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Sfida aperta in Libia ed Egitto

Per la democrazia bisogna abbattere il muro dell’estremismo islamico

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La discutibile opinione comune che spiega il nostro attuale intervento in Libia è stata cristallizzata nel recente scritto del senatore John Kerry per il Wall Street Journal. Per Kerry, i ribelli in Libia sono la stessa cosa di quelli in Egitto, “chiedono pacificamente libertà e dignità”. Per molto tempo oppressi da tiranni e dittatori, i giovani in tutto il Medio Oriente “chiedono a gran voce la possibilità di vivere una vita decente, avere un lavoro vero e mantenere una famiglia”. Inoltre, questa esplosione di resistenza in Medio Oriente potrebbe rappresentare “il più importante mutamento geostrategico dalla caduta del muro di Berlino”. Proprio come in George Bush – le cui politiche interventiste Kerry e il suo partito hanno passato anni a criticare – la visione di Kerry riflette la fiducia che la democrazia liberale e le economie di libero mercato sono la conclusione obbligata del progresso storico perché realizzano i più importanti beni dell’umanità: la libertà personale e la prosperità materiale.

Evidentemente, molti in Egitto non hanno ricevuto il promemoria idealistico di Kerry. Avrebbe dovuto leggere la revisione del giorno dopo sul New York Times del folle reportage dello stesso giornale sulle proteste in Egitto. Solo ora il Times si accorge che “la religione è emersa come una possente forza politica”, che “ci si aspettava un vantaggio della Fratellanza Musulmana nella disputa per conquistare influenza” e che quei giovani alla moda con i loro tweet e le loro pagine di Facebook – secondo un produttore televisivo egiziano laico – “non hanno più il controllo della rivoluzione”. È stato chiaro nelle ultime settimane, quando si sono viste molte persone con la barba prendere il controllo. I giovani se ne sono andati”.

Quanto all’esercito egiziano, addestrato e finanziato dagli Stati Uniti, che ha spodestato Mubarak e presumibilmente dato potere a quella gioventù laica ora svanita, guardiamo la cronaca di Raymond Ibrahim del Middle East Forum: “Il 5 marzo i musulmani hanno attaccato, saccheggiato e dato alle fiamme un’antica chiesa copta a Sool, un villaggio nei pressi del Cairo, in Egitto. Successivamente, una moltitudine di musulmani si è radunata intorno all’edificio bruciato per abbatterne i muri con delle mazze al grido di ‘Allahu Akbar’. Per aggiungere insulto all’ingiuria, gli aggressori hanno giocato a ‘calcio’ con le reliquie, i resti dei santi e dei martiri di quella chiesa profanata e l’hanno trasformata in una moschea”. Quanto all’esercito egiziano, “non solo ha consentito che la distruzione ingiustificata della chiesa avvenisse senza restrizioni, ma ha anche aperto il fuoco sui cristiani che protestavano per il rogo della chiesa, uccidendone nove e ferendone seriamente almeno un centinaio, alcuni sono stati picchiati con manganelli a scarica elettrica”.

Un comportamento così illiberale non sorprenderà nessuno che sappia quel che il Times e allo stesso modo Kerry evidentemente ignorano, e cioè l’influenza totalizzante della religione nel Medio Oriente musulmano. “La maggior parte dei paesi islamici – scrive Bernard Lewis nel suo La crisi dell’Islam – “sono ancora profondamente musulmani in un modo e in un senso per cui la gran parte dei paesi cristiani di oggi non è più cristiana. In nessun paese cristiano i leader religiosi possono contare oggi su quel grado di fede e partecipazione che resta invece normale nelle terre musulmane. Il clero cristiano non esercita né rivendica il genere di autorità pubblica che è ancora normale e accettato nella maggioranza dei paesi islamici”. E questa influenza e autorità esistono perché per milioni di musulmani la religione rappresenta ancora la fonte dominante di significato, legge, politica e principi di vita.

