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Il conflitto in Iraq tra realismo, idealismo e guerra giusta

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Concordo pienamente con Leonardo Tirabassi nel salutare con soddisfazione il dibattito sviluppatosi sulle pagine de L’Occidentale riguardo alla guerra in Iraq, a cui ha partecipato anche Carlo Panella; seppur nato dal tentativo di individuare eventuali affinità e discrepanze tra Iraq e Vietnam, il discorso appare determinato ad allargarsi alla valutazione complessiva dell’intervento statunitense in Medio Oriente. Le sue implicazioni si estendono  indirettamente anche alle politiche che gli Stati Uniti decideranno di adottare nei confronti dell’Iran, nonché degli altri rogue states che minacciano il fragile equilibrio internazionale contemporaneo. L’interesse che ha circondato gli interventi segnala tra l’altro - ed anche qui concordo con Tirabassi - l’immensa importanza di aprire anche in Italia, anche tra le file della destra, una discussione intellettuale per valutare problematiche ed implicazioni della Seconda guerra del Golfo, nonché la volontà degli studiosi di porsi in maniera dialettica, e non a priori complice o antagonista, nei confronti della corrente Amministrazione Repubblicana americana.

Affrontando dunque il discorso in un’ottica più ampia, ritengo opportuno partire dalla scissione tra etica e politica verificatasi nel panorama intellettuale europeo dopo la Seconda guerra mondiale, in virtù della quale - dal lavoro di Hans Kelsen fino ad oggi - si è sostenuta la necessità di scongiurare la guerra che mira ad annientare il nemico, affrontandolo piuttosto attraverso la politica ed il potere militare. A tale proposito, Tirabassi cita opportunamente Carl Schmitt e la sua esortazione a neutralizzare il conflitto morale per evitare inutili criminalizzazioni e mantenere lo scontro quanto più possibile legato alla guerra di forma tra nemici giusti. La “vera grande politica, quella dei Churchill e dei de Gaulle”, vanta nomi importanti, ha meriti innegabili e numerosi, e rende il realismo politico un approccio altamente auspicabile.

Tuttavia, la ragionevolezza di tali considerazioni non sembra sufficiente a trascendere i confini dell’Europa, che - come sostiene l’analista politico neoconservatore Robert Kagan - gode da più di cinquant’anni della pace kantiana grazie alla protezione statunitense. Lontani dai grandi conflitti valoriali degli ultimi anni, gli europei possono ancora scindere i giudizi morali da quelli politici nel valutare i conflitti armati, incarnando dunque uno -ma non l’unico- tra i possibili approcci al dibattito sulla legittimità della guerra: quello realista, tipicamente europeo nella sua origine e nel suo sviluppo. Le dottrine politiche oltre ai confini dell’Europa sono invece sovente impegnate ad attribuire giudizi etici -e non solo politici e strategici- alle motivazioni ed alle modalità di gestione dei conflitti armati. In quest’ottica, è morale il richiamo dei jihadisti a sconfiggere il Grande Satana che diffonde il male minacciando l’islam, anche al costo di sacrificare vite innocenti (che secondo il principio della responsabilità collettiva da loro adottato, veramente innocenti non sono mai); così come è morale la risposta dei neoconservatori e dell’Amministrazione Bush, che dichiarano di combattere gli evildoers, i malfattori, per il bene e la salvezza del mondo, così come per gli ideali di libertà e democrazia cari all’Occidente che su di essi erige le proprie istituzioni politiche e civili.

Si può sostenere o criticare questa attribuzione di considerazioni morali alla guerra, ma è necessario riconoscerne l’esistenza e la popolarità al di fuori del nostro continente, in particolar modo affrontando il dibattito sul regime change -inteso come la sostituzione forzata di un regime illiberale con uno più democratico. Secondo molti europei il regime change non è necessariamente un’azione militare, e sarebbe da realizzarsi sulla base di determinate precondizioni, che -nota Tirabassi- si identificano nella comunanza di valori basilari all’interno di una comunità, la presenza di uno stato di diritto, l’esistenza di un’élite a favore della democrazia, la sicurezza dei confini ed il consenso internazionale. Tutti presupposti che, non me ne voglia l’autore, per quanto politicamente sensati, se realmente presenti renderebbero la strategia di regime change inutile o quantomeno ridondante. Diversamente, per numerosi studiosi americani il regime change è un atto di forza che modifica i valori sui quali si è costituito uno Stato; o meglio, lo aiuta a riscoprirli in una forma differente, anche suo malgrado. L’approccio statunitense alle dottrine di legittimità dei conflitti armati è dirompente: riporta i giudizi morali in politica da parte della più grande potenza mondiale, l’America; e così come accadeva un tempo con le guerre di crociata, proclama un vero oggettivo ed universale del quale persuadere -eventualmente ricorrendo anche all’intervento militare- coloro che queste verità ancora non le vedono.

