Le crisi moderne sono diventate perpetue, come risolverle?
30 Maggio 2009
Come mai le crisi ante 1945, fossero anche guerre mondiali, duravano in media due anni e quelle odierne non finiscono mai? E come mai le soluzioni delle crisi un tempo venivano adottate in tre mesi e oggi non si risolve mai niente? Le possibili cause sembrano tre, e una di queste è particolarmente inquietante.
Ma andiamo con ordine e cominciamo con le crisi di ieri.
Ricordate le guerre di indipendenza risorgimentali del 1848, 1859 e 1866? Erano campagne che si risolvevano in poche settimane. La guerra civile americana (1861-1865) durò quattro anni. In quanto alla guerra franco-tedesca del 1870-1871, durò un annetto, così come la guerra di Libia fra Regno d’Italia e Impero Ottomano nel 1911-1912 e così come le guerre balcaniche del 1912 e 1913.
La “grande guerra” del 1914-1918, per mondiale che fosse, durò quattro anni e la campagna di Abissinia per la conquista dell’Impero nel 1935-1936 non durò più di un anno e mezzo. Meno di tre anni durò la guerra civile spagnola (1936-1939), mentre la seconda guerra mondiale si protrasse per oltre cinque anni. La durata media di tutte queste crisi, tutto sommato, è di solo due anni.
Le crisi di oggi, vale a dire dal 1945 ai giorni nostri, invece, non finiscono mai. Ecco alcuni esempi. La lunga crisi indocinese cominciò subito dopo la fine della seconda guerra mondiale con la ribellione alla dominazione francese, proseguì con l’intervento americano che sostituì quello francese e si concluse con la fuga statunitense dal Vietnam nel 1975, proseguì ancora con le guerre vietnamite contro Cina e Cambogia e non terminò prima del 1980: un totale di 35 anni.
E che dire della guerra fredda (1945-1989) che durò 45 anni, della crisi indo-pakistana iniziata nel 1947 e che continua tuttora, del conflitto israelo-palestinese iniziato nel 1948 e per nulla concluso, della crisi coreana cominciata nel 1950 e che non solo dura tuttora ma si tinge pericolosamente di nucleare?
La crisi irakena, dal canto suo, non è certo cominciata 18 anni fa con l’invasione saddamita del Kuwait, perchè prima ancora è da registrare una decennale guerra contro l’Iran. E la crisi afghana non è certo iniziata nel 2001 con l’operazione “Enduring Freedom” (a proposito: la sua durata ha già superato quelle delle due guerre mondiali messe insieme), ma piuttosto nel 1979 con l’invasione sovietica, ovvero ben trent’anni fa.
Anche la crisi dell’ex Iugoslavia, iniziata in maniera cruenta all’inizio degli anni ’90, si protrae da quasi un ventennio e i suoi contraccolpi si fanno sentire ancora oggi, ad esempio con l’autoproclamata indipendenza del Kosovo che è servita da precedente per analoghe prese di posizione da parte di Abkhazia e Sud-Ossezia.
La durata media di tutte queste crisi supera i cinquant’anni, una cifra che non solo è enorme ma è destinata ad aumentare, considerato che la crisi del vicino Oriente non verrà certo risolta a breve.
Passiamo ora alla soluzione delle crisi di ieri. Se dopo le campagne napoleoniche c’era la necessità di stabilire un nuovo ordine mondiale (o di ristabilire quello vecchio) si organizzava un congresso a Vienna e in soli sette mesi a cavallo del 1814 e 1815 si decideva tutto nei minimi dettagli.
Se nel 1878 si avvertiva l’esigenza di stabilire un nuovo assetto per i Balcani, si indiceva un bel congresso a Berlino e nel giro di due mesi il problema era risolto.
Se poi si trattava di stabilire il nuovo ordine mondiale dopo la grande guerra, una conferenza di pace a Parigi era in grado di decidere tutto in soli sei mesi (magari ponendo le premesse per lo scoppio di un’ulteriore guerra mondiale da lì a vent’anni, ma questa è un’altra storia).
E se gli Alleati nel 1943 intendevano escogitare una strategia per vincere il secondo conflitto mondiale? Nulla di più semplice: si organizzava una conferenza a Teheran e nel giro di soli quattro giorni la strategia era bell’e pronta.
