Proposte alternative per riunire i Grandi a basso costo e senza incidenti

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Proposte alternative per riunire i Grandi a basso costo e senza incidenti

17 Luglio 2009

Abbinare lettere maiuscole e numeri interi è il più diffuso passatempo del XX e del XXI secolo dopo il sudoku. Se A10, B52, C130, F104 e G91 sono aerei militari più o meno famosi e se la P2 è una loggia massonica, il Q8 (guarda caso in inglese si pronuncia Kuwait) è una marca di carburante, la R4 è un’autovettura, il T4 è un esplosivo e gli U2 sono un gruppo musicale.

Ma la lettera più inflazionata è la G di giungla, che però nel nostro caso è l’iniziale di qualcosa di molto simile: “Group”. Cerchiamo di districarci in questa foresta molto frequentata, iperabitata, inflazionata. Non si ha notizia (e giustamente) di un eventuale G-zero, ma oltreatlantico qualcuno ipotizza addirittura il G1. Un gruppo formato da un solo Paese? Proprio così: gli statunitensi ONU-scettici sostengono che un Consiglio di sicurezza in cui ben cinque Paesi hanno il diritto di veto sia pletorico. Ne basterebbe uno solo: gli USA, per l’appunto.

Il G2, dal canto suo, non esiste ancora ma sarebbe il futuro mondo dominato da USA e Cina. A sentir parlare di un mondo simile, alla UE viene il mal di pancia, ragion per cui l’Europa preferirebbe, caso mai, il G3, allo scopo di non farsi escludere.

Quando si parla di G4, le cose si complicano, perché la sigla indica più di un gruppo. Con questa etichetta, infatti, vengono talvolta indicati i quattro Paesi europei più industrializzati all’interno del G8 (e cioè Germania, Regno Unito, Francia e Italia). Ma G4 è anche l’alleanza diplomatica fra i maggiori Paesi aspiranti ad essere inclusi permanentemente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU (Germania, Giappone, India e Brasile). E con la medesima sigla G4 vengono talvolta denominati anche i cosiddetti BRIC (dalle iniziali di Brasile, Russia, India e Cina), ovvero le quattro maggiori economie emergenti. E non è finita, perché G4 è anche il blocco delle maggiori nazioni in via di sviluppo (Cina, India, Brasile e Sudafrica).

Aumentiamo ancora il numero e arriviamo al G5, sigla con cui vengono caratterizzati talvolta i cinque Grandi del Consiglio di sicurezza dell’ONU con diritto di veto. E sotto la medesima sigla ricadono anche i maggiori non-allineati che ambiscono ad allinearsi agli allineati: Brasile, Cina, India, Messico e Sudafrica.

Il G6, dal canto suo, è il nonno del G8 odierno, quando era composto da USA, Giappone, Germania, Regno Unito, Francia e Italia. Poi diventò G7 con l’ingresso del Canada e infine G8 quando accolse anche la Russia.

Fra i molteplici record storici dell’ultima riunione del G8, quella appena conclusasi all’Aquila, va ricordato il fatto che Berlusconi ha presieduto il vertice per tre volte e nessuno al mondo – piaccia o no – potrà mai né eguagliarlo né tantomeno superarlo. In un Paese normale questo fatto sarebbe fonte di unanime orgoglio e soddisfazione. In Italia no. In Italia, Paese degli Orazi e Curiazi, dei Guelfi e Ghibellini e della guerra civile permanente, l’orgoglio e la soddisfazione vengono espressi solo da una parte, mentre l’altra si dispera, recrimina e rosica amaramente perché il buon Dio, schierandosi col Governo, si è rifiutato di mandare un nuovo, disastroso terremoto a L’Aquila nel bel mezzo del G8 (in termine tecnico si chiama “sfascismo”).

Comunque sia, questo G8 è stato l’ultimo, d’ora in poi si chiamerà G13. Sì, perché la prossima adunanza sarà costituita dal classico G8 più il G5, quello dei non-allineati che si vogliono allineare altrimenti restano non-allineati. Totale: G13. Anzi, no: G14, perché il forum del futuro sarà il G13 più l’Egitto (includere anche un Paese africano, musulmano e arabo è cosa trendy e islamicamente corretta).

