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Il Governo tecnico è l’anticamera della liquidazione della Seconda Repubblica

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L’improvvisa deflagrazione della Cdl, con l’annuncio-choc di Berlusconi del nuovo partito e la polemica con gli alleati, pone un compito urgente di analisi e proposta a chi continua a riconoscersi nelle ragioni unitarie del centro-destra, nel quadro di una democrazia bipolare, che lo scompaginamento delle due coalizioni mette a rischio.

Al di là delle polemiche, che probabilmente domineranno l’attenzione dei media ancora per qualche giorno, questo è il problema fondamentale su cui occorre concentrarsi sin da subito, per ricostruire l’unità del centro-destra, e difendere quell’assetto bipolare della democrazia italiana, che è il senso stesso della Seconda Repubblica, e il portato storico del berlusconismo.

Sebbene Berlusconi insista sulla necessità di tornare subito alle urne, la rapida disgregazione delle due coalizioni - l’Unione e ora anche la Cdl - rende altamente improbabile che si possa andare al voto con questa legge elettorale (che premia coalizioni a questo punto non più esistenti) e pone quindi sul tappeto, come dato certo e urgente, il confronto sulla legge elettorale. Un suo fallimento, renderebbe ormai certo il referendum, una soluzione che - almeno a parole - quasi nessuno considera auspicabile, e che certo indicherebbe, in queste condizioni, un grado elevato di sfarinamento del nostro sistema politico, incapace di un accordo sulle regole della competizione politica.

È allora intorno alla legge elettorale che almeno le forze principali del centro-destra dovrebbero iniziare a ritrovare un’intesa, sulla base della quale confrontarsi con la sinistra, preparandosi eventualmente in modo unitario (come extrema ratio) al referendum.

Per far ciò è anzitutto necessario individuare il comune nemico da battere, e non può esserci dubbio che tale nemico è rappresentato dalla tentazione proporzionalista e neo-centrista, che va raccogliendo sempre nuovi adepti, e che mira a seppellire il bipolarismo e ad aprire una nuova fase politica in Italia. È impensabile che Berlusconi possa assecondare questo disegno, perché esso mira a liquidare, come una partentetica anomalia, proprio l’esperienza del berlusconismo. Per Berlusconi, difendere se stesso, la propria ‘missione’ politica, e difendere le ragioni storiche del bipolarismo sono la stessa cosa, al di là delle polemiche contingenti.

Tra i vari possibili scenari di un accordo che abbia al suo centro il varo di una nuova legge elettorale (ciascuno dei quali richiederebbe un’accurato esame) quello che in assoluto si presenta come più minaccioso per chi ha a cuore la conservazione e anzi il rilancio di una democrazia bipolare è senz’altro il governo tecnico, o istituzionale (la differenza è poco rilevante), verso il quale tuttavia premono, in modo più o meno palese, forze non trascurabili.

Dini, sganciandosi dalla maggioranza, ha apertamente indicato la via del governo istituzionale. Non c’è dubbio che attorno a tale ipotesi sono poi pronte a convergere le forze che intendono evitare il referendum. Per comprendere la ragione dell’insidia che, per il bipolarismo, è rappresentata dal governo tecnico è sufficiente porre attenzione al fatto che i più dichiarati fautori di tale soluzione sono anche ormai i più espliciti assertori di una legge elettorale proporzionale (gabellata per ‘tedesca’). Si desume agevolmente già solo da questo che un esecutivo tecnico diverrebbe, con ogni probabilità, il paludoso laboratorio della tentazione neo-centrista, che alligna ormai scopertamente nel debole corpo della società politica italiana, ha nel disegno neo-proporzionalista il suo ariete, e scommette probabilmente sulla fine della Cdl (oltre che dell’Unione). Superare il governo Prodi è certo importante, ma senza mettere in discussione l’assetto bipolare della Seconda Repubblica.

 La novità, e la ragione profonda dell’insidia, è rappresentata dal fatto che la prospettiva del governo tecnico non è caldeggiata solo dalle forze minori, che comprensibilmente cercano di sottrarsi alla morsa del bipolarismo, ma anche da autorevoli esponenti delle forze principali.

