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I centristi puntano al partito liberale dei cattolici

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Dopo la rottura tra Berlusconi e Casini, gran parte della stampa nazionale ha dedicato commenti e analisi (più o meno condivisibili) sull’operazione di riaggregazione del centro che vede tra i principali attori proprio l’UDC di Casini e la Rosa Bianca del duo Pezzotta-Tabacci.

È indubbio che a più di quattordici anni dallo scioglimento del partito dei cattolici per eccellenza (la Democrazia Cristiana), l’operazione centrista rappresenti un fatto politico significativo. Ciò che lascia quantomeno perplessi è però l’immagine caricaturale che si è cercato di dare all’idea di un centro moderato di matrice cattolica alternativo sia al Partito Democratico che al Popolo della Libertà.

Ma chi l’ha detto che il partito di centro cui pensano Casini, Buttiglione e Tabacci debba necessariamente essere un partito fotocopia (e peraltro notevolmente più piccolo) della vecchia DC? Perché anziché ridicolizzare la sfida centrista riducendola ad una disinvolta operazione di ritorno al passato non si cerca di comprendere lo sforzo culturale ed ideologico su cui si fonda?

Negli ultimi mesi sono nati due nuovi (pseudo) partiti: il Partito Democratico e il Popolo della Libertà. È chiaro però che al di là delle operazioni di facciata, nello sforzo di semplificazione del quadro politico portato avanti tanto da Veltroni quanto da Berlusconi c’è un grande assente: la cultura e l’identità politica. Qualcuno dovrebbe infatti spiegarci quali sono i criteri ordinatori di natura politica ed ideologica su cui si fondano i due nuovi partiti, così come dovrebbero spiegarci come sia possibile che in una stessa lista siano presenti candidati espressione di forze politiche aventi visioni economiche e valoriali eterogenee e talora antitetiche.

Cari dirigenti del PD e del PdL, per cambiare l’Italia (rialzarla, rilanciarla, che dir si voglia) serve un progetto politico fondato su una chiara e realmente condivisa visione dell’economia e della società, frutto di elaborazione e di confronto dialettico. Proprio ciò che sia a destra che a sinistra (o almeno nel PD) oggi manca clamorosamente.

Torniamo da dove siamo partiti e cioè dalle analisi e dai commenti dei giornali di questi giorni su quello che potrà essere il “centro” cattolico cui pensano Casini e Tabacci. Se uno stimato editorialista del Corriere come Ernesto Galli della Loggia definisce quella centrista come una disinvolta operazione volta a “gettarsi il passato dietro le spalle e far finta che ciò che è successo non sia successo o non voglia dire nulla” (riferendosi chiaramente alla DC) vuol dire che i centristi devono seriamente investire risorse per spiegare all’opinione pubblica e non solo che, diversamente da PD e PdL, il partito dei cattolici può essere molto più di una lista elettorale o di un partito “soft”.

L’opportunità storica di riaggregare le forze di centro presenti nel nostro panorama politico può non essere, come vorrebbero farci credere, un ritorno nostalgico alla Democrazia Cristiana, a quel “centro” cioè dedito al consociativismo che purtroppo abbiamo conosciuto nel corso della prima repubblica.

Sono ormai maturi i tempi per un’analisi critica dell’esperienza democristiana, per comprendere cioè, con obiettività e rigore, i pregi e limiti di una stagione che ormai non c’è più. Il tentativo di dar vita ad un nuovo partito dei cattolici potrà, infatti, avere successo solo se sarà in grado di far tesoro del bagaglio dei valori custoditi dalla tradizione democristiana e di affrontare i problemi nel nostro tempo con libertà di pensiero e curiosità intellettuale; perché è solo dalla rielaborazione critica della propria storia e da uno sforzo ricostruttivo che possono venire idee autenticamente “nuove”, destinate a durare nel tempo e ad appassionare gli animi e i cuori della gente.

Il “centro” che immagino e su cui spero convergano tutti i cattolici impegnati in politica, è una forza che si rifà non tanto e non solo alla storia della Democrazia Cristiana, ma alla tradizione cattolica, a quella visione antropologica e sociale ancor’oggi straordinariamente attuale. Per questo, immagino un “centro” capace di richiamarsi con autorevolezza e credibilità all’identità ed alla tradizione cristiana e, sul terreno squisitamente politico, a quel popolarismo sturziano che ha mirabilmente coniugato l’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa con la visione liberale dell

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6 COMMENTS

  1. Va bene, il partito dei
    Va bene, il partito dei cattolici ma poi con chi si allea e poi cosa fa?, mette i bastoni fra le ruote delle coalizioni? Ha una posizione sulla moratoria per l’aborto o fa finta di niente? La domanda è : a cosa serve visto cosa ha fatto fino ad ora. Io dico solo a criticare, e basta!

