Il Sabir, la lingua del mare
13 Dicembre 2025
di Ilaria Rizzo
Oggi siamo abituati a pensare il Mediterraneo come una linea di confine, una soglia che separa più di quanto unisca. Eppure, fino a non molto tempo fa, questo stesso mare funzionava come un grande diaframma poroso, attraversato da voci diverse che riuscivano a capirsi grazie a un codice comune: il Sabir, la lingua franca del Mediterraneo. Una lingua modesta, senza pretese, ma capace di far comunicare chi non aveva altro in comune se non il bisogno di intendersi.
Per quasi mille anni, dall’XI al XIX secolo, il Sabir è stato lo strumento indispensabile nei porti: un lessico essenziale, qualche verbo, molta improvvisazione. Eppure bastava. Bastava per vendere e comprare, per trattare una rotta, per accordarsi o minacciarsi, per fare affari o risolvere conflitti. Bastava perfino nei territori più ambigui e violenti del mare: la pirateria, la schiavitù, le negoziazioni tra mondi – probabilmente – ostili.
Lontano dalle accademie, il Sabir era un pidgin costruito giorno per giorno dall’urto di lingue romanze e arabe, greche, turche. Le fonti mostrano un vocabolario dominato dalle parlate italiane—soprattutto venete e liguri—che allora dettavano legge nei traffici marittimi. Il resto era un mosaico spagnolo, catalano, arabo, turco, occitano. La grammatica, ridotta all’osso, sembrava dire: qui conta solo quello che serve.
Era una lingua viva. La si poteva ascoltare nei porti e nei bagni penali di Malta e Algeri, tra schiavi che tentavano di farsi capire e guardiani che non avevano tempo da perdere. Anche la letteratura l’ha sorpresa di sfuggita: Goldoni, nell’Impresario delle Smirne, ne riproduce le inflessioni con la naturalezza di chi osserva da vicino una quotidianità minuta.
Agli inizi dell’Ottocento, quando l’Europa cominciava a organizzare il Mediterraneo secondo le proprie ambizioni imperiali, il Sabir era ancora vivo. Nel 1830, a Marsiglia, i francesi pubblicano il Dictionnaire de la langue franque ou Petit Mauresque, un manuale destinato ai soldati diretti ad Algeri. È un libro curioso: un prontuario di frasi minime, spesso brutali, che rivela più della propaganda sulla realtà dei rapporti tra occupanti e occupati.
Poi la lingua scompare. A cancellarla è l’avvento degli Stati nazionali, dei confini rigidi, delle lingue ufficiali chiamate a rappresentare un’identità. In un mondo che voleva certezze, il Sabir, lingua senza patria, non aveva più spazio.
Gli studiosi lo definiscono “lingua di tutti e di nessuno”. È una formula che coglie l’essenziale:un Mediterraneo pratico,che trova il modo di intendersi. Ricordarlo oggi non serve a coltivare nostalgie, ma a rimettere a fuoco la complessità di un mare che spesso preferiamo ridurre a slogan, appiattendolo a un presente divisivo.
