La Turchia è proprio incompatibile con l’Europa?
23 Ottobre 2009
“I Turchi vengono in Germania e fanno un sacco di figli per invaderci!” Parola di Thilo Sarrazin, componente del consiglio direttivo della Bundesbank tedesca. La sua recente esternazione ha suscitato un coro di disapprovazioni in Germania (e cortei di protesta a Istanbul), soprattutto in campo socialdemocratico (guarda caso, la parte politica che ora chiede le dimissioni di Sarrazin è la stessa che lo aveva proposto per questo incarico).
Germania a parte, la pregiudiziale anti-turca è molto diffusa in tutto l’Occidente, anche fra la gente comune. “Mamma li Turchi!” è un’esclamazione dura a morire, che richiama antiche paure che a volte riemergono dal subconscio e che rievocano un misterioso pericolo “asiatico”.
Ma è veramente “asiatica”, la Turchia? Se approfondiamo l’argomento vedremo che in fin dei conti la geografia gioca a favore, non contro, l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Quando affermiamo che la Turchia è una potenza “asiatica”, dimentichiamo che Pantelleria, Linosa e Lampedusa giacciono sulla piattaforma continentale africana. E che dire di tutte le altre zone geograficamente in America, Africa, Asia e Oceania su cui sventola la bandiera europea? Eccone alcune: Falklands/Malvinas, Sud Georgia, Guadalupa e Martinica, Guyana, Ceuta e Melilla, Azzorre e Canarie, Reunion, Nuova Caledonia, Wallis e Futuna,… E poi i Turchi sono circondati da popoli europei: hanno i Greci a ovest, i Bulgari, i Rumeni, gli Ucraini e i Russi a nord, i Georgiani e gli Armeni a est, gli Israeliani e i Ciprioti a Sud, tutti popoli europeissimi. Anche Cipro, che si trova di fronte alla Siria, a sudest di tutte le maggiori città turche, ormai è parte integrante della UE. E allora perché mai solamente i Turchi, benché circondati da europei, dovrebbero essere asiatici? Chi l’ha detto che al di là del Bosforo si cambia continente? Il Bosforo (con il suo splendido ponte) è molto meno lungo e largo dell’enorme tratto di Danubio che separa Romania e Bulgaria (centinaia di chilometri senza un solo ponte), eppure nessuno si sognerebbe di affermare che quei due Paesi appartengono a continenti diversi. La realtà è che il Mar Nero non è mai stato diviso fra Europa ed Asia, ma è un lago europeo, quindi la penisola anatolica è per il 90% Europa, in quanto tributaria del Mar Nero. Solo quella minima porzione di Anatolia che è tributaria del Golfo Persico tramite i bacini idrografici del Tigri e dell’Eufrate può essere geograficamente definita “Asia”.
A ben vedere neanche la storia gioca contro la Turchia in Europa. Storicamente la penisola anatolica, abitata dalle prime comunità cristiane (è la patria, fra gli altri, di San Paolo e di San Nicola), ha fatto da ponte fra la Terrasanta e l’Europa, favorendone la cristianizzazione. Senza la Turchia, l’Europa sarebbe diventata cristiana alcuni secoli più tardi. Senza la Turchia, a chi avrebbe scritto San Paolo le lettere ai Galati, agli Efesini, ai Laodicesi,…?
E’ pur vero che le fobie europee e italiane contro i Turchi hanno profonde radici nella nostra mentalità. Ci ricordiamo del 1389 (battaglia di Kosovo Polje), del 1453 (conquista di Costantinopoli), del 1480-81 (occupazione di Otranto), del Cinquecento e del Seicento, quando ci fu la conquista turca dell’Europa balcanica e danubiana, del 1565 (assedio di Malta), del 1683 (assedio di Vienna) e del 1915 (genocidio degli Armeni). Ma ciò non deve influenzare il giudizio politico sull’opportunità di far entrare la Turchia nell’UE. Anche perché in tutte le date rammentate la Turchia contò sulla collaborazione di Stati europei, desiderosi di fare lo sgambetto ad altri Stati europei. Infatti sono del 1525 i primi amichevoli contatti fra Solimano il Magnifico e Francesco I Re di Francia ed è del 1536 il primo trattato di alleanza franco-turco. In virtù di quel trattato i Francesi danno una mano a Kaireddin Pascià, detto il Barbarossa, che razzia navi cristiane nel Mediterraneo. Inoltre, quando la Russia diventa la principale antagonista dei Turchi nei Balcani e in Asia, alcuni Stati europei preferiscono sostenere Costantinopoli contro Mosca. E non dimentichiamo che nel 1710 Francesi e Svedesi incitano i Turchi contro Pietro il Grande e che nel 1854 Francesi, Inglesi e Piemontesi difendono l’Impero ottomano contro i Russi in Crimea.
Inoltre, l’Impero ottomano faceva parte del “Concerto delle potenze europee” fin dalle trattative di pace subito dopo la guerra di Crimea del 1856, quindi non è del tutto corretto parlare di “entrare in Europa” per la Turchia, che in Europa si trova già da secoli.
