Per Repubblica&co. Berlusconi è il virus e l’Italia il malato (immaginario)

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Per Repubblica&co. Berlusconi è il virus e l’Italia il malato (immaginario)

19 Novembre 2010

“Vorrei che foste in una situazione disperata, in agonia, per mostrarvi quanto sono efficaci i miei rimedi, e quanto grande è il desiderio di rendervi un servigio”. Con queste parole, messe in bocca a un suo personaggio, or sono più di tre secoli, un immenso Molière mette in scena una straordinaria rappresentazione, “Il malato immaginario”, che conclude, subito dopo, la sua stessa parabola esistenziale.

Anche l’Italia è malata, attossicata. Come il suo premier. Medici e farmacisti l’accudiscono amorevolmente al capezzale di un’infezione che ha un nome solo: Silvio Berlusconi. Nella disgrazia, come si suol dire, una vera fortuna. Come eravamo. Integri e sani, anche durante il ventennio, e dopo, nei cinquant’anni successivi. Fino all’avvento dell’uomo di Arcore, che ne ha espresso ed esaltato la parte peggiore, l’humus più marcio. La narrazione politico-culturale vagheggia l’Eden perduto, esorcizza i mali versati dal vaso di Pandora.

Questo Paese non ha mai conosciuto tregende di civiltà e di popolo. Né guerre di liberazione, dopo ventennali fasi di storia e di ‘cultura’, e “adunanze oceaniche”, a sostegno delle politiche scellerate di un regime tirannico. Né, pochi lustri addietro, il bisturi di Mani pulite, affondato in un incantevole e incontaminato scenario bucolico.

Nella sua pungente denuncia delle storture della società a lui contemporanea, Molière affida a Beraldo, il fratello di Argante, malato immaginario, il compito di modificare completamente il corso della storia, smascherando gli ingannatori. “Siete servito a dovere: per un medico che va, ce n’è un altro che viene”. Va in scena la demistificazione. Il malato soi-disant non ci sta, comincia a comprendere. “Tagliarmi un braccio e cavarmi un occhio, affinché l’altro funzioni meglio? Preferisco che funzioni così così. Bell’intervento rendermi guercio e monco!”.

Per una escort che va, ce ne sono due che vengono. Come i “medici per forza” di Molière. “Ragioniamo”, invoca (vanamente) un personaggio di Pirandello. Eliminare la patologia infettiva – è la parola d’ordine – fortunatamente individuale e circoscritta. Una condizione “mediamente normale” (S. Freud) prontamente si ri-stabilirà. Libertà e completezza d’informazione, tutti debbono sapere, e non è mai abbastanza. Al di qua dei parenti in RAI e a Montecarlo. “Pupi siamo”, ancora Pirandello.

E tuttavia. Uno dei medici, acclamato promoter della nuova Italia, dopo esserlo stato della vecchia e fascista – gli uomini passano, le idee restano? –, Gianfranco Fini ci sorprende con l’ardire di un piglio ingeneroso nei confronti delle istituzioni, che pure rappresenta e deve rappresentare “con disciplina ed onore” (Cost. art. 54). Inopinatamente invoca i sacri principi della civiltà democratica: in primis, l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.

D’evidenza, un sonoro schiaffo morale alla procura di Roma, il luogo santo della giurisdizione dove si pretende l’archiviazione dei materiali incriminanti acquisiti nel procedimento a suo carico. Se, poi, l’antigiuridica burla, elargita alla ‘buona causa’ del partito, fosse addirittura premeditata, non è dato sapere, senza i lumi della presidente pro-tempore della commissione Giustizia della Camera, on. Anna Finocchiaro. Sarà vero o no che, grazie a una modifica al Codice Civile, approvata in poche ore da quella commissione in sede legislativa, il partito di Fini poté ereditare la casa di Montecarlo, di contro ai legittimi eredi. Si fa divieto di saltare alle conclusioni, vaneggiando di legge ad personam. Com’è noto,  l’unica ‘persona’ in Italia è Silvio Berlusconi. Per definizione.

