La minestra riscaldata di Odifreddi e Scalfari

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La minestra riscaldata di Odifreddi e Scalfari

La minestra riscaldata di Odifreddi e Scalfari

02 Gennaio 2008

Le polemiche di Scalfari e Odifreddi sulla teodem Binetti
sono interessanti anche per chi è agnostico, perché  riportano alla luce polemiche, sulle quali è
opportuno fare un po’ di chiarezza. Pergiorgio Odifreddi gioca a  fare il Bertrand Russell del 2008, ma  per chi conosce un po’ la filosofia del ‘900
non è così impertinente. Il laico Benedetto Croce definì Russell un ottimo
matematico che non capiva niente di etica e politica. L’ebreo Wittgenstein fu
più severo e disse: “I libri di Russell andrebbero raggruppati sotto due
colori: […] quelli che trattano di logica matematica in rosso – e chiunque si
occupi di filosofia dovrebbe leggerli; quelli che trattano di etica e di politica
in blu – e non si dovrebbe consentire a nessuno di leggerli”.

Gli argomenti di
Odifreddi sono minestre riscaldate per chi ha letto la terza  parte del Leviathan, dove Hobbes
tratta degli angeli, della chiesa di Roma, del potere ecclesiastico, dei
miracoli. Se la polemica di Hobbes contro la chiesa di Roma  nel ‘600 aveva senso, da tempo non l’ha più
nel Regno Unito: Tony Blair si è convertito al cattolicesimo con grande eco
mediatica  e il Regno Unito discute di
eliminare l’Act of Settlement, la legge approvata nel 1701 per escludere dalla
successione i cattolici della dinastia Stuart e permettere solo ai discendenti
protestanti di Sofia Hannover che non avessero sposato un cattolico di accedere
al trono. Chi ha letto la quarta parte del Leviathan, intitolata Del
Regno delle Tenebre
, e soprattutto il quarantasettesimo capitolo, l’ultimo
dell’opera del fondatore dello stato moderno britannico, si chiede casomai se in
Odifreddi e in Scalfari non agisca una specie di odio di sé, un tipo di
sentimento di cui sono stati spesso vittime gli ebrei. Otto Weininger arrivò a teorizzare la
scomparsa dell’ebreo dal mondo per il bene dell’umanità e finì suicida: l’unico
ebreo intelligente, lo avrebbe definito Hitler.

In Odifreddi e in Scalfari
agiscono  interessi e umori politici
contingenti, ma alla base delle polemiche di entrambi vi è forse anche una
forma inconscia di odio di sé, simile a quello di Italo Calvino, uno degli  più scrittori più interessanti del secondo
dopoguerra. In Eremita a Parigi scrive: “Noi comunisti italiani eravamo
schizofrenici. […] Ricordo benissimo che quando mi capitava di andare in
viaggio in qualche paese del socialismo, mi sentivo profondamente  a disagio, estraneo,  ostile. Ma quando il treno mi riportava in
Italia, quando ripassavo il confine, mi domandavo: ma qui, in Italia, in questa
Italia, cos’altro potrei essere se non comunista?”. L’Italia era meglio dei
paesi dell’est, ma a Calvino non piaceva e per questo finì eremita a Parigi.
Calvino era tutt’altro che superficiale, si analizzava dettagliatamente,
rifletteva: aveva un complesso di inferiorità nei confronti della Francia
causato dall’educazione familiare. Aveva per l’Italia una forma di amore
impazzito, di cui era perfettamente consapevole. Uscì dal Pci nel 1957 e
continuò a riflettere con grande lucidità su quella che  definiva una schizofrenia tutta italiana.

