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Tra mito e realtà

Il NO dei popoli è all’eurocrazia di Bruxelles

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La fanciulla Europa fu rapita da Zeus che, invaghitosi di lei, si era trasformato in un toro bianco per incuriosirla. Europa giocava sulla spiaggia con le amiche, il toro candido le si era avvicinato e si era fatto accarezzare. Improvvisamente la rapì. In groppa al toro accecato dal desiderio di lei, Europa si sentì strappar via dalla madrepatria con la rapidità del fulmine.

L’Europa, dunque, è sempre in fuga dalle proprie radici, in una folle corsa che c’impedisce di guardarci intorno, di ascoltare, di capire. Questo ci dice l’antico mito. La bocciatura della Carta Costituzionale Europea, alcuni anni fa, ha messo in chiaro che la percezione che i cittadini comunitari avevano dell’Unione era proprio l’immagine del mito: quella di una struttura sfuggente, dagli obiettivi e dall’identità vaghi e confusi, perfino contraddittori. Una struttura che non ascolta. Una struttura lontana dalla realtà, che, inoltre, aveva preso la strada di un veloce allargamento a interi blocchi di nuovi paesi che sembrava infinito, nella corsa per garantirsi nuovi mercati e nuova forza lavoro.

Che cosa significa far parte dell’Europa? Basta entrare nell’Unità Europea per farne parte? I cittadini europei, insomma, avevano la percezione di stare dentro una barca di cui non conoscevano la rotta. Una barca che in realtà finiva per essere una complessa macchina che legiferava perfino sui dettagli più specifici della vita dei cittadini europei, producendo una gran mole di norme, obblighi e raccomandazioni, sottraendo a cittadini e stati spazi di discrezionalità, senza mostrare con chiarezza il quadro generale ed il punto di arrivo. Votare per la Costituzione Europa significava dunque votare per qualcosa che non dava garanzie di essere, nel giro di poco tempo, la stessa cosa di prima. Significava votare per un’Europa che è solo l’Europa dell’Euro. Una percezione che le classi dirigenti europee non hanno voluto cogliere. Adesso, infatti, si ripropone una carta di base dell’Unione nella forma del Trattato di Lisbona, che i parlamenti di alcuni paesi hanno già approvato (tra gli ultimi in ordine di tempo, la Grecia), e che l’Irlanda ha sottoposto a referendum popolare proprio in questi giorni. In Irlanda ha vinto il no con il 53% dei voti, e l’analisi dei dati elettorali ha mostrato che solo due dei 43 collegi elettorali irlandesi ha votato a favore del Trattato di Lisbona: le aree rurali e le fasce urbane di working class e classe media hanno votato per il no. 

Si è creata dunque una profonda frattura fra due Europe, l’Europa delle burocrazie e l’Europa dei popoli. Persino Tony Blair, uno dei primi ministri inglesi più convintamene europeisti - se dobbiamo credere ai diari di Alastair Campbell recentemente usciti  – ha sottolineato più volte la distanza fra le élite e le classi dirigenti europee e i cittadini dei vari paesi. Molte voci hanno parlato di un’Europa sempre meno democratica, che concentra i processi decisionali nelle aule di Bruxelles e non tra i cittadini. 

In realtà, il deficit che l’Europa sconta è proprio un deficit di riflessione sulla propria identità e sulle proprie fondamenta culturali. Una riflessione su quella complessa e delicata sintesi storica che, attraverso un lungo percorso, ha dipinto il volto dell’Europa. Una riflessione estremamente necessaria soprattutto all’indomani del crollo del blocco Sovietico e del Muro di Berlino, e con la riscoperta dunque dell’Altra Europa, quella che era stata violentemente separata alla fine del secondo conflitto mondiale. La Comunità ha guardato con condiscendenza e con compiacimento verso l’Altra Europa, senza mettere mai in campo delle vere strategie diverse dalla veloce entrata nell’Euro. La necessaria riflessione è stata quindi sempre rimandata. In questi anni, l’Europa è diventata così in gran parte il luogo degli affari, della moneta unica, degli scambi, delle ‘quote’, più che un luogo di riflessione su un preciso percorso culturale. Ed ha finito dunque per essere tutto e il contrario di tutto.

L’idea d’Europa nasce con il ‘miracolo greco’, e dunque quei contenuti storico-culturali, basati sul libero dialogo e sul confronto, dovrebbero essere parte essenziale dell’identità europea. Le istituzioni latine dovrebbero essere anch’esse parte centrale di quell’identità: l’inviolabilità della cittadinanza, la politica come res publica. La tradizione cristiana è anch’essa parte cruciale del cammino dell’Europa: Die Christenheit oder Europa, La Cristianità o Europa, per dirla con Philipp Friedrich von Hardenberg. L’Europa viene anche dal percorso dell’epoca moderna: il sancire la religione come fatto autonomo e indipendente, con suoi propri spazi, e soprattutto la continua libertà d’indagine, di critica, di espressione. 

Europa dovrebbe voler dire infatti soprattutto libertà di espressione. Lo spazio europeo deve sempre garantire dunque anche un intangibile diritto alla critica e al free speech: ma, come hanno dimostrato i recenti casi delle vignette su Maometto pubblicate in Danimarca, e soprattutto l’omicidio di Theo van Gogh ad Amsterdam, questo non sempre è vero. Lo sarà ancor meno in futuro? Questo si chiedono i cittadini europei quando vedono i loro parlamenti ratificare il Trattato di Lisbona, o quando devono partecipare ad un referendum popolare su di esso. Dove ci porterà l’Europa? Cosa sarà l’Europa domani? La sua è una fuga continua dalla terra, senza alcun punto d’approdo?

Si è privilegiata dunque un’Europa che costruisce mercati ed affari e che si annette territori e comunità ad un ritmo sempre crescente, rimandando al domani le questioni fondamentali. E l’entrata della Turchia, che è la questione di cui dibattono non solo le classi dirigenti europee, ma anche i cittadini comunitari? In questo contesto è da consigliare, ai gruppi che la sostengono, la lettura di Neve, l’ultimo romanzo dello scrittore turco Oran Pahmuk, premio Nobel per la letteratura 2007. L’antico mito ci dice che alla fine il toro che portava sulla groppa la fanciulla Europa si fermò nell’isola di Creta. Era un’isola piccola nel mare grande e terribile, eppure mostrava questo: la necessità di un punto fermo, di un saldo terreno su cui costruire una struttura dai criteri stabili, immutabili, duraturi.

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