Prodi ci ricorda il Ministro dell’informazione di Saddam

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Prodi ci ricorda il Ministro dell’informazione di Saddam

24 Gennaio 2008

La difesa del Governo e del suo
operato, in questa animata crisi di una stagione politica molto confusa, sa di
paradossale.

E’ un atto quasi dovuto difendere
il proprio operato politico, a volte anche a dispetto di ogni evidenza. Non si
è mai sentito un capo di governo che abbia detto d’aver governato male, e tanto
meno d’averlo fatto a danno e dispetto del popolo. Si ha anche la convinzione
che quando la coalizione vincente in una competizione elettorale sia chiamata ad
esprimere la realizzazione di un programma di governo abbia per istinto e per
opportunità politica la voglia di far bene e di circondarsi della soddisfazione
degli elettori e del Paese.

Ed è così che penso di Prodi e
del suo esecutivo: c’era in loro una gran voglia di far bene. C’era persino la
consapevolezza d’aver descritto un Paese in ginocchio e di poter aver quindi vita
facile nel dimostrare la loro capacità di rimetterlo in piedi. La ripresa era
già avviata, il Pil incominciava a crescere, la base contributiva si allargava,
l’occupazione aumentava e persino l’evasione fiscale, grazie anche ai vituperati
condoni, si andava riducendo, facendo emergere redditi che divenivano gettito costante.

C’erano insomma le condizioni
ideali per soddisfare la loro smania di dar a vedere che la sinistra aveva
rimosso, con Berlusconi, un ostacolo alla crescita ed alla distribuzione della
ricchezza del Paese. Potevano dimostrare che le garanzie sociali ed i servizi
trovavano attenzione e impegno per offrire finalmente al Paese un livello di
vita più dignitoso, alla pari di altri paesi europei. Era persino sufficiente
non muoversi, non fare niente in materia economica e finanziaria, per godere di
rendita. Ma, come si sa, il diavolo ha sempre le corna: non si smentisce mai!

E’ bastata la loro presenza, così,
per complicare le cose. La sinistra in Italia distrugge ogni cosa che maneggia,
come un re Mida all’incontrario che trasforma in immondizia, anziché in oro,
tutto ciò che tocca. Le parole della campagna elettorale, gli slogan, le
contorsioni concettuali sulle leggi ad personam, sul conflitto di interesse,
sui guasti del governo Berlusconi non solo diventavano oggetto di furia
vendicativa ma un indirizzo di discontinuità col passato nell’azione di governo.

Era come se nel percorso di
un’automobile in corsa per assicurare la puntualità in un impegno, si tirasse
il freno a mano per bloccare la vettura. Il motto quotidiano diveniva quello di
modificare sempre e comunque e di agire, anche contro l’interesse del Paese,
pur di dimostrare che quella del governo Berlusconi era stata una parentesi da
cancellare nella storia politica italiana.

Mai stupidità politica, invece,
si è resa responsabile di tanto masochismo. Dinanzi alla politica punitiva di
Prodi e della sinistra, con l’istinto alla vendetta ed della bramosia di
rivalsa, si è calpestato di tutto e soprattutto il buonsenso. La scure fiscale
e l’introduzione di nuove tasse si è 
abbattuta soprattutto sulle fasce più deboli della popolazione, tanto da
colpire sensibilmente le buste paga di lavoratori e pensionati. Tutto mentre gli
indici di inflazione salivano e soprattutto il costo reale della vita diventava
insostenibile per le famiglie.

A volte, ascoltando Prodi e le
sue immagini di felicità,  è sembrato di
assistere alla rappresentazione in cui Maria Antonietta di Asburgo, moglie di
Luigi XVI, re di Francia durante la Rivoluzione Francese, comodamente
alloggiata nella sua dipendenza privata nella reggia di Versailles, sembra
abbia risposto, a chi la informava che i francesi non avessero il pane, di dar
loro brioches.

Prodi ha continuato, come in una
cantilena, a parlare della felicità e delle conquiste del suo governo, pur
avendo dinanzi un popolo che gridava i suoi problemi e che per mesi ha supplicato
di prestare attenzione alle grida di dolore. Ha ignorato persino al
significativo segnale elettorale nelle amministrative dello scorso anno. Non ha
avuto alcuna pietà per il popolo, come la monarchia francese alla fine del
diciottesimo secolo. E’ rimasto del tutto sordo alla diffusa richiesta degli
italiani di far fronte alle esigenze di vita.

A distanza di 210 anni circa, pur
coi tempi mutati, il ricorso storico del contrasto tra i fasti della monarchia
francese e del popolo costretto alla fame, dà l’idea di tanto cinismo. Deve
essergli stata fatale la gita a Caserta, nella reggia Vanvitelliana, dove è
sembrato Mosè dopo che il Signore gli aveva dettato i 10 comandamenti.

Ascoltando i discorsi di esponenti
della maggioranza si ha l’idea di un’Italia diversa. La discrasia tra
l’immagine e la realtà fa venire in mente quella barzelletta in cui dovendo
vendere la sua casa per comprarne un’altra più confortevole, un appuntato
(naturalmente dei carabinieri) si rivolge al suo maresciallo per scrivere
l’annuncio da pubblicare sul giornale. La casa in vendita da essere piccola,
angusta, fatiscente, invivibile diventa così un’accogliente dimora, ideale per
una famiglia, confortevole e spaziosa, tanto che l’appuntato rinuncia a
disfarsene dicendo: “maresciallo….e perché devo vendere una casa così?” .
Questa maggioranza si è così voluta ritrovare in un’Italia più felice e serena
da essersi innamorata della sua immagine, e ora descrive un Paese che purtroppo
non c’è.

Prodi ed i suoi uomini ci ricordano
il Ministro dell’informazione di Saddam Hussein quando questi con i soldati americani
a pochi centinaia di metri da lui, continuava ad insistere nel dire che l’esercito
USA era stato respinto fuori da Bagdad e che le forze armate USA stavano
subendo ingenti perdite.

Fu soprannominato “il comico”:
ora servirebbe un concorso di idee per trovare un soprannome per Prodi!