Non mettiamo Abele contro Caino

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Non mettiamo Abele contro Caino

10 Aprile 2007

Non s’era mai visto. Una marcia promossa da Marco Pannella per costringere il Governo Prodi a mantenere i suoi impegni e promuovere davanti all’Onu una risoluzione che porti alla sospensione della pena di morte è diventata, per un gioco di prestigio dei media e del Governo stesso, una marcia governativa per imporre al Papa di pronunciarsi contro la pena di morte. Come se dipendesse dal Vaticano convincere Cina, Iran, i paesi arabi, gli Stati comunisti e gli USA della necessità di rivedere le proprie convinzioni. Lo stesso Pannella lo ha ricordato oggi a se stesso e a Massimo D’Alema. E tuttavia, già il fatto di leggere, negli elenchi degli stati che conservano la pena capitale diffusi dagli abolizionisti il nome degli Stati Uniti, la più grande democrazia liberale del mondo, accanto a quello di regimi dittatoriali che si servono dei tribunali, dei giudici e dei boia per soffocare sul nascere ogni soffio di libertà, suscita sconcerto, come ha giustamente notato Dino Cofrancesco. Certo, la pena di morte è un male in sé per chi crede doveroso imporre allo Stato dei limiti invalicabili sulla vita individuale, o per chi non ha – a ragione – una fiducia mistica nella giustizia così da ritenere che la verità giudiziaria coincida necessariamente con quella storica, o per chi è convinto che ognuno debba avere la possibilità di ricostruire la propria identità morale anche dopo la più abietta delle azioni. Forse sotto questo profilo è ancora più grave che la pena di morte sia contemplata da un sistema dove vige la rule of law piuttosto che da un regime retto sull’arbitrio.

Ma, se vogliamo dare più efficiacia alla campagna abolizionista, dovremmo essere in grado di differenziare la strategia d’azione e, soprattutto, di comunicazione contro la pena di morte in funzione del sistema di garanzie di cui gode l’individuo in generale e l’imputato in particolare. Se l’errore giudiziario è possibile, e neppure infrequente, perfino laddove, negli Usa, l’imputato può essere condannato solo se la sua colpevolezza sia provata “oltre ogni ragionevole dubbio”, figuriamoci nei paesi dove questo principio è sconosciuto.  E dove vengono puniti con la morte reati che altrove comporterebbero pene minori o addirittura nessuna pena (per esempio, sotto il regime della shari’a, in caso di adulterio femminile o di bestemmia, o di omosessualità).

Non è questione di contrapporre Abele a Caino come fanno i revenant della pena di morte: la condanna del reo è sempre successiva al reato, e ogni tentativo di dimostrare l’effetto dissuasivo della pena capitale è fallito. Le vittime dei reati si difendono meglio mettendo in discussione le teorie sociali che tendono a svalutare la responsabilità individuale in nome di una presunta colpa collettiva, e le culture politiche che puntano a circoscrivere sempre più rigidamente gli spazi della libertà individuale nel presupposto di una visione pessimistica dell’uomo.

Proprio per questo gli sviluppi futuri della campagna contro la pena di morte dipendono in larga misura dalla capacità di dissociare gli Usa non tanto dall’uso di uno strumento penale particolare quanto dall’assimilazione ai paesi che utilizzano quello strumento perché non conoscono o perché disprezzano la cultura della libertà individuale.