La rinascita dell’Università passa attraverso le modalità di finanziamento

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La rinascita dell’Università passa attraverso le modalità di finanziamento

La rinascita dell’Università passa attraverso le modalità di finanziamento

04 Aprile 2008

Partiamo dall’ovvio. Ogni progetto, sia esso un progetto
per una casa o il progetto per una istituzione sociale, deve scaturire da una
chiara visione degli obiettivi che si vogliono raggiungere. Altrettanto dicasi
per qualsiasi  riforma: senza una
preventiva definizione degli scopi da conseguire c’è il rischio che essa
risulti inutile o, addirittura, dannosa.

L’Università è
la più delicata tra tutte le istituzioni che costituiscono l’impalcatura di una
società efficiente. I motivi di questa affermazione sono molteplici e qui
vorrei esporli brevemente considerando solo i più importanti e trascurando la
parte riguardante l’organizzazione didattica.

Ogni Istituzione deve fornire
precisi servizi alla comunità che si fa, di conseguenza, carica della sua
esistenza e funzionalità. A tutti i livelli, è un principio di sana efficienza
quello che per cui chi paga ha il diritto di effettuare il controllo sulla
qualità del servizio stesso. Nel caso delle istituzioni sociali, ciò è
ovviamente impossibile per il singolo cittadino. Pertanto, questo compito viene
demandato allo Stato, il quale si assume il dovere di esercitare il controllo
per conto dei cittadini.

Oltre all’Università, vi sono
altre importanti istituzioni. Ne cito alcune: la magistratura, la scuola, la
polizia, ecc. Ognuna di queste ha il compito di offrire servizi più o meno facilmente
valutabili in concreto e, teoricamente, tutti valutabili in tempi brevi.
L’Università, a differenza delle altre, deve fornire vari servizi, che, per
brevità, classifichiamo nelle seguenti tre categorie:

a) deve formare gli
specialisti nei vari settori (medici, ingegneri, storici, ecc.)

b) deve garantire l’efficienza
del processo cumulativo delle conoscenze e delle esperienze della società;

c) deve ricercare e
acquisire nuove conoscenze che permettano il progresso della società stessa.

Dal punto di vista temporale,
le prime due sono, al pari dei servizi forniti dalle altre istituzioni,
valutabili in tempi brevi o medi, diciamo entro una generazione. La terza
categoria invece richiede tempi più lunghi e questo rende l’Università  la più delicata delle Istituzioni sociali.

Per fare un esempio, se la
formazione medica è carente, la società lo avverte nel giro di pochi anni,
mentre se la formazione degli scienziati è carente, lo si avverte molto più
tardi.

La terza categoria infatti
richiede spesso tempi più lunghi per essere valutata: la storia della Scienza è
piena di scoperte che hanno cambiato il corso delle vicende umane, ma la cui
importanza è stata riconosciuta solo dopo molti anni.  Inoltre, essendo questo servizio di tipo
iperspecialistico,  la sua valutazione
deve essere demandata, per forza di cose,  alla Comunità stessa che lo espleta. Sono
queste due peculiarità  che rendono l’Università
la più delicata delle istituzioni sociali: il pericolo del formarsi delle
corporazioni (intese non nel senso di Hayek di gruppo di pressione  ma di centro di potere avulso da controlli
efficienti. Baronie, per intenderci) o, per
usare un termine  più corrente, delle
caste, vere metastasi dei corpi
sociali, diventa più facile.

Non tutti i servizi inclusi
nella terza categoria richiedono tempi lunghi per una valutazione: la parte più
tecnologica, cioè la parte della conoscenza di più immediata applicazione,
richiede tempi brevi,  essendo la sua
produzione quantificabile con il numero di brevetti, contratti con l’industria
ecc. La parte che richiede tempi più lunghi è quella che viene di solito
chiamata ricerca di base. E’ questa la
parte più importante e di più difficile valutazione. Necessariamente i
controlli previsti devono essere di natura particolare, aderenti alla peculiarità
del settore: paradossalmente, oggi  sono
quasi del tutto inesistenti. L’assenza di controlli comporta il pericolo del
formarsi di caste autoreferenziali del tutto avulse dal controllo che il tax payer (o il suo surrogato, cioè lo
Stato)  avrebbe il diritto, e soprattutto
il dovere, nel caso dello Stato, di effettuare.

L’autonomia concessa alle
Università realizza proprio questo stato di pericolo, consentendo il formarsi
di centri di spesa completamente avulsi dai soggetti pagatori. L’alibi è sempre lo stesso: bisogna creare l’autonomia perché in America funziona…”,
dimenticando di dire che in America ci sono altri tipi di controllo sociale,
non ultimo, ma certamente dirimente, la possibilità che l’Università possa
fallire e tutti, rettori in primis, professori, ecc. rimanere senza stipendio. Inoltre,
non è vero che l’università americana sia del tutto privata (a parte il fatto
che gran parte di esse è gestita dai singoli Stati). La ricerca fondamentale,
che, come abbiamo visto, è il servizio più delicato offerto da questa Istituzione,
è strettamente gestita dallo Stato attraverso la NSF (National State Fundation) per quel che
riguarda le Scienze e la NIH
per quel che riguarda la medicina.

Si rimane sbigottiti nel
constatare che tutte le riforme fatte negli ultimi venti anni abbiano
colpevolmente trascurato l’aspetto della distribuzione dei fondi alla ricerca
fondamentale, in ogni caso dissociandola da una seria valutazione della stessa:
l’autovalutazione, come si è avuta talvolta la sfacciataggine di chiamarla, è
un non senso.

Riassumendo. Fino a quando l’erogatore dei
fondi continua ad essere lo Stato, quest’ultimo ha il dovere di controllare che
tali fondi siano spesi per fornire ai cittadini i servizi per i quali essi
pagano le tasse. Questo implica che la governance
dell’Università non può essere demandata alla corporazione la quale gestisce i
fondi autonomamente e quindi è di fatto avulsa dal controllo sociale. Ribadendo
un concetto già espresso, la formazione di caste o corporazioni %C3