L’odio di sé trasmesso dall’anticattolicesimo di una famiglia della media borghesia,
lo aveva indotto a considerare volgare ciò che era italiano e soprattutto i
poveri contadini, che andavano a fare visita a suo padre, incaricato alla
facoltà di agraria a Torino. Se ne sentiva ancora in colpa mentre viveva a
Parigi. La famiglia Calvino era anticattolica, all’ora della merenda la madre
metteva il piccolo Italo sull’attenti, gli intimava di guardare a Oriente e
ripetere “Pour le pain, pour la paix, pour la liberté”. Una famiglia della
media borghesia, in cerca di una identità più autorevole. Certo una borghesia
diversa da quella del grande borghese Croce, cosciente della responsabilità di
chi è socialmente più forte nella storia di un paese. Calvino aveva una grande
onestà intellettuale e non fece mai mistero di avere aderito al Pci  anche per diventare scrittore. “Ma per noi
che vi aderimmo allora, il comunismo non era soltanto un nodo di aspirazioni
politiche: era anche la fusione con le nostre aspirazioni culturali e
letterarie”. La guerra aveva interrotto la bella époque della riviera per il
ragazzo Calvino. Uno dei suoi amici al liceo era Eugenio Scalfari, che
frequentava l’università a Roma e passava l’estate a San Remo. Nel ’41 Calvino
mandava i suoi articoli a Scalfari, che si dava da fare nel giornale dei Guf.
Ventenni alla ricerca del successo. Per Calvino, il vero rivoluzionario è
l’unico conservatore, perché “nella generale catastrofe delle vicende umane
abbandonate al loro impulso biologico, sa scegliere ciò che va salvato e difeso
e fatto fruttare”. Ironico e contrario a ogni  retorica, il terribile Hobbes avrebbe sorriso
dalla tomba ricordando di essere stato maledetto per avere  scritto che gli uomini cercano soprattutto
potere e sono pronti a ogni gioco logico per averlo. Nel Leviathan la
critica al cattolicesimo di Hobbes è 
funzionale alla nascita di un sistema di autorità in contrapposizione a
quello rappresentato in Europa dalla chiesa di Roma. Hobbes non lo nasconde
affatto e proprio per questo è un filosofo formidabile. Hobbes non era
anticristiano, né contrario all’anglicanesimo, soltanto considerava essenziale
al futuro della Gran Bretagna che il sovrano fosse il capo della chiesa
anglicana e nominasse i vescovi come un imperatore romano. Ciò che è
comprensibile in Hobbes, un leale suddito britannico del ‘600, fiero della sua
isola, è meno comprensibile in un italiano del 2008 come Odifreddi. Hobbes era
un leale suddito brit e sognava una Britannia erede degli antichi romani.
Durante il regno di Giacomo I Stuart anche Hobbes sperò in una riconciliazione
della cristianità, senza che l’Inghilterra rinunciasse all’anglicanesimo e in
cui potesse svolgere un ruolo di terza forza, come ha osservato Hugh Trevor
Roper. Hobbes faceva l’interesse del suo paese ( right or wrong, my country) e,
come Giacomo I era contrario al Concilio di Trento perché considerava la
confessione auricolare uno strumento di ingerenza nella politica inglese. I Monita
Privata,
un libello apocrifo, definito da Adriano Prosperi i Protocolli
di Sion
del ‘600, dove si narrava di una grande congiura gesuita per il
dominio del mondo, ebbero effetto anche in Gran Bretagna, dove ancora oggi la
legge vieta alla royal family matrimoni con 
cattolici. Hobsbawm ha analizzato l’ossessione anticattolica inglese,
perfino quando i cattolici inglesi erano una minoranza insignificante, e l’ ha
considerata una specie di follia collettiva. Nel Leviathan   fondato sul contratto dai sudditi che danno
al sovrano il monopolio della violenza, 
perché nello stato di natura possono essere uccisi da chiunque, anche se
volpi e leoni – Hobbes attacca  cattolici
e presbiteriani, perché entrambi 
contrari al potere assoluto del sovrano. I cattolici come Bellarmino e
Suarez e i presbiteriani accettavano che il potere dei re provenisse da Dio, ma
per loro era legittimato solo dalla perfecta communitas cristiana, che poteva
revocarlo – per i cattolici attraverso il papa, per i presbiteriani attraverso
il parlamento.

I cattolici e i presbiteriani, pur detestandosi, avevano in
comune l’opposizione al potere assoluto dello stato e rivendicavano il ruolo
della perfecta communitas, quindi l’integralismo laico di Scalfari e di
Odifreddi ha poco a che fare con gli ideali democratici. Come è noto, tra tutte
le forme di governo Hobbes preferiva la monarchia assoluta, e  fa sorridere vedere il fondatore di Rep. e
Odifreddi usare le argomentazione di un sostenitore dell’assolutismo monarchico
del ‘600.