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Costa d’Avorio

Per evitare la guerra era necessario un governo di unità nazionale

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Finalmente qualche voce si leva a mettere in discussione la legittimità dell’intervento militare di Francia e Nazioni Unite in Costa d’Avorio, deciso per costringere alla resa il presidente Laurent Gabgbo. Da giorni ormai la capitale economica Abidjan è sotto il fuoco della missione francese Licorne e di quella dell’ONU, Onuci, che bombardano i palazzi governativi e la residenza presidenziale assediate dalle milizie della Forza Repubblicana di Alassane Ouattara, il candidato alla presidenza che rivendica la vittoria al ballottaggio del 28 novembre.

Il problema di fondo è che fin dall’inizio il mondo intero, con l’eccezione di alcuni stati africani, ha preso le parti di Alassane Ouattara contro Laurent Gabgbo senza tener conto del fatto che nelle condizioni date era pressoché impossibile stabilire a chi andasse realmente la vittoria. Soprattutto si è voluto dimenticare che Ouattara era stato dichiarato vincitore dalla Commissione elettorale indipendente quando però questo organismo aveva perso la facoltà di farlo avendo comunicato i risultati oltre i termini fissati dalla costituzione. La legge elettorale ivoriana prevede che in questo caso il compito di verificare l’esito del voto passi al Consiglio costituzionale, organo supremo che ha ribaltato la situazione e proclamato la vittoria di Gabgbo ritenendo di dover invalidare il voto in sette distretti del nord, quelli controllati da dieci anni da Forze Nuove, la coalizione antigovernativa schierata con Ouattara. Per dare un’idea di quanto è avvenuto nei distretti in cui Ouattara ha trionfato, basti dire che in molti seggi sono risultate più schede degli aventi diritto al voto e che in ben 120 seggi non è stato registrata una sola preferenza al presidente Gabgbo.

L’Unione Europea, sull’esempio della Francia, ha subito riconosciuto come legittimo presidente Ouattara e quindi ha deciso un embargo e delle sanzioni che hanno avuto l’effetto di far accumulare nei porti di Abidjan e di San Pedro tonnellate di cacao, di cui la Costa d’Avorio è il maggior produttore mondiale, mettendo in difficoltà anche gli altri stati della regione che dipendono dalle infrastrutture ivoriane per le loro attività di importazione ed esportazione.

L’Unione Africana, divisa al suo interno su come considerare la situazione ivoriana, ha comunque legittimato Ouattara contro Gabgbo, tentando al tempo stesso iniziative di mediazione senza successo. La Ecowas (Economic Community Of West African States), organismo di cui la Costa d’Avorio fa parte, ha addirittura minacciato un intervento militare in favore di Ouattara, malgrado l’opposizione di alcuni membri, tra cui l’Angola.

Adesso contro i bombardamenti protestano anche alcuni degli stati africani che avevano accettato la risoluzione 1975 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU con cui la Onuci è stata autorizzata a usare tutti i mezzi a sua disposizione per proteggere i civili. Il ministro degli esteri del Sud Africa, paese membro non permanente del Consiglio, ha dichiarato di non ricordare “di aver dato mandato a chiunque di procedere a bombardamenti aerei” e il presidente dell’Unione Africana Théodore Nguema ha recisamente criticato l’intervento di un “esercito straniero”.

Troppo tardi si propone ora un governo di unità nazionale su cui invece fin dall’inizio si sarebbe dovuto puntare per evitare mesi di crisi e un pericoloso inasprimento delle divisioni etniche e religiose. In Africa, quando un risultato elettorale non è chiaro e nessun contendente è disposto a mettersi da parte, è questa l’unica via praticabile, non perché esprima un programma politico infine condiviso, ma perché permette a tutte le componenti politiche e sociali di spartirsi ministeri, seggi parlamentari e cariche pubbliche: una sorta di armistizio che, se non altro, consente la ripresa della vita sociale ed economica.

 

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