Se la geografia e la storia non ostacolano le ambizioni europee della Turchia, altrettanto fa la politica. Taluni sostengono che la candidatura turca vada rigettata per il semplice motivo che è appoggiata dagli Americani: significa che è nociva per l’Europa. Ma l’argomentazione non appare sufficientemente seria. Più serio appare il fatto che la Turchia è già membro del Consiglio d’Europa, della NATO e dell’OSCE. Pertanto dire “benvenuti nella NATO ma non nell’UE” è come dire cinicamente “siete buoni per morire insieme a noi, non per vivere insieme a noi”. Non si può far aspettare un Paese per mezzo secolo (la prima domanda di adesione della Turchia alla CEE risale al 1959, e lo status di candidato è stato concesso magnanimamente solo nel 1999). Allo stesso modo, è da “due pesi e due misure” avere accettato Grecia, Portogallo e Spagna dicendo loro “entrate, poi vi aiuteremo a crescere”, mentre alla Turchia diciamo “prima crescete, poi entrerete”. Respingere la Turchia, poi, equivarrebbe a perdere l’occasione storica di ancorare stabilmente al modello liberaldemocratico un grande Paese musulmano.
Passando all’aspetto religioso-sociale, se l’Europa cristiana è riluttante ad accettare la Turchia in quanto musulmana, perché non ha il coraggio di dichiarare chiaramente quali siano le sue radici nel preambolo della propria costituzione o del trattato di Lisbona? Senza contare il fatto che l’Europa da sempre -ma soprattutto oggi- trae la sua forza proprio dalle diversità. Non dobbiamo dimenticare che San Paolo e San Giovanni hanno predicato proprio in Anatolia, ultima casa della Vergine Maria e teatro dei primi Concilii ecumenici. Né che i Turchi furono più tolleranti di molti Stati cristiani: nel 1492 accolsero gli ebrei cacciati dalla Spagna, poi riservarono libertà ai cristiani (ortodossi, cattolici, maroniti, armeni, assiri, caldei) nell’Impero ottomano e garantirono loro l’accesso ai Luoghi Santi. I calendari dell’Impero ottomano erano sinottici e indicavano tutte le festività religiose delle diverse confessioni dei sudditi del Sultano e ognuno era autorizzato a santificare liberamente le proprie feste. Comunque sia, piaccia o no, i musulmani sono “già” in Europa (e ce ne sono 20 milioni) e l’ingresso ufficiale della Turchia sarebbe forse la chiave di volta per la pacificazione duratura con il mondo islamico. Né ha molto significato il timore che la Turchia musulmana possa influire negativamente sui musulmani balcanici. Chi influisce negativamente sui musulmani balcanici è piuttosto l’Arabia Saudita col suo estremismo wahhabita, non certo la Turchia che è più incline al tollerante sufismo bektashi. Inoltre, la Turchia ha il raro privilegio di intrattenere buone relazioni sia coi Palestinesi che con Israele (e non sarà certo la cancellazione di un’esercitazione militare a deteriorarle).
Un altro settore controverso è quello demografico-economico-energetico. Qualcuno teme che il ritardo turco in questi ambiti divorerebbe gli aiuti regionali dell’Unione, con conseguenze destabilizzanti. Ma non è da sottovalutare la teoria secondo cui l’Europa avrebbe tutto da guadagnare ad inglobare un mercato di 70 milioni di individui, con un’economia in costante, dinamica crescita. Né appare del tutto fondata la paura secondo cui il tasso di crescita demografica della Turchia la trasformerebbe in una superpotenza comunitaria sia nel Parlamento che nel Consiglio. Pensiamo, piuttosto, al fatto che con l’adozione del nuovo trattato nascerà l’Europa dalle molte velocità, e molti dei nostri timori odierni perderanno validità. E per quanto attiene all’aspetto energetico, non sono da sottovalutare i buoni contatti di Ankara con quella parte di continente asiatico chiamato “Turkestan”, ricco di fonti energetiche e fondamentale per ciò che la UE persegue con ansia: la diversificazione degli approvvigionamenti energetici.
A proposito dell’aspetto giuridico, poi, le riserve mentali europee si incrociano talvolta con le leggende metropolitane, come quella secondo cui la riforma del codice penale turco sarebbe lontana, tant’è vero che vi si prevede ancora la punizione dell’adulterio. Non è vero: fin dal 26 ottobre 2004 il parlamento di Ankara ha approvato il nuovo codice penale secondo cui l’adulterio non è più reato. E quand’anche fosse vero, non dimentichiamo che nel 1957, all’epoca della firma del Trattato di Roma, l’adulterio e il concubinaggio erano reati anche in Italia (poi depenalizzati solo e rispettivamente nel 1968 e 1969).
Concludendo con l’aspetto militare, avendo giocato un ruolo fondamentale nella sconfitta del blocco sovietico durante la guerra fredda, è naturale per la Turchia aspirare a far parte della nuova architettura di sicurezza euroatlantica che così efficacemente ha contribuito lei stessa a costruire. La Turchia, che dispone di un potente ed efficiente apparato militare, favorirebbe sensibilmente la PESD, politica europea di sicurezza e difesa, e potrebbe rappresentare proprio il valore aggiunto che consentirebbe all’Europa di superare l’antica, penosa situazione di “gigante economico, nano politico e nulla militare”.