Al di là delle differenze tra realismo politico europeo ed idealismo americano, il secondo problema che gli studiosi oggi si trovano ad affrontare in merito all’analisi dei conflitti armati è quello delle strategie di controinsorgenza (COIN) adottate dagli USA durante la guerra in Iraq, che demoliscono le tradizionali partizioni di guerra giusta (ius ad bellum e ius in bello) contaminandole con lo ius post bellum -quello che Michael Walzer circoscrive come l’insieme delle condizioni che regolano (o dovrebbero regolare) la pacificazione, l’occupazione militare, la compensazione e la ricostruzione politica. L’introduzione del concetto di COIN confonde le motivazioni per le quali si combatte con i criteri che dovrebbero regolamentare la pace; unitamente al regime change come inteso dall’Amministrazione Bush, ovvero la scelta ideologico-filosofica di esportare la democrazia oltreconfine attraverso strategie militari, la COIN compromette i tradizionali metodi di ricostruzione, marchiandoli con un’inaccettabile impronta valoriale che vuole condizionare un ordine politico e sociale già esistente.

Gli studiosi di guerra giusta condannano da sempre gli interventi armati volti a cambiare radicalmente e dall’esterno il sistema politico o i confini di una nazione, in nome del rispetto per la sua sovranità politica ed integrità territoriale: per questo chiedono a gran voce che vengano posti limiti al regime change statunitense di stampo idealista e militare. Nel caso specifico della Seconda guerra del Golfo, essi affiancano alla critica del regime change quelle che reputano essere le motivazioni illegittime per l’intervento in Iraq: Saddam non aveva aggredito l’America, né rappresentava una minaccia tangibile ed imminente; era possibile adottare corsi d’azione alternativi, come il rafforzamento dell’embargo sulle armi, le ispezioni e le no fly zones; la comunità internazionale era riluttante a concedere l’autorizzazione a combattere.

Per quanto riguarda invece le azioni compiute una volta terminate le ostilità, e dunque non indirizzate al conseguimento della vittoria ma ad un’efficace ricostruzione, non entrerò in questa sede nel merito delle norme di ius post bellum proposte da filosofi come Michael Walzer e Nissan Oren; ricordo unicamente che l’enfasi da parte degli studiosi di guerra giusta è posta sul ripristino dello status quo ante, se si agisce per riequilibrare un intervento aggressivo (è il caso della reinstaurazione di un governo legittimo o di un confine dopo un’invasione); o sull’istituzione di condizioni sufficienti e necessarie per la cessazioni di crimini atroci, come il genocidio o la pulizia etnica. L’occupazione militare è permessa solo quando essa sia l’unica risorsa in grado di garantire la prevenzione di massacri su larga scala, la distribuzione di aiuti umanitari, la protezione delle ambasciate. È in base a tali considerazioni che la just war theory ribadisce la necessità di rivedere le strategie COIN nel Golfo, per condurle verso criteri di ius post bellum, più neutri rispetto alla loro deriva valoriale verso la supposta iusta causa dell’Amministrazione Bush.

Ciò nonostante, in Iraq l’America ha vinto. Saddam è stato deposto, ed ora vige al suo posto un sistema embrionale di democrazia - un risultato innegabilmente positivo, che va oltre le dissertazioni sulla legittimità della guerra. Le ostilità tra l’Iraq e la coalition of the willing sono ufficialmente cessate, e restano soltanto sacche di ribellione locali da sedare per garantire la sicurezza nazionale. Come ha dichiarato anche il governo iracheno, non è possibile tornare indietro adesso: sarebbe ingiusto abbandonare Baghdad. A prescindere dalla discutibilità delle strategie di regime change e COIN, è ancora possibile condurre efficacemente la pacificazione: una volta conclusasi la guerra, c’è un nuovo spazio per rispettare lo ius post bellum e gestire lo scenario postbellico in maniera produttiva e positiva.

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