E tuttavia non va sottovalutato il G20, un gruppo creato nel 1999 che è la somma dei 19 Paesi maggiormente industrializzati più l’UE, che un Paese non è ma talvolta fa finta di esserlo. Il quale G20, però, non va confuso con un altro G20, ovvero la pattuglia dei maggiori Paesi in via di sviluppo, creata nel 2003, che si occupa prevalentemente di agricoltura. E non va confuso nemmeno, ma l’impresa è ardua, con l’emergente gruppo delle due dozzine e mezza dei Paesi che emergono fra i più emergenti, denominato G30.

Insomma, la verità è che non ci si capisce più niente. Siamo giunti allo sproloquio del G, al tripudio della settima lettera dell’alfabeto, all’iperbole del dare i numeri, all’apoteosi della geometria variabile.

Che fare nel prossimo futuro? Come agire per cercare di risolvere i problemi del pianeta? Dobbiamo procedere così come stiamo facendo, riunendo i Grandi della Terra una volta all’anno come si faceva cento o duecento anni fa? A quei tempi la non-tecnologia dell’epoca obbligava i Grandi o i loro plenipotenziari a due cose: il viaggio per raggiungere il luogo del congresso (Vienna o Berlino o Versailles che fosse) e la presenza fisica per guardare in faccia l’interlocutore.

Oggi la tecnologia ci viene in aiuto perché ci permette di raggiungere qualsiasi località stando fermi, e ci consente di comunicare guardando in faccia l’altro senza muoversi. Oggi il tempo, unica risorsa non riproducibile e pertanto più rara del denaro (che può essere riprodotto e falsificato), può essere sfruttato in maniera ottimale grazie alla tecnologia, a internet, alla posta elettronica, alla televisione, alla videoconferenza. E invece i Grandi, che potrebbero “incontrarsi” spendendo zero e senza sprecare tempo, preferiscono girovagare per il mondo seguiti dalle loro corti, partendo dalle loro sedi per raggiungere ogni anno una località diversa: Rambouillet, Puerto Rico, Williamsburg, Tokio, Halifax, Birmingham e tante altre, fino a La Maddalaquila.

Perché mai non si riuniscono in videoteleconferenza? Potrebbero farlo agevolmente per almeno trecento e sessantacinque volte all’anno.

I risultati positivi di una simile riunione virtuale sarebbero molteplici: innanzitutto si potrebbero affrontare permanentemente, e non solo una volta all’anno, problemi che sono permanenti, con un enormemente più favorevole rapporto costo/efficacia. Inoltre si risparmierebbero montagne di denaro, il che non guasta in periodi di crisi economica.  E si eliminerebbero notevoli disagi ai cittadini, costretti ad emigrazioni forzate dai centri che per disgrazia vengono scelti come sedi delle riunioni.

E poi si eviterebbero penose forzature e squallide strumentalizzazioni di ogni tipo, come quelle della magistratura politicizzata che con perfetto tempismo invia avvisi di garanzia ai presidenti della riunione evento durante. O come quelle degli arruffapopolo che affittano pagine intere di giornali esteri nel giorno della riunione per screditare la leadership del proprio Paese. O come quelle delle opposizioni che gufano augurandosi calamità naturali nel corso della riunione stessa. O addirittura come quelle dei disgustosi politicanti che a riunione appena conclusa si lamentano che fa troppo caldo, e non perché siamo a metà luglio ma perchè la presidenza di turno del G8 non è riuscita a risolvere il problema del riscaldamento globale.

E soprattutto si toglierebbe ogni pretesto alle violente dimostrazioni di piazza, alle bombe molotov, alle vetrine infrante, ai cassonetti incendiati che ormai secondo un triste rituale accompagnano questi eventi, alimentate da parte di no-global, black bloc, centri asociali, gruppi eversivi e guerriglieri urbani vari, di qualsiasi colore purché rosso.