Mediterraneo: cosa accade e cosa accadrà?

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Mediterraneo: cosa accade e cosa accadrà?

05 Marzo 2011

Quanto sta accadendo nel Medio Oriente e nel Nord Africa in generale e in Libia in particolare è una sorta di gioco del domino, in cui la caduta della prima pedina provoca la caduta di tutte le altre. Ma è molto più complicato, perché le pedine non sono tutte uguali, hanno pesi diversi, non agiscono soltanto lungo una linea bensì lungo una molteplicità di linee che si sviluppano non su un piano ma in una specie di spazio tridimensionale. A complicare le cose, il fatto che le pedine (che sono a loro volta collegate a livello planetario con molte altre che qui non prendiamo in esame), una volta cadute, possono non solo rialzarsi ma anche cambiare dimensioni.

La prima pedina di questo grande immaginario domino si chiama prezzi alimentari. Se questi fossero rimasti bassi, probabilmente nulla sarebbe accaduto. E invece a gennaio 2011 è successo che il FPI, Food Price Index, (che riguarda pane, cereali, oli, grassi, latticini e riso) è aumentato per la settima volta consecutiva, raggiungendo i valori più alti degli ultimi vent’anni. L’aumento dei prezzi causato dal crollo della produzione soprattutto in Nordafrica ha generato le proteste e la conseguente destabilizzazione dei regimi interessati.

E quella delle proteste pacifiche è la seconda pedina, abbattuta dalla prima. Curiosamente, i mass media italiani hanno parlato soltanto (e poco) di Tunisia, Algeria ed Egitto, con sporadici cenni a Marocco, Giordania, Yemen e Bahrein, dimenticando l’Africa subsahariana dove si stanno verificando fenomeni molto simili. In Senegal le proteste si ripetono quotidianamente dall’inizio di febbraio, in Ghana e nelle isole Mauritius il costo del cibo e del carburante è lievitato del 30%. In Tanzania il malcontento della gente deriva non solo dall’aumento dei prezzi ma anche dai brogli elettorali, fenomeno africano endemico che interessa anche la Repubblica Centrafricana, il Gabon, il Togo, il Benin e l’Uganda. Il fenomeno delle elezioni truccate interessa meno l’Etiopia (dove i leaders dell’opposizione sono in galera) e l’Eritrea, ma solo perché dal giorno dell’indipendenza (era il 1993) non si è votato mai. Non è da sottovalutare il potenziale di malcontento popolare in un’area dove la gente non ne può più delle dittature a vita a conduzione familiare, in cui i dittatori lasciano il potere solo quando passano a miglior vita, per cederlo solitamente ad un figlio.

E tutto questo abbatte la terza pedina, quella del fenomeno di emulazione. Solo dieci anni fa l’opinione pubblica libica non sapeva nulla di ciò che accadeva in Egitto o in Tunisia ma oggi è cambiato tutto. La globalizzazione, la tv satellitare, il telefono cellulare, internet, la posta elettronica e i social networks hanno tolto ai governi il monopolio dell’informazione e oggi tutti sono informati su tutto in tempo reale e tendono a copiare ciò che si fa all’estero, soprattutto se si tratta di sollevazioni popolari.

L’emulazione, dunque, va ad urtare un’altra pedina del gioco, la quarta, che riguarda le proteste violente che talvolta si trasformano in guerra civile. In piazza Tahrir al Cairo la gente era armata solo di cartelli e talvolta di pietre, ma in Libia sono spuntati i kalashnikov e il lanciarazzi RPG, per non parlare dei blindati recuperati nell’assalto alle caserme della Cirenaica. In Tunisia ed Egitto i militari hanno mantenuto la calma ed hanno finito per solidarizzare con gli insorti, mentre in Libia l’esercito non ha esitato a sparare sulla gente. Non solo, ma per la prima volta si è assistito a qualcosa che né Hitler, né Stalin né Pol Pot avevano fatto mai: far intervenire aerei ed elicotteri per sparare sul proprio popolo, causando migliaia di morti che, a quanto si dice, vengono sepolti in fosse comuni sulle spiagge della Tripolitania. Solo Saddam Hussein aveva fatto qualcosa di simile quando aveva colpito le popolazioni kurde dell’Iraq settentrionale con i gas tossici.

Ed ecco che la quinta pedina a venire colpita è quella dell’aspetto energetico. I prezzi del petrolio salgono e le forniture vengono rallentate o interrotte. L’Italia è la prima a risentirne visto che il suo fabbisogno energetico dipende per il 24% dal petrolio di Gheddafi e per il 12% dal gas libico, senza contare il fatto che la Libia è azionaria di vari segmenti del “sistema Italia” (da Unicredit a ENI, dalla FIAT a Finmeccanica e alla Juventus).

Da qui ad abbattere la sesta pedina il passo è breve: è quella della dipendenza energetica italiana (ed europea) dalla Russia, partner inaffidabile e lunatico che già ha dimostrato più volte di essere disposta ad usare l’energia come un’arma, aprendo e soprattutto chiudendo a suo piacimento i rubinetti delle condutture del gas e lasciando al freddo e al gelo un grande paese come l’Ucraina.

