Nel far west del bipolarismo italiano la stampa può mettere in crisi la politica
21 Settembre 2009
di Redazione
La stampa italiana è in crisi, un grande giornale come il Corriere con l’ambizione di dirigere la vita politica italiana ricorre al gossip per vendere qualche copia in più, con espedienti come pubblicare sul cartaceo i verbali di Tarantini sulle escort e sulla cena con D’Alema. Raramente appare sul Corriere qualche analisi seria nella sezione esteri, come nella Frankfurter Allgemeine Zeitung o Le Monde. Un reportage sull’Africa o sugli Stati Uniti, realtà sulle quali il quotidiano di via Solferino non va al di là dei soliti luoghi comuni. La stampa italiana è tutta ripiegata su stessa, come se il resto del mondo non esistesse, e dei media stranieri riporta solo ciò che tocca l’Italia. Un circolo vizioso. Per le elezioni americane il Corriere ha inviato Maria Laura Rodotà, che si è limitata a informarci sulla cofana di Sarah Palin, i suoi vestiti, la figlia incinta, poi tutte le mise e pettinature di Michelle Obama. Un po’ troppo poco per le elezioni del presidente degli Stati Uniti per il giornale principe della stampa italiana. Per il resto, il Corriere sembra vivere sull’onda degli avvenimenti o commentare direttamente quanto avviene in tv, come è accaduto per l’ultimo Porta a Porta per la consegna delle case ai terremotati d’Abruzzo. Gli editorialisti, i venerati maestri, scrivono da quindici anni le stesse cose e quindi si sa già cosa avranno scritto prima di leggerli.
Il giornale che vuole dirigere la vita politica italiana non riesce se non a lamentarsi del far west del bipolarismo italiano, un far west che alimenta raccogliendo tutti i gossip in giro, dipingendo scenari di sfracelli nel PdL e nel Pd. Come ciliegina è arrivato l’intervento di Adornato col requiem sul bipolarismo. In realtà, basterebbe dare uno sguardo fuori d’Italia per rendersi conto che il bipolarismo funziona e bene solo se ha istituzioni adatte ad esso. In Italia non si sa quali siano i poteri del presidente della Repubblica, del parlamento e del premier. Da qui nasce il far west e ogni avventura è possibile, come per esempio ribaltare il risultato delle elezioni e fare cadere un governo, come se si fosse nella prima repubblica. In Francia a nessuno è mai venuto in mente di ribaltare Mitterand o Chirac, il presidente eletto dal popolo che ha il potere esecutivo, mentre il parlamento ha quello legislativo: una divisione dei poteri che funziona ed è la garanzia per ogni bipolarismo.
Il Corriere afferma di avere a cuore la stabilità e la modernizzazione della politica italiana, ma non ha mai toccato l’argomento della repubblica presidenziale. In questa confusione costituzionale ogni avventura è possibile: anche una campagna giornalistica come quella di Repubblica, basata solo sul gossip. Francesco Forte ha recentemente ricordato su queste pagine come il Corriere della sera faccia capo a Mediobanca e come anche il gruppo finanziario e industriale proprietario de La Stampa controllato dagli eredi Agnelli abbia un ruolo rilevante in Mediobanca. Entrambe le testate hanno rapporti stretti con Repubblica, tanto che – come ha sottolineato Forte – l’attuale direttore di Repubblica Mauro è stato direttore della Stampa e Paolo Mieli è passato da Repubblica alla Stampa e poi al Corriere. Interessi finanziari e industriali fanno capo dunque a tre importanti testate giornalistiche, i cui direttori si consultavano quotidianamente ai tempi di mani pulite sulla linea da seguire. Non è detto che un sistema costituzionale definito e chiaro sia funzionale ai molteplici interessi rappresentati dai tre maggiori quotidiani italiani e forse il caos della prima repubblica, dove bastava poco a far cadere un governo sgradito, poteva anche essere preferito.
La seconda Repubblica non è mai cominciata, è rimasta uno slogan, perché le istituzioni sono rimaste quelle della prima repubblica e le stesse dichiarazioni del presidente della Camera sul parlamento possono essere usate dai media per indebolire il governo ed il bipolarismo, anche se questo non era certo l’intento di Fini. In ogni caso, l’assenza di istituzioni adeguate al bipolarismo, provoca equivoci, che abilmente agitati dai media, creano instabilità e incertezza: il solito caos italiano dove tutto è possibile, come scrivono i giornali stranieri. Tutto l’affaire Fini, che è stato montato dai giornali italiani, non avrebbe avuto luogo in Francia, dove la nomination di Sarkozy come candidato del Rassemblement pour la République non era scontata fino a pochi mesi dalle elezioni e a nessun giornale sarebbe venuto in mente di contrapporlo a Chirac o che potesse volere sostituirsi a Chirac a un anno delle elezioni vinte trionfalmente. Era Dominique de Villepin, primo ministro durante la presidenza di Chirac, a essere considerato il candidato del RPR alla presidenza. Sarkozy era ministro degli interni: fu il pugno di ferro con cui combatté gli immigrati di seconda e terza generazione, che incendiavano le banlieue, a portarlo alla ribalta. Sarkozy si giocò la nomination con de Villepin fino all’ultimo minuto, la conquistò ed ebbe anche il sospirato appoggio di Chirac. Niente di scontato, quindi, per Sarkozy, come per i candidati di sinistra.
L’inadeguatezza delle istituzioni della repubblica su cui si è inserito il bipolarismo italiano rende il sistema politico italiano fragile e vulnerabile a qualsiasi avventura giornalistica. Per questo, se Fini, oltre a porre i problemi delle strutture del PdL, ponesse anche il problema della repubblica presidenziale, che era uno dei punti più importanti di An, darebbe un notevole contributo alla politica italiana.