E così, anche riguardo a quei ribelli libici, il senatore Kerry è convinto che stiano combattendo per il “lavoro, il rispetto e la democrazia”. Dovrebbe leggersi l’intervista al leader ribelle libico Abdel-Hakim al-Hasidi, che ha combattuto contro gli americani in Afghanistan con l’Islamist Libyan Fighting Group. Al-Hasidi ammette di reclutare persone che hanno combattuto in Iraq e afferma che “i membri di al-Qaeda sono anche buoni musulmani e stanno combattendo contro l’invasore”. Che genere di “democrazia” Kerry ritiene che questi “buoni musulmani” potranno creare una volta che Gheddafi sarà stato spodestato con l’aiuto dei nostri missili Tomahawk da un milione e mezzo di dollari? Non lo sappiamo, ma gli eventi che finora si stanno sviluppando in Egitto, alla porta accanto, suggeriscono che non si tratterà della town-hall democracy da New England dell’illusione corrente.

Tale fraintendimento delle sommosse in Medio Oriente riflette i pregiudizi laicisti e materialisti della modernità occidentale. Da qui l’enfasi fuoriposto di Kerry su “lavoro, rispetto e democrazia”, quando milioni di musulmani sono ugualmente o persino più interessati all’obbedienza ad Allah e alla rivendicazione del perduto prestigio dell’Islam. Né risultano più utili le false analogie, ormai trasformate in cliché, con il collasso dei regimi comunisti nelle nazioni del vecchio Patto di Varsavia. Quei paesi dell’Europa dell’Est erano eredi di una civiltà liberal-democratica e cristiana deformata da una ideologia atea che sarebbe sempre stata necessariamente estranea alla massa della gente. Così, quando le promesse comuniste di uguaglianza e prosperità materialista non vennero mantenute, quei regimi criminali crollarono sotto il peso del proprio fallimento e della propria brutalità. Gli islamisti, per contrasto, si rifanno a una tradizione lunga quattordici secoli di pura fede musulmana condivisa dalla vasta maggioranza dei fedeli, distorta e infiacchita dalle moderne ideologie infedeli, che siano liberal-democratiche, fasciste o comuniste. La libertà che vogliono questi fedeli , dunque, è la libertà di modellare un ordine sociopolitico conforme alla tradizione islamica che ha dominato l’Europa cristiana per un millennio.

Infine, sottovalutare il potere della fede islamica nelle ragioni dei contestatori è coerente con il fraintendimento bipartisan della jihad che attribuisce la sua forza di attrazione ad aspirazioni contrastate di natura economica o democratica e che critica l’Occidente per le sue alleanze con despoti che fanno i nostri interessi piuttosto che promuovere quei presunti obiettivi democratici delle masse islamiche. Così Kerry afferma che non andando in aiuto ai contestatori in Libano “non si terrebbe conto dei nostri veri interessi di sicurezza nazionale e si contribuirebbe ad ampliare la narrativa di astio nei confronti degli Stati Uniti e di gran parte dell’Occidente che affonda le radici nel colonialismo e che si è accresciuta con le nostre invasioni di Iraq e Afghanistan”. A parte imputare di nuovo il jihadismo a presunti peccati dell’Occidente come il “colonialismo”, questa affermazione è incoerente. Perché non è forse vero che quelle “invasioni di Iraq e Afghanistan” ci sono costate sangue e dollari proprio al fine di liberare i musulmani da autocrati e dittatori disumani e creare per loro quell’autogoverno democratico e quella libertà politica che secondo Kerry sono il loro obiettivo più alto? E allora perché quelle “invasioni” devono essere considerate affronti intollerabili per i musulmani? Forse perché la libertà e la democrazia non sono tanto importanti quanto la superiorità dell’Islam e un islamico amour propre, un rispetto di sé fondato sul giudizio coranico che, per decisione divina, vuole i musulmani come la “migliore delle nazioni” che tutte le altre dovrebbero seguire?

Lo stratega militare cinese Sun Tzu scrisse: “Se non conosci te stesso, né conosci il tuo nemico, sii certo che ti troverai in pericolo”. Le nostre illusioni sull’Islam e l’inevitabilità storica del nostro ordine sociopolitico potrebbero costituire un altro esempio della sagacia di Sun Tzu.

© Free Society
Traduzione Andrea Di Nino

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