Probabilmente mosso da un senso di colpa, il presidente della Camera spinge ora sul tasto della fiducia nella magistratura, cui compete l’alto compito di operare “perché non rimangano ombre e macchie”. Una fiducia ‘prospettica’ – parrebbe – in un diverso sistema giudiziario, se egli rinvia all’Italia del futuro e della libertà l’attuazione del principio secondo il quale “chi sbaglia deve pagare”. Suvvia, meno prevenzioni, onorevole, e meno timidezza, provi a sollecitare la sua immediata incriminazione senza attendere il sol dell’avvenire. Noi, il popolo – come usa dire in USA – rimaniamo nella fiduciosa attesa dell’imputazione nei suoi confronti, magari “coatta” – a mente dell’art. 409.5 CPP – cioè imposta dal giudice preliminare all’ufficio del pubblico ministero. “Nonostante tutto”, appunto, e con “dignità”, come ella ha scandito nel corso della serata trascorsa a contatto ravvicinato con i due milioni di euro annui di Fabio Fazio. A proposito, che bella invenzione il mercato. Ideale, per giustificare abissi di sconcezza. 

L’inopinato attacco finiano alla procura romana avrà certo lasciato di sasso i corifei, duri e puri, del giustizialismo imperante. Luigi De Magistris, vedi caso, già magistrato del pubblico ministero, giubilato dalle istituzioni giudiziarie in concerto, dal CSM all’ANM. In un Paese equamente, quanto farsescamente, diviso in due: su un fronte le forze, politiche e non, che manovrano per sottrarre imputati dalle aule di giustizia. Sul versante complementare – non opposto – le migliori energie democratiche impegnate a rimuovere, da quelle stesse aule, direttamente i magistrati.

Tristemente penoso, perciò, sentire ora l’ex magistrato blaterare di indipendenza della magistratura. Recita de relato, naturalmente, al pari del più inattendibile dei dissociati. Personalmente – ci si passi il francesismo – non ne sa nulla. Di più: ha sperimentato esattamente l’opposto. Esattamente. Eppure, il CSM è in debito nei suoi confronti, per ‘travisamento del fatto. La ragione del suo allontanamento da Catanzaro è emersa, postuma, durante una recente puntata di Annozero, allorché egli obiettava che l’ex direttore di ‘Avvenire’, Boffo, avendo ‘patteggiato’ la pena, non aveva subito una ‘condanna’.

L’idea sarebbe che la nuova Italia, appannaggio ed arena dei grandi giuristi democratici, gli affidasse il Ministero della Giustizia, previa iscrizione d’ufficio a un corso  propedeutico di procedura penale. Il vigente codice del rito penale, infatti, all’art. 445, esplicitamente “equipara” la pronuncia in “applicazione della pena su richiesta delle parti” – o patteggiamento – a una “condanna”, con tutte le implicazioni connesse. Per goderci un altro esemplare spaccato di passione costituzionale e di lealtà civile, e per farci un’idea più precisa di certi, improbabili protocolli terapeutici, è sufficiente rammentare il suggestivo – nella duplice accezione della parola – richiamo del pontifex maximus di Repubblica a un film di Dino Risi del 1971: “In nome del popolo italiano”.

In una delle sue prediche domenicali, il maitre del giornalismo nazionale istituisce un (inquietante) paragone tra la situazione del premier e il personaggio di un imprenditore, disinvolto alquanto, (Vittorio Gassman) inquisito da un magistrato (Ugo Tognazzi) che gli contestava la responsabilità della morte di una giovane. La vicenda si conclude con la soppressione da parte del giudice della prova dell’incolpevolezza dell’indiziato: eliminato il diario della ragazza, fitto di annotazioni di fatti e circostanze liberatorie per l’imprenditore, il gioco è fatto. Nell’abominio, un coming out auto-confessorio, che, tuttavia, l’ordine dei giornalisti farebbe (molto) male a sanzionare con misure disciplinari. Le cartine del tornasole sono poche, preziose e, pertanto, non meritano di essere bistrattate.

E’ in questa amabile maniera che Scalfari Eugenio – volgarmente detto Gegè, gran passione per via Veneto – alla sua veneranda età, scopertamente spera che lo Stato costituzionale di diritto si conduca nei confronti del Cavaliere, come di qualsivoglia avversario (a lui e ad altri) opportunamente inviso?! Sarà, inoltre, lecito ricordare allo smemorato di Repubblica – e ai costituzionalisti d’accatto – l’aspro pontificale con il quale stigmatizzava il pericolo di un “ribaltone” avverso il secondo governo Prodi, sostenendone l’impraticabilità/immoralità, sancite – aggiungeva – anche da puntuali “antidoti legislativi”?