  2. Va bene, il partito dei
    Va bene, il partito dei cattolici ma poi con chi si allea e poi cosa fa?, mette i bastoni fra le ruote delle coalizioni? Ha una posizione sulla moratoria per l’aborto o fa finta di niente? La domanda è : a cosa serve visto cosa ha fatto fino ad ora. Io dico solo a criticare, e basta!

  3. sarebbe un partito canaglia
    un partito di centro ostacolerebbe il funzionamento di una democrazia normale regalando al paese governi di pochi mesi, con rimpasti mensili e verifiche settimanali. Insomma tutta la peggiore panoplia partitocratica. Un partito centrista sarebbe un partito inutile, anzi dannoso (al di là dei contenuti programmatici che proclami di avere).

  4. Il vero problema è il Centro “all’italiana”
    Non si tratta di ridicolizzare la sfida centrista, ma di prendere atto che il Centro “all’italiana” rappresenta di fatto un ritorno all’indietro e un’operazione prevalentemente di potere. Abbiamo troppi esempi sotto gli occhi per lasciarci incantare da sottili disquisizioni teoriche e nobili petizioni di principio. Io penso, da sempre, che in politica il Centro sia qualcosa di indispensabile, inevitabile, fondamentale, provvidenziale. Mi pare difficile da ipotizzare e sostenere, infatti, un confronto-scontro tra una sinistra in quanto tale e una destra tout court. Occorre un’area intermedia, da una parte e dall’altra, che renda più pacato il dibattito e meno drastica la differenza tra le posizioni. E’ quanto avviene nel resto d’Europa e del mondo: un centrodestra si misura con un centrosinistra (ovviamente con le specificità locali). Il guaio è il modo in cui troppi mostrano di concepire il Centro in Italia: un luogo geometrico dove collocarsi a prescindere dai contenuti; una zona franca che consenta una perenne mutevolezza delle proprie posizioni e delle proprie alleanze; un’eterna anticamera della stanza dei bottoni; un punto di ritrovo e raccolta per incerti-opportunisti-insoddisfatti.
    Tu non mi dai il posto che ti avevo chiesto? E io me ne vado al Centro. Fiuto aria di cambiamento negli umori dell’elettorato? Mi sposto al Centro, così sarà meno lungo il tragitto per salire sul carro del vincitore. Ho litigato con i miei alleati di qualche giorno fa? Mi metto al Centro, così nessuno mi potrà accusare di vero e proprio trasformismo e intanto avrò tutto il tempo per offrire ad altri le mie prestazioni. Valgo pochi punti in percentuale? Per fortuna c’è il Centro, dove posso mettermi all’asta. Raccolgo una messe di voti? Niente di meglio che il Centro per allearmi ora con Tizio e ora con Caio, in modo da esercitare al meglio e a lungo un potere incondizionato e incontrollato.
    Per come la vedo io, è questo che non va. Ed è questo il motivo per cui ci ritroviamo con un grande traffico in Centro (di politici, decisamente meno di elettori). E’ per questo che si creano al Centro aggregazioni nate da una costrizione contingente e non da un’elaborazione politica, come la probabile alleanza Udc-Rosa Bianca-De Mita. E’ per questo che magari ci ritroveremo De Mita pronto a fare il portatore d’acqua al mulino bianco dell’ex scudiero di Forlani, il quale a sua volta ora corre affannosamente per raggiungere quei Tabacci e Baccini che fino a pochi giorni fa considerava eretici (e domani, chissà, farà ulteriore ammenda e s’inginocchierà al cospetto di quel Follini di cui per mesi aveva parlato come di una sorta di traditore). E’ per questo che probabilmente vedremo uno accanto all’altro proprio De Mita, il massimo ideologo del compromesso storico con la sinistra (allora) comunista e Casini, un politico rampante che solo due settimane fa diceva di sè: “Sono e resto di centrodestra”.
    Ed è per questo che personalmente mi auguro – perfino indipendentemente dal risultato elettorale – che Berlusconi e Veltroni riescano a proseguire sulla strada intrapresa e ad offrirci (previa adeguata legge elettorale) un diverso e autenticamente nuovo orizzonte politico, che ci avvicini all’Europa e ci porti fuori dal Medio Evo di casa nostra.

  5. centristi puntano al partito liberale dei cattolici
    Sono profondamente convinto della necessità di un partito di centro che sappia raccoglere i cittadini cattolici, liberali e socialdemocratici in modo da impedire uno scivolamento piu o meno graduale dal bipolarismo senza alternative di oggi ad una “non democrazia” guidata da un partito azienda che fagocita tutto e partorisce lo stato azienda.

    Dobbiamo ritornare ad un paese dove si possa credere nella certezza degli “uguali punti di partenza” e nella ridistribuzione del reddito e dei servizi in modo equo.

  6. Grazie!
    Ringrazio il prof.or Angelini perchè finalmente ritrovo in questa pagina quelle ragioni che mi fanno essere orgoglioso della posizione dell’UDC alle prossime elezioni. E’ forse un male coltivare ancora idealmente il nostro essere “diversi” da PD e PDL??

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