Il liberalismo va ridefinito perché non diventi un’etichetta valida per tutti

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Il liberalismo va ridefinito perché non diventi un’etichetta valida per tutti

Il liberalismo va ridefinito perché non diventi un’etichetta valida per tutti

10 Marzo 2008

Premetto
di non voler entrare nella discussione di Dino Cofrancesco con Gustavo
Zagrebelsky, ma ritengo interessante l’articolo La democrazia non è per
tutti
e vorrei cogliere l’occasione per alcune considerazioni. In Italia,
diversamente da quanto accade nel Regno Unito e negli States, dove ci si limita
a parlare di free market e free speech, si dibatte sul liberalismo come se
fosse un’ideologia e si usa per il liberalismo la stessa retorica con cui
discettavano di marxismo: grandi alberi genealogici o discussioni astratte.
Negli anni ’90 in Italia anche la sinistra è diventata liberale e il
liberalismo da noi sta diventando un’etichetta comoda, perché da tempo ha perso
la sua funzione storica. Giovanni Sartori, editorialista con cui sono spesso
disaccordo, è lo studioso di valore di teorie politiche e sistemi politici che
ha spiegato bene come per quattro secoli il liberalismo abbia costituito l’esperienza
fondamentale dell’uomo europeo senza che nessuno si definisse liberale. Il
liberalismo non è nato nel ‘600 in Gran Bretagna, dove, come hanno sottolineato
più volte gli storici inglesi, il problema era: deve comandare il re o il
parlamento? Hobbes non era certo liberale, Locke era un costituzionalista,
l’ideologo del partito whig, il segretario di lord Ashely, poi lord
Shaftesbury, famoso per i cambi di gabbana all’ultimo momento, accusato di
tradimento nel 1675 da Carlo II.

Il liberalismo è divenuta una bandiera
politica nel corso dell’800, dopo le rivoluzioni del ‘48, per contrapporsi al
socialismo utopistico e poi a quello marxista, che costrinse a una sconvolgente
ristrutturazione di tutta la lotta politica. “Enrichissez vous”,
“arricchitivi!,” grida Guizot ai francesi, mentre dall’altra sponda il
socialismo rispondeva : vi distruggeremo. Le rivoluzioni che investirono
l’Europa nell’800 produssero democrazie che avrebbero finito per soffocare il
liberalismo e provocato sistemi autoritari,. Nel 1937, Croce ricordò che Jacob
Burckhardt si ritirò nello studio dell’antichità e del Rinascimento per
sfuggire alla sofferenza per le rivoluzioni che investirono l’Europa dal 1830 e
la stessa Basilea. Croce scrisse allora che Burckhardt era stato un profeta inascoltato
quando aveva affermato che dalla democrazia sarebbero nati totalitarismi che
avrebbero soffocato il liberalismo e avrebbero fatto rimpiangere le vecchie
monarchie assolute.

Il liberalismo ha perso la sua
funzione storica con il suffragio universale nel ‘900. I parlamenti
settecenteschi e ottocenteschi avevano il potere di frenare le spese delle
stato, perché erano gli stessi membri del parlamento a pagare le tasse.  Si era eletti in parlamento per censo in
Inghilterra, come negli stessi Stati Uniti visitati da Tocqueville. I
parlamenti erano la borsa dello stato: dovevano finanziare le spese dello stato
e, per questo, i membri del parlamento, dovendo sborsare di tasca propria i
denari, stavano attenti a frenare le spese dello stato. Con il suffragio
universale i parlamenti perdono questa funzione storica, diventano più
scialacquatori dei governi che dovrebbero controllare, per accontentare gli
elettori e si arriva allo stato tuttofare italiano, che tartassa di imposte
dirette e indirette l’elettore promettendogli di spendere il denaro per il
Welfare e lo utilizza invece a favore delle proprie lobbies e oligarchie, fino
alle democrazie che fanno bancarotta come l’Argentina.

Quanto alla democrazia
americana andrebbe ricordato che istituzionalmente gli Stati Uniti sono
una  repubblica e finché non si fondò il
partito democratico dall’ala sinistra del partito repubblicano, la democrazia
era considerata negativamente a causa la rivoluzione francese. Il mondo
anglosassone moderno non nutriva simpatie per Atene. La Storia della guerra
del Peloponneso
di Tucidide è un classico importante nella storia del
pensiero anglosassone, fatto proprio anche dagli americani. Tucidide narra la
dissoluzione di una civiltà a causa del conflitto interno che alimenta la
guerra esterna e poi la guerra civile. Hume ricorda inorridito che la parola
amnistia è greca, come ostracismo, perché le democrazie erano incapaci di
governarsi, si dividevano in fazioni, esiliavano o ammazzavano gli avversari,
facevano una guerra civile dopo l’altra, si passava da una tirannia all’altra.
Negli Stati Uniti, nel 1838, William Mitford, uno dei più conosciuti e
autorevoli studiosi di storia antica, definì la democrazia “a tiranny in the
hands of the people”. Per avere un’idea di come si è affermato il mito della
democrazia in America, è da rileggere il bel libro di un’allieva di Strauss
come Arlene W. Saxonhouse, Atenian democracy. Modern Mythmakers and Ancient
Theorists
, dove si spiega che gli americani cominciarono a interessarsi
alla Grecia solo nella seconda decade del 1800, quando sostennero i greci
contro i  turchi. A diffondere il mito di
Atene fu soprattutto John Stuart Mill, che arrivò a sostenere che per la storia
inglese la battaglia di Maratona era più importante di quella di Hastings. Il
modello della democrazia ateniese fu trasformato nell’immaginazione politica
inglese e americana durante l’Ottocento. Nel ‘900 fu soprattutto Hannah Arendt
a mitizzare la democrazia ateniese e fu necessario nel 1973 il libro di Moses
Finley sulla democrazia degli antichi e dei moderni per riportare a una visione
meno mitizzata della democrazia ateniese, anche se Fustel de Coulanges nel 1864
aveva illustrato la differenza tra mito e realtà.  La stessa democrazia americana del 1945-’50
era completamente dalla democrazia sviluppatasi dal ’68 in poi con i movimenti
per i diritti civili, il femminismo, il multiculturalismo, il politically
correct, etc.

Il problema attuale è comunque di
confrontarci con i problemi reali delle nostre democrazie liberali, chiederci
come farle funzionare, al di là dei principi ideali. La proposta di Giulio
Tremonti, un liberale doc, che propone l’archiviazione del reaganismo e la
difesa dei prodotti occidentali dalla concorrenza asiatica, non è in contrasto
con la necessità di liberalizzare molte rendite della società italiana,
diversamente da quanto pensa Panebianco sul Corriere. Noi ci troviamo di
fronte alla necessità di ridefinire il liberalismo, non farlo diventare una
comoda etichetta valida per tutti: occorre saperlo declinare nell’attuale
cotesto economico globale, e anche di capire come modernizzare la nostra
democrazia, non semplicemente come esigenza etico-politica, ma come sistema
politico. Perché non cominciamo a discuterne?