D’Alema, che appoggia apertamente il sistema ‘tedesco’, ha addirittura riconosciuto che le larghe intese avrebbero dovuto essere varate sin dal 2006, come proponeva Berlusconi e come in un’intervista di qualche tempo fa  (ma pubblicata solo ora) riproponeva Gianni Letta: è chiaro che ciò implica che, se pur tardivo, lo scenario auspicato da D’Alema è proprio quello del governo tecnico.

Che D’Alema appoggi questa soluzione è una sorpresa solo per gli ingenui e i distratti. Già due mesi fa egli aveva detto, sibillinamente, che dopo Prodi non necessariamente c’era il voto. Ma la possibilità di un nuovo quadro di alleanze l’aveva adombrata sin dalla prima crisi del governo Prodi, allorché fu raccolto dai cronisti il famoso commento: “meno male che ci sono i democristiani”, seguito dall’apostrofe rivolta ai comunisti: “Voi? Voi andrete con Turigliatto”.

A questo si può aggiungere, più maliziosamente, che il quadro bipolare vede ormai affermata, a sinistra, la leadership di Veltroni, mentre in un governo di transizione verso un assetto post-bipolare D’Alema potrebbe far valere il suo rango ‘istituzionale’ e proporsi come leader di una nuova maggioranza politica, che inglobi altre forze centriste, lasciando a Veltroni il ruolo di leader del Pd. Un analogo discorso può valere per Rutelli, anche lui alla ricerca di ‘maggioranze di nuovo conio’.

L’unico a difendere con convinzione la ‘vocazione maggioritaria’ del Pd è Veltroni, che ha tuttavia evidentemente colto la forza di questa tentazione neo-proporzionalista nel Pd, e ha cercato di neutralizzarla, proponendo un sistema elettorale che è sì proporzionale, ma con un forte correttivo maggioritario, che probabilmente (almeno così come è formulato, senza stravolgimenti) potrebbe mantenere il bipolarismo. Non è una caso che questa scelta ‘maggioritaria’ sia stabilmente ed esplicitamente legata da Veltroni all’esclusione di qualsiasi scenario di governo tecnico.

Berlusconi e Fini hanno perciò assoluta necessità di ritrovare le ragioni del loro accordo, da cui dipende il destino del centro-destra in Italia, e quindi della democrazia bipolare, incontrando le ragioni di chi, nel centro-sinistra, mostra di avere più a cuore il bipolarismo, e cioè Veltroni, il quale si trova a dover contrastare coloro che  nel centro-sinistra mirano a liquidarlo. Come ha acutamente indicato Quagliariello, un’intesa diretta con Veltroni si pone di per sé ‘oltre Prodi’, e può quindi - al tempo stesso - avviare a conclusione la disastrosa esperienza del governo Prodi creando altresì le condizioni di una difesa del bipolarismo.

Il luogo in cui tale convergenza potrebbe concretizzarsi è la proposta di riforme costituzionali elaborata dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera: essa comprende tra l’altro il rafforzamento dei poteri del premier e il Senato federale (ipotesi che potrebbe incontrare perciò il favore della Lega), e con l’aggiunta di una legge elettorale che salvaguardasse il bipolarismo potrebbe evitare il referendum e condurre al voto in un quadro di regole notevolmente migliorato. La Cdl si è astenuta in Commissione, ma chi in essa vuole difendere l’assetto bipolare potrebbe ora mutare l’astensione ‘tecnica’ in un atteggiamento favorevole.

Assumendo la proposta Veltroni come base per la discussione, si deve comunque essere consapevoli che attorno ad essa, chiaramente, si instaurerebbe una lotta, tra chi vuole correggerla in senso proporzionalista, e chi cerca di difenderne l’ispirazione maggioritaria e bipolare. In tale contesa, Berlusconi e Fini dovrebbero concordemente difendere la correzione maggioritaria, nel senso del modello spagnolo, che potrebbe incontrare il favore della Lega, visto che tale sistema premia i partiti con forte insediamento regionale.

Ciò comporterebbe probabilmente una rottura con l’Udc, ma, nel quadro dell’attuale disgregazione, un accordo tra Berlusconi, Fini e Bossi sarebbe già un risultato importante, forse il massimo conseguibile oggi, per chi vuole difendere, al tempo stesso, l’unità del centro-destra, e le ragioni storiche del bipolarismo.

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