Propaganda e pregiudizio: i missionari cattolici si schierano con Hamas

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Propaganda e pregiudizio: i missionari cattolici si schierano con Hamas

17 Gennaio 2009

Come spiegavano alcuni anni fa i due generali cinesi autori del libro diventato testo di culto, “Guerra senza limiti” (Qiao Liang e Wang Xiangsui, LEG, 2001), è essenziale capire che esistono “operazioni di guerra non militari” e “operazioni militari diverse dalla guerra” e che ormai l’esito dei conflitti dipende sempre più dalla capacità di vincere su nuovi terreni di scontro: quello dell’egemonia culturale, ad esempio, e quello del controllo dei mezzi d’informazione, per farne strumenti di propaganda, falsificazione della realtà e diffusione di immagini negative dell’avversario. 

È una lezione che Hamas e i suoi sostenitori hanno imparato molto bene come dimostra il loro impegno nel far dimenticare al mondo che Israele è oggetto, senza tregua, di un progetto di sterminio e anzi nell’attribuire proprio a Israele un piano di pulizia etnica per realizzare il quale si starebbe macchiando dei peggiori crimini contro l’umanità. Il fronte interno antioccidentale vi si presta assiduamente, forte anche del sostanziale contributo di alcuni ambienti cattolici e in particolare missionari che in Israele vedono l’avamposto occidentale in Medio Oriente, la sintesi dei suoi caratteri distintivi, e nell’Occidente la più corrotta delle civiltà. 

Tra i primi ad attivarsi, dopo l’inizio dell’offensiva israeliana, è stata l’associazione Pax Christi il cui appello pubblicato sull’agenzia di stampa missionaria MISNA il 5 gennaio è talmente emblematico da meritare estese citazioni. L’autorevole organismo cattolico si rivolge ad Hamas con queste parole: “A voi, capi di Hamas, chiediamo di considerare che i vostri razzi artigianali lanciati verso le cittadine israeliane poste sul confine, sono strumenti ulteriori di distruzione e, per fortuna raramente, di morte, e creano inutilmente paura e tensione tra i civili. Sono una assurda e folle reazione all’oppressione subita, che si presta come alibi per un’aggressione illegale. Se foste più potenti, capi di Hamas, vorreste forse raggiungere i livelli di distruzione dei vostri nemici? E non essendolo, a che scopo creare panico, odio e desiderio di vendetta nei civili israeliani che vivono a fianco alla vostra terra? Quali strategie di desolazione, disumane e inefficaci, state perseguendo?”. 

A Israele, invece: “A voi, capi politici e militari israeliani, chiediamo di considerare che insieme ai ‘miliziani’ di Hamas state colpendo, uccidendo e ferendo centinaia di civili palestinesi. Non potete non averlo calcolato. Non potete non sapere che a Gaza non esistono obiettivi da mirare chirurgicamente. Non potete non aver messo in conto che da troppo tempo è la popolazione di Gaza a vivere sotto embargo, senza corrente elettrica, senza cibo, senza medicine, senza possibilità di fuga. Le vostre crudeli operazioni di guerra compiono opera di morte su donne, bambini e uomini che non possono scappare né curarsi e sopravvivere, essendo strapieni gli ospedali e vuoti i forni del pane. Ascoltate i vostri stessi concittadini che operano nelle organizzazioni israeliane per la pace: “Siamo responsabili della disperazione di un popolo sotto assedio. Hamas da settimane aveva dichiarato che sarebbe stato possibile ripristinare la tregua a condizione che Israele riaprisse le frontiere e permettesse agli aiuti umanitari di entrare. Il governo d’Israele ha scelto consapevolmente di ignorare le dichiarazioni di Hamas e ha cinicamente scelto, per fini elettorali, la strada della guerra”. 

I toni dell’appello non stupiscono chi segue l’attività di Pax Christi. All’indomani degli attentati dell’11 settembre l’associazione prese la parola per spiegare che la giusta reazione dell’Occidente ferito sarebbe stata non invadere l’Afghanistan, ma restituire finalmente “ciò che è stato rubato a tanti popoli, pena la collera dei poveri che può essere terribile”. Con Pax Christi si schierarono la Fesmi, Federazione stampa missionaria italiana, e la casa editrice missionaria EMI, miniera di pubblicazioni no global, incolpando di quanto accaduto il “terrorismo economico che affama il Sud del mondo” e definendo l’intervento in Afghanistan il “contrattacco dell’impero” contrabbandato per necessaria misura di sicurezza: “quella che stiamo vivendo e che qualcuno cerca di farci credere che sia un’indolore operazione di antiterrorismo, è la guerra del predominio economico che vuole un pianeta diviso tra chi globalizza e chi è globalizzato, aumentando i privilegi dei primi e i doveri per i secondi”. 

I salesiani del VIS, Volontariato internazionale per lo sviluppo, parlarono allora di “un attacco al cuore dell’impero e a tutti coloro che credono di vivere in isole felici” e i missionari saveriani denunciarono la “prepotenza del mondo occidentale che impone la propria cultura umiliando sistematicamente le altre” e la “colossale mina vagante che presto o tardi doveva pur scoppiare” rappresentata dalla “rabbia accumulata e profonda contro l’arroganza, il disprezzo e il trionfalismo con cui noi Occidentali ci siamo comportati negli ultimi tempi nei confronti del Sud del mondo”. La rivista Missione oggi, per finire, ma ci vorrebbe un libro per esaurire le citazioni, auspicò l’avvento di una ONU “emancipata dai veti delle grandi potenze e dall’ingombrante predominio USA”. 

Come si può vedere, i toni usati nel 2001 sono simili a quelli con cui ora tante voci nel mondo cattolico condannano Israele: dal cardinale Martino, presidente del Pontificio Consiglio giustizia e pace, che ha definito la Striscia di Gaza “un grande campo di concentramento in cui popolazioni inermi pagano le conseguenze dell’egoismo” al missionario comboniano Daniele Moschetti, per il quale a Gaza è in atto “una carneficina voluta e programmata”, al patriarca latino di Gerusalemme Fouad Twal, del quale, al di là di altre dichiarazioni, colpiscono le commosse parole di compassione per le “giovani vittime di Gaza”, per i “piccoli vulnerabili e privati di diritti e dignità”: perché mai invece, adesso come nel 2001, queste illustri e accreditate personalità mostrano altrettanto interesse per i bambini di coloro che considerano i “carnefici” del mondo. Ed è proprio questo, forse, l’aspetto oggi più sconcertante di una cultura che pretende di essere di pace: nessuna pietà per i bambini di Israele che nascono e vivono sotto la minaccia dei razzi lanciati da un organismo, Hamas, che nel proprio statuto di fondazione, all’articolo 7, afferma la volontà di distruggere il loro paese e la loro esistenza.