partito su laicità e stato etico? Benissimo, chieda al coordinatore La Russa di attivare i meccanismi statutari necessari alla bisogna. Vuole avviare un dibattito del genere nel paese? Benissimo, chieda alla sua FareFuturo di organizzare una grande conferenza pubblica, libera e moderna.

Insomma, esca dalla fase della rivendicazione e del rammarico e disponga i suoi poteri e le sue risorse per ottenere i risultati che auspica. Perché la dinamica che ha messo in moto, quella per cui c’è qualcuno che chiede (Fini) e qualcuno che concede (Berlusconi),  dovrebbe ripugnare a lui per primo e rende tutto meno credibile.

Sarebbe anche un modo per disinnescare tensioni e sospetti, dare tempo al partito di crescere, al governo di governare e alle sue ambizioni di dispiegarsi.