La bussola dei cattolici deve essere la libertà
04 Marzo 2008
L’animato dibattito di
queste ore sul ruolo e sulla giusta collocazione dei cattolici in politica,
rischia di “perdere per strada i pezzi”, di tralasciare elementi essenziali
della storia e dell’identità cattolica nel nostro Paese.
Due errori, simmetrici e
opposti, devono essere fondamentalmente evitati: da un lato il ritenere che
l’identità cattolica sia un dato del passato, fondamentalmente da archiviare
dietro formule semplicistiche come “modernizzazione del Paese”, e dall’altro
pensare che, in Italia, solo per la geografica prossimità della Santa Sede o
per la sostanziale identità culturale cattolica del Popolo, non sia in atto
quel processo di secolarizzazione, i cui effetti nefasti, legati al relativismo
filosofico ed etico, sono visibilmente e macroscopicamente evidenti in altri
Paesi della vecchia Europa.
Come una clava si agita il
vessillo della laicità, dimenticando che, nella nostra Carta Costituzionale, a
differenza, per esempio, di quella francese, la Repubblica non è
definita: “laica”, con tutti ciò che questo significa, sia in ordine alla
storia sia rispetto all’origine giacobina della “laicità francese”. Inoltre,
purtroppo, gli “agitatori del vessillo laico”, troppo spesso by-passano tutto
il delicato e necessario lavoro di comprensione culturale, filosofica, storica
e politica, del rapporto tra cattolici e laici, che invece è assolutamente
imprescindibile per giungere a una corretta comprensione del problema e
all’elaborazione di quella “sana laicità” che da più parti è auspicata.
Per la dottrina sociale
cattolica, la laicità è sì autonomia della sfera civile e politica da quella
religiosa ed ecclesiastica, ma non può esserci “autonomia dalla sfera morale”
(cf. “Nota dottrinale circa alcune
questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita
politica” n. 6). Anzi, come spesso ribadito, proprio la mancanza di una
“fede soprannaturale”, in un Dio che “suggerisce” comportamenti etici e rivela
Comandamenti morali, obbliga in coscienza il laico ad una grandissima
attenzione alla sfera morale, ai valori, a tutti i temi che non sono, né
possono essere, semplicisticamente riducibili alle soluzioni offerte da un
approccio scientista e tecnicistico.
Questa è la “sana laicità” o
la “laicità benintesa”, come ha
spesso ricordato il Santo Padre Benedetto XVI, altrimenti è “malintesa” e
fraintesa come “pluralismo in chiave di relativismo morale, nociva per la
stessa vita democratica, la quale ha bisogno di fondamenti veri e solidi, vale
a dire di principi etici che per la loro natura e per il loro ruolo di
fondamento della vita sociale non sono negoziabili” (Ibidem, n. 3).
Non a caso si sono
moltiplicate, in vari ambiti sociali, le richieste di “codici etici”: essi, in
realtà, non sono che il “rientro dalla finestra”, purtroppo in versione
caricaturale, del Decalogo del Sinai messo “fuori dalla porta” da certo
ideologico laicismo nostrano ed europeo.
Ritorna, in forma
decentrata, l’etica dello Stato di hegeliana memoria che sostituì quella di Dio
e si divinizzò nelle forme statuali naziste e comuniste. Su tutto questo
dovrebbero meditare quei cattolici così pronti, in modo irenico e ideologico, a
promuovere, sui giusti valori della pace e della moratoria per la pena di
morte, meeting e marce con chiunque, ma riottosi a unirsi con gli stessi
fratelli di fede e con gli “uomini di buona volontà”, per osservare e mettere
in pratica almeno l’etica del Sinai, i valori sottesi e promossi dal quel
Decalogo che è legge e patrimonio dell’intera umanità.
I Cattolici non dovrebbero
dare testimonianza a quest’etica, come alla radice di una Nazione, quale
l’Italia, e di un Continente quale l’Europa? Una falsa concordia, frutto di
compromessi identitari, in nome dei valori, primo tra tutti quello della falsa
pace costruita dall’uomo, e secondo i dettami dei poteri forti del mondo, è
opera dell’Anticristo, come prevedeva Solov’ev all’inizio del secolo scorso.
Come ribadito alla Congregazione
Generale della Compagnia di Gesù, dal Santo Padre Benedetto XVI: “Dovete essere
attenti affinché le vostre opere ed istituzioni conservino sempre una chiara ed
esplicita identità, perché il fine della vostra attività […] non rimanga
ambiguo ed oscuro, e perché tante persone possano condividere i vostri ideali e
unirsi a voi efficacemente e con entusiasmo” (Discorso del 21 febbraio 2008). Possibile
che ciò non valga per i cattolici impegnati in politica?
Il
criterio, per un cattolico, non può che essere la libertà. Verificando quali
ambiti della società e della politica garantiscano la maggiore libertà alla
vita e alla promozione di quei valori, che hanno una dimensione universale, ed
all’esercizio di quella fondamentale azione educativa, senza la quale il
Cattolicesimo non potrebbe né concepirsi né vivere, e nei confronti della quale
è sistematicamente attaccato e tentativamente delegittimato. Senza troppo
successo.
