Il doppio volto del Novecento

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Il doppio volto del Novecento

Il doppio volto del Novecento

23 Ottobre 2025

La Storia non ha mai un Fine (nel doppio significato), né un nuovo Inizio. Non solo non è “finita”, come sostenne il politologo Fukuyama dopo la fine del comunismo e la vittoria del capitalismo, ma non ha una direzione e tanto meno uno scopo, ma è frutto di scelte “inintenzionali”, non programmabili a tavolino. Come scriveva Friedrich von Hayek (“La via della schiavitù”), “gli eventi contemporanei si diversificano dalla storia nel senso che noi non conosciamo gli effetti che essi produrranno”.
Ma il mito della nuova Arcadia persiste, resuscita, ed è alla base della perenne ricerca dell’uomo nuovo o della società perfetta, libera da conflitti, dall’animalità della vita. E’ l’approccio costruttivista, tipico delle utopie e distopie, che da Platone agli utopisti di destra e di sinistra, ha alimentato i dirigismi di qualsiasi risma: la “presunzione fatale” (Hayek) alla base di tutte le dittature. Un film, dal finale noir, già visto. Per dirla con termini cari a Karl Popper (“La società aperta e i suoi nemici”), “il nostro sogno del cielo non può essere realizzato sulla terra”.
Eppure, il dibattito politico-culturale sembra essersi nuovamente avvitato sui segnali di un nuovo Avvento. E sulla presunta rottura di paradigma, innestata dal 7 ottobre e dalla guerra nella striscia di Gaza, che è al centro dell’ottimo saggio dello storico Raffaele Romanelli (Post-Occidente, Laterza). Un tempo, nell’evo del Novecento, si sarebbe parlato di un dibattito sui massimi sistemi: il senso della vita, individuale e collettiva, il concetto di benessere (solo materiale?), di felicità (come scrive lo scrittore americano Kurt Vonnegut “quando siete felici, fateci caso”). Invece, per un bias cognitivo, tendiamo a deformare il reale e a ricordare i momenti brutti e non quelli felici.
Ma non c’è nulla di meno afferrabile della felicità: è arduo descrivere quella individuale, mentre quella collettiva appartiene al regno delle iperboli. Come scrive lo scrittore Douglas Coupland (“Generazione X”) “quasi tutti abbiamo soltanto due o tre momenti davvero interessanti in tutta la vita, il resto è solo riempitivo, e potremmo dirci fortunati se quei momenti riuscissero a collegarsi tanto da dare origine a un racconto che qualcuno possa trovare anche solo vagamente interessante”. La vita come racconto: non solo come somma di episodi (più o meno positivi) che si accavallano, ma come ricerca di un Fine. E’ l’illusione delle filosofie storiciste novecentesche (di tradizione hegelo-marxista) che hanno cercato di individuare una Direzione e dare un Senso alla Storia.
Si deve allo scrittore Alessandro Baricco il rilancio del dibattito sul senso della Storia. Lo scrittore descrive nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, della società digitale e nel protagonismo dei giovani per Gaza, i segnali della genesi del nuovo Tempo. Baricco descrive il tramonto del Novecento, “con i suoi valori, i suoi principi e la sua storia tragica; e dall’altro un continente, ancora spesso sommerso, che sta staccandosi dal Novecento, spinto dalla rivoluzione digitale (..) il Novecento non cede e il nuovo continente continua a strappare”.
Il Novecento, quindi, come un “animale ferito”, che non muore, che resiste al Nuovo. Sulla morte del Novecento (secolo “breve” o “lungo”, secondo diverse scuole di pensiero) si sono scritti fiumi di libri. Se è vera la raffigurazione sul “disastro del Novecento” (due guerre mondiali, i campi di sterminio, la bomba atomica, la guerra fredda, l’epoca d’oro dei totalitarismi), è giusto non dimenticare l’altra faccia della medaglia: l’ingresso delle Masse nella storia, il processo di liberazione della donna, il diritto universale di voto (nelle democrazie liberali), lo Stato sociale, il welfare, l’istruzione di massa, la fuoruscita di milioni di uomini (almeno fino agli anni Settanta del secolo scorso) dallo stato di povertà, la fine del colonialismo, lo sviluppo tecno-scientifico.
E’ il doppio volto del Novecento, con alti e bassi, speranze e illusioni, tragedie, dittature nel nome dell’ideologia, della razza o della classe. L’eredità positiva del Novecento va conservata, difesa, perché ha alla base il valore della Libertà che è il più grande lascito che la generazione dei boomer (coloro che hanno vissuto le grandi speranze di fine Novecento, ma anche le tragedie, le delusioni, il sorgere di nuovi fanatismi, del mito rinascente della terra, del sangue, dei confini, della religione brandita da “nuovi crociati”), può trasferire alla generazione Z. Il popolo tende a dissolversi come contropotere e i nuovi oligarchi esaltano la ricchezza come valore universale: quante volte il presidente americano Trump, nella cerimonia per l’accordo di pace, ha esaltato la ricchezza emanata dai capi di Stato che aveva alle spalle?
La storia degli ultimi decenni ha visto diverse ondate di ribellione giovanile, dalla scuola all’università: in Europa, negli Stati Uniti (basti pensare a Occupy Wall Street nel 2011), negli altri continenti (compreso le speranze che aveva suscitato inizialmente la Primavera Araba). I cui esiti sono stati altanelanti (per usare un eufemismo).