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Non è l’Agenzia delle Entrate a dover pagare per il “fiscogate”

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A volte, anche l’azione più innocua produce una reazione del tutto improvvisa ed incontrollabile. Figuriamoci se l’azione di partenza è distruttiva di suo, come nel caso della pubblicazione delle dichiarazioni Irpef dei cittadini italiani. Il risultato è che ora il Codacons non ci sta e chiede 20 miliardi di euro a titolo di risarcimento.

La storia ha del grottesco, ma per avere un quadro completo bisogna raccontarla tutta. Pochi mesi fa, più precisamente l’8 marzo, viene firmato un provvedimento per la divulgazione dei dati fiscali degli italiani, per una maggior trasparenza. Gli autori (e firmatari) sono Vincenzo Visco, viceministro dell’Economia, e Massimo Romano, direttore dell’Agenzia delle Entrate, entrambi in odore di dipartita, per via delle elezioni ormai imminenti. Questo provvedimento, come migliaia di altri, non viene a conoscenza della gente comune e passano molti giorni, si vivono le elezioni politiche con il grande trionfo di Silvio Berlusconi e trascorrono ancora due settimane prima che accada un fenomeno che definire assurdo è eufemistico. In una giornata vengono resi noti i redditi imponibili, e le relative imposte, di tutti i cittadini italiani in riferimento all’anno 2005. Dapprima le notizie sono frammentarie, ma ben presto il tam tam mediatico raggiunge il suo apice ed ognuno di noi, collegandosi al sito internet dell’Agenzia delle Entrate può tranquillamente controllare il reddito del vicino di casa, del collega di lavoro, dei suoceri. Dopo poche ore il Garante della Privacy, Francesco Pizzetti, decide di bloccare tutta la sezione relativa del sito.

Tralasciando i facili discorsi sull’etica e sulla moralità dello stato che dovrebbe rispettare la fiducia che gli abbiamo concesso e che dovrebbe tutelarci dai soprusi, non si può non osservare che una parte è stata lesa, secondo le norme vigenti. Il Codacons questo lo sa e si è costituito parte lesa di fronte al pm della Procura di Roma, che ha aperto un’indagine su quanto accaduto nei giorni scorsi con le denuncie fiscali degli italiani. L’associazione dei consumatori chiede un risarcimento pari a 20 miliardi di euro, circa 520 euro per ognuno dei 38 milioni di cittadini che si sono visti depredati della propria libertà personale e della privacy.

Claudio Coratella, avvocato messo a disposizione del Codacons per tutelare i consumatori, ritiene che «Non siano state rispettate le procedure della legge 241/90 come modificata dalla legge 15/05». Più precisamente la legge in questione è quella relativa all’accesso dei documenti amministrativi. L’articolo 25 è quello che, secondo il Codacons, non è stato rispettato, dato che l’iter per la divulgazione e la relativa consultazione di dati personali deve poter essere tracciata, anche tramite internet. Infatti, al comma 2, si può leggere che “La richiesta di accesso ai documenti deve essere motivata. Essa deve essere rivolta all'amministrazione che ha formato il documento o che lo detiene stabilmente”. Invece, la mossa di Visco è stata tale che tutti, ma proprio tutti, senza nemmeno registrarsi al sito web dell’Erario, potevano leggere, sfogliare, commentare e scaricare tutti i dati dei contribuenti italiani. Ed anche dopo il blocco del Garante, il problema non si è risolto, dato che internet è meravigliosamente anarchico nella sua struttura. Non è ormai più possibile occultare le pubblicazioni, che ormai stanno girando nella rete tramite il file-sharing.

Il Codacons, tramite il suo presidente Carlo Rienzi, ha pienamente ragione a far valere i diritti di tutti gli italiani e, se fossimo in uno stato serio come gli Stati Uniti, probabilmente avrebbe anche alte possibilità di vittoria. Invece siamo in Italia ed anche Rienzi si dimentica di un particolare fondamentale. Dove li tirerebbe fuori l’Agenzia delle Entrate, tutti questi soldi? Dalle nostre tasche, con la creazione di un circolo vizioso.

La realtà è che uno sbaglio, un errore madornale è stato commesso, ma bisogna distinguere bene le colpe e valutare con perizia su chi rivalersi. Dietro alla pubblicazione v’erano un cervello pensante ed una mano firmante. Si colpiscano quelli, anche solo a livello simbolico, perché gli attacchi alla libertà personale come quello appena subito da 38 milioni di individui non devono passare ingiudicati. Col senno di poi, non dobbiamo domandarci il motivo per cui l’Italia è così (tristemente) in basso nella classifica dell’Index of Economic Freedom, il principale metro di giudizio per la libertà in uno stato.

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4 COMMENTS

  1. Se ricordo bene, il
    Se ricordo bene, il Viceministro aveva già fornito, in un passato recente, segni inequivocabili di una marcata tendenza a stabilire regole proprie. La sua tensione democratica si rese evidente quando tentò di decapitare i vertici della GdF lombarda rimuovendo chi a ciò si oppose. Un’altra prova importante di rispetto democratico la diede impiegando nei confronti degli autonomi e delle imprese la medesima foga persecutoria rivolta dai suoi amici rivoluzionari sovietici ai poveri kulaki. Un esempio direi inquietante di arroganza frammista (forse non a caso) ad elevati livelli di avvelenamento ideologico. Roba da brividi.

  2. dati fiscali on line
    Ritengo che quest’ultimo colpo di coda del governo uscente e da lungo tempo delegittimato abbia raschiato il fondo del barile in fatto di dignità propria e di rispetto dei cittadini. Non è certo rendendo gli Italiani un popolo di guardoni fiscali che si combattono i grandi evasori, i quali hanno ben altri mezzi per starsene al sicuro nei loro paradisi, mentre i piccoli che per errore o anche per necessità sgarrano di pochi euro vengono presi di mira dall’Agenzia con sadica pervicacia. Io non spierò certo i dati fiscali dei miei conoscenti perché lo ritengo un gesto abbietto, ed avendo solo un reddito dipendente non ho nessun timore di controlli fiscali, ma mi irrita sapere che una cosa mia privata possa andare sulla bocca di tutti.
    Quanto al problema da dove il fisco preleverà l’eventuale rimborso, la risposta è: lo prenda dalle tasche di quel 60% di contribuenti che si trovano d’accordo con questa manovra aberrante.

  3. LA STASI
    Solo un pervertito come Vincenzo VISCO poteva toccare simili “vette” di aberrazione giuridica, civile e morale. Assistiamo sgomenti alla riedizione in salsa “progressista” della diceria dell’untore manzoniana dove la colonna infame è stata sostituita dalla gogna telematica di internet. L’eticismo farneticante e talebano che permea questa ignobile iniziativa ha la stessa immoralità di un guardone che spii le ragazzine dal buco della serratura, lo squallore raggelante dei regimi dell’est dove la delazione si praticava anche all’interno delle famiglie. Chi si è macchiato di questa porcheria deve pagarla cara e nessuno osi blaterare scuse penose e d infantili in nome di una malintesa “lotta all’evasione”. Una volta tanto sono d’accordo persino con quei demagoghi arruffapopolo del CODACONS.

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