Gli sia di conforto solidale e democratica compagnia la direttora dell’ ‘Unità’, la signora De Gregorio, la quale, nel corso di una trasmissione radiofonica, a un ascoltatore che lamentava i frequenti attacchi di Fini al governo in carica, rispondeva che “anche il presidente Napolitano, pur super partes, partecipa a manifestazioni politiche, come quella recente in memoria di Nilde Iotti”. E dunque. Le consta, madame, che il presidente della Repubblica, in queste occasioni, sia solito assestare fendenti ciechi e faziosi contro il governo in carica o qualsiasi altra istituzione o persona? E non le ripugna di assimilare Gianfranco Fini a Giorgio Napolitano? Infine, non si vergogna di sacrificare la verità al cieco interesse di utilizzare Fini come l’”utile idiota” della ‘rivoluzione’ auspicata dai patrioti alla Scalfari? Ah, le menzogne del Cavaliere, anzi gli “abusi di potere”!

L’analisi è fredda, ma le domande grondano retorica, se rivolte a chi, come Concita De Gregorio, pubblicando felicemente presso Mondadori, nel corso della trasmissione (questa volta) televisiva, si ‘giustifica’ in virtù della dialettica opportunità – e convenienza, soprattutto – di distinguere il Berlusconi ‘privato’ da quello ‘pubblico’. Tra sbandamenti di testa e spaventosi vuoti di memoria. Che dire dell’esecrato ‘conflitto d’interesse’? E di quell’uomo ‘privato’ – ante e post discesa-in-campo – (asseritamente) confliggente con un ruolo pubblico e sempre vituperato con accuse le più infamanti? In linea, ancora Scalfari. In forte polemica con uno schifiltoso teologo, Vito Mancuso, Gegé rivendica la piena legittimità del suo rapporto con Mondadori. No problem. D’incanto.

“La contraddizion nol consente”, giusta il monito del sommo Dante: Epperò – tra Vespasiano e vespasiani – “pecunia non olet”. Si sa come, “…sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale. E quel che più ti graverà le spalle, sarà la compagnia malvagia e scempia…”. Dev’essere vero che la nostra è l’epoca delle passioni tristi!

Qualcosa da eccepire in merito ad alternative siffatte v/s un Cavaliere cui viene imputata l’ “etica” come suo ineliminabile tallone d’Achille? Il quadro idilliaco sopra rappresentato non esibisce forse adeguate garanzie di guarigione dalla malattia in diagnosi? Ecco i patti per la nazione. Ecco l’ “etica”. Con le loro basi e condizioni. E le prospettive. Ora, d’improvviso, la malattia rivela la sua illusoria ed empirica contingenza. Appare dominabile. Mediante i più temerari slanci d’incoerenza, una tenace ipocrisia, ogni più subdola manovra. Mediante l’esempio delle loro vite.

Il vero è che tempi sono sufficientemente maturi per annettere il giusto valore al pensiero di A. Gide, secondo cui ”in questo mondo è importante non aver l’aria di ciò che si è”. Per concludere, sconsolati, che la hegeliana, nobile lotta per il riconoscimento, fonte perenne di Storia, dalle nostre parti si è pervertita in una prosaica sottospecie di jihad. Impegno spasmodico per sembrare…altro. Da ciò che si è. Per l’appunto.

Che cosa non daremmo, ora, per conoscere il punto di vista dell’amico spirituale di tanti laici progressisti ed atei devoti, a cominciare dal fondatore di Repubblica, il benedicente e cristianissimo cardinal Martini? Chissà che sua eminenza non possa e non voglia aiutarli a compiere la radicale “autossovversione” tematizzata da A. Hirschman, nel solco di saggezza e onestà intellettuale e morale tracciato da Bertrand Russell: “Una buona logica non mette il pensiero in catene, ma gli dà le ali”? Il Paese gliene sarebbe oltremodo grato. Oltremodo.