Se poi gli stessi Alleati nel 1945 dovevano decidere la fisionomia del globo dopo avere vinto il secondo conflitto mondiale, bastava riunirsi a Yalta e tutto veniva risolto in soli sette giorni.
Vogliamo fare altri due esempi? Se quei medesimi Alleati nel 1945 dovevano decidere le zone di occupazione della Germania sconfitta, si riunivano a Potsdam e risolvevano il problema in due settimane. E infine, se i vincitori di quel conflitto dovevano decidere il destino di chi aveva avuto la brutta idea di perdere la guerra, si organizzava un bel (si fa per dire) processo a Norimberga e nel giro di dieci mesi tutti gli imputati penzolavano da una forca (compreso Goering che si suicidò col cianuro per evitare il patibolo, ma fu ugualmente impiccato dopo morto).
La durata media di questi sette esempi di rapida soluzione delle crisi è di soli tre mesi, un arco di tempo oggi impensabile.
La soluzione delle crisi di oggi, infatti, si sa quando comincia ma non si sa quando finisce. Un esempio eclatante è quello del controllo degli armamenti e della non-proliferazione. Le grandi potenze e la comunità internazionale si sono impegnate per lunghi decenni in una sequela infinita di colloqui e trattati caratterizzati dalle più svariate sigle (CFE, ABM, START, CSBM, SALT, NPT, eccetera…), ma con quali risultati? Dire “zero” sarebbe troppo generoso, dato che i Paesi in possesso di armi di distruzione di massa non sono certo diminuiti. Al contrario, sono aumentati, e le notizie provenienti in questi giorni da Iran e Corea del Nord sono tutt’altro che rassicuranti.
Un altro esempio eloquente è quello del conflitto israelo-palestinese. Anche in questo caso le parti coinvolte e quelle mediatrici si sono riunite ripetutamente in ogni dove (da Camp David a Taba, da Roma a Oslo, da Washington a Ginevra, da Sharm el-Sheikh ad Annapolis, …), anche in questo caso senza alcun apprezzabile risultato.
Il caso Afghanistan non sfugge alla norma ormai consolidata delle riunioni tanto numerose e pletoriche quanto inconcludenti ed inutili. Dopo la prima riunione di Bonn nel 2001, le parti in causa si sono periodicamente riunite anno dopo anno e mese dopo mese a Roma, Londra, Tokio, Parigi, Washington, Mosca, L’Aja (e l’elenco potrebbe continuare), magari all’insaputa l’uno dell’altro e con dannose duplicazioni degli sforzi. Particolarmente significative, da questo punto di vista, la riunione indetta dall’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai a Mosca il 27 marzo scorso e quella tenutasi all’Aja quattro giorni dopo per iniziativa di NATO e ONU. Risultati? La situazione sta continuando a peggiorare sensibilmente e l’ennesima riunione in proposito, prevista a Trieste nel prossimo mese di giugno nell’ambito della presidenza italiana del G8, tutto farà fuorché scrivere la parola “fine” alla crisi afghana.
Quali sono le cause di tutto ciò? Tre ipotesi sembrano plausibili. Prima ipotesi: gli Stati moderni che si indeboliscono cedendo costantemente pezzi di sovranità alle Organizzazioni internazionali (si pensi alla legislazione europea che prevale su quelle nazionali, si pensi ai confini che spariscono, alla libertà di movimento, alle monete uniche) non sono più in grado di gestire e risolvere le crisi in tempi rapidi ed efficacemente.
Seconda ipotesi (complementare alla prima): le Organizzazioni internazionali, tuttora “in crisi di crescenza”, non hanno ancora acquisito adeguate capacità di crisis management (si pensi al “palazzo di veto” dell’ONU che non dispone di forze proprie, si pensi alla NATO alle prese con i famigerati caveat nazionali, si pensi all’Unione Europea che stenta a dotarsi di un servizio diplomatico comune e di una propria identità di difesa e sicurezza, si pensi all’OSCE che le crisi riesce meglio a crearle che a risolverle).
La terza ipotesi, che tuttavia non esclude le altre due, è la più inquietante: c’è qualcuno che ha interesse alle crisi perpetue, e che da queste crisi ci guadagna. Su queste tre ipotesi, ed in modo particolare sull’ultima, sono graditi i pareri dei lettori.