Nel frattempo, le proteste pacifiche e violente agiscono su una settima pedina che non è meno problematica delle altre: l’emigrazione clandestina, sia essa gestita dalla criminalità organizzata o istigata dagli stessi governi (Gheddafi non ha mai fatto mistero della minaccia di scatenare massicci flussi migratori verso l’Italia). Giunti a Lampedusa, isola creata dal buon Dio per dare alloggio a cinquemila abitanti autoctoni, altrettanti “migranti” (chiamarli col loro vero nome di “clandestini” non è politicamente corretto), data una rapida occhiata al centro di accoglienza che ha le porte spalancate per farli entrare ma soprattutto per farli uscire, girano in tutta libertà per l’isola sotto lo sguardo preoccupato degli abitanti, sotto lo sguardo indifferente delle forze dell’ordine e sotto lo sguardo infastidito dei tre inutili funzionari che l’Unione Europea ha inviato lì a fare nulla. L’aspetto più assurdo è che taluni clandestini (ammesso che siano i medesimi che hanno partecipato alle proteste) chiedono asilo politico, proprio loro che hanno estromesso Ben Alì in Tunisia e Mubarak in Egitto, loro che dovrebbero restare a costruire il futuro dei loro paesi. Asilo politico? Dovrebbero essere i dittatori fuggiaschi a chiederlo. E invece in questa fiera delle assurdità i tiranni deposti si rifugiano a Sharm el-Sheikh, mentre i giovani che hanno deposto i tiranni fuggono dai loro paesi.

A questo punto le due ultime pedine considerate (dipendenza energetica ed emigrazione clandestina) si abbattono con forza sull’ottava, che rappresenta la destabilizzazione dell’Italia e dell’Europa. Quest’ultima è alle prese con la prima grande crisi internazionale dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona e dall’istituzione delle “alte cariche” che nessuno conosce e che rispondono ai nomi di Mr. Van Rompuy e di Lady Ashton. Allergici alle decisioni, costoro riescono solo a vagheggiare di “sanzioni”, strumento obsoleto e controproducente che, ogni qual volta è stato applicato, ha finito per affossare le popolazioni senza scalfire i dittatori. Anche la debolezza politica europea contribuisce a destabilizzare se stessa, data la colpevole assenza di una politica estera comune, di una politica comune di sicurezza e difesa e di politiche comuni nei settori monetario, fiscale ed energetico. Ora che le frontiere interne non esistono più, le uniche frontiere d’Europa sono quelle esterne, e Lampedusa è dislocata proprio sulla frontiera esterna d’Europa. Quando un clandestino sbarca a Lampedusa, è come se entrasse a Westminster, a Danzica o a Tallinn, quindi anche il Regno Unito, la Polonia e l’Estonia si devono preoccupare, e molto. Ecco perchè il rifiuto di certi paesi nordici ad accollarsi parte del problema appare quanto mai assurdo e colpevole. E` come se tre o quattro regioni italiane si rifiutassero di fornire giocatori alla nazionale di calcio o di far arruolare i loro giovani nei Carabinieri.

La quantità di clandestini che si profila all’orizzonte è assolutamente ingestibile da parte italiana e può far piacere solo a quelle forze politiche che, sapendo di non riuscire ad andare al potere col voto degli Italiani, mirano a concedere il diritto di voto agli immigrati sperando di ottenere il 50% dei voti più uno.

L’invasione che si sta profilando non farebbe altro che dare postuma ragione ad Oriana Fallaci e alla sua inquietante previsione dell’Eurabia. E contribuirebbe anche a farci risprofondare nella crisi economica e finanziaria che si stava allontanando.

Mi si chiederà: e l’Islam dove lo mettiamo? Giusto. Non ho considerato l’Islam, moderato o fondamentalista che sia, perché richiederebbe una trattazione a parte. E poi l’Islam (che -non dimentichiamolo- ha contribuito a scrivere parte della storia del nostro continente) non è paragonabile ad una pedina qualunque ma è piuttosto un’entità che permea almeno cinque delle pedine prese in esame.

C’è una soluzione? Sì, agire sulla pedina numero uno, quella dei prezzi alimentari nei paesi del cosiddetto terzo mondo, anche se questa non è stata di certo l’unica causa delle proteste. Se i prezzi del petrolio e degli alimenti saliranno ancora, la protesta si potrà propagare al resto dell’Africa, all’Asia e all’America Latina. L’Unione Europea, dunque, che è al primo posto fra i donatori mondiali, indirizzi i suoi aiuti in modo da influire sui prezzi degli alimenti. Se questi scenderanno, calerà anche il prezzo del petrolio e si innescherà un circuito virtuoso. Le altre pedine, dalla 2 alla 8, si rialzeranno e tutto funzionerà meglio.

E l’ONU, anziché far proliferare gli uffici dell’Alto Commissariato per i rifugiati nelle comode capitali europee dove non servono a nulla, li dislochi sulle coste del Nordafrica presso le agenzie criminali che controllano il traffico clandestino. E’ quello il posto migliore per rendersi conto del problema, per denunciare gli abusi e per aiutare la gente del posto a trovare un lavoro e un futuro sul posto. Noi siamo al completo.