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Quale svolta liberale? Veltroni non può che essere statalista

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In questo inizio di campagna elettorale si fa un gran discutere della supposta somiglianza tra i due principali partiti contendenti, e in particolare di come i loro programmi si assomiglierebbero, con tanto di accuse a Veltroni di aver plagiato il “vecchio” programma Berlusconiano. Al di la delle schermaglie politiche, l’effettivo convergere su alcuni punti importanti è un fatto che deve indurre a seria riflessione. L’elemento più interessante è che anche la sinistra italiana sembra (finalmente) essersi resa conto della necessità di riforme liberali, le quali devono necessariamente consistere in una riduzione del carico fiscale (“affamare la bestia”) e in un conseguente restringimento dei compiti dello Stato. Certo, questa presa di coscienza non è una cosa di cui ci si possa lamentare e il fatto che tutte le più importanti forze politiche riconoscano la necessità di un certo tipo di riforme deve naturalmente far ben sperare.

Tuttavia quando si guarda alla possibilità che possa essere la sinistra a realizzare quelle riforme la questione si complica e il problema va inserito in un quadro storico e culturale più ampio. Infatti ciò che si deve fare oggi in Italia non è tanto una riorganizzazione della macchina statale, pure necessaria, ma una drastica riduzione degli interventi statali in un grandissimo numero di settori. Questa operazione non è semplice, e deve sostanziarsi almeno in due passaggi.

Il primo è smettere di pensare che lo Stato, al di là delle buone intenzioni, sia sempre capace di agire per realizzare il bene pubblico, e accettare l’idea che molto spesso la società sia più capace di realizzare quel obiettivo senza l’intervento statale. Questo anche perchè in un sistema in cui lo stato interviene meno e lascia più spazio (e più reddito disponibile) ai cittadini è normale aspettarsi che sorgano tutta una serie di associazioni e “corpi intermedi” capaci di sostituirsi allo Stato e di svolgere parte dei suoi compiti, senza però dover oliare e ingrassare un’ampia burocrazia.

Il secondo passaggio è la consapevolezza che una tale radicale inversione di tendenza non può avvenire con la “concertazione”, ma deve necessariamente passare per lo scontro con tutti quegli attori “para-politici” che sono parte importante del processo decisionale nella società italiana. La politica italiana infatti non appare bloccata e incapace di decidere solo a causa dell’esistenza di maggioranze eterogenee, cosa che pure pesa moltissimo, ma soprattutto dal fatto che quando si deve prendere una decisione la prassi è sentire tutti e concedere qualcosa a ognuno, e se proprio si rifiuta la prima volta poi si aggiusta tutto dopo il primo sciopero.

La vera “rivoluzione” italiana allora dovrebbe consistere non solo nell’avere maggioranze omogenee, ma soprattutto nell’avere un governo capace di rompere equilibri corporativi radicati e nicchie di privilegio enormi e diffuse. Tutto questo può avvenire solo con l’abbandono dello stato a favore del mercato, e dunque con lo smettere di investire la politica di compiti che non le dovrebbero appartenere. Ora una tale “rivoluzione” non può appartenere alla cultura politica di un partito di sinistra, per quanto riformista. E questo perchè nell’ideologia democratico-progressista le soluzioni “collettive” sono considerate sempre disinteressate e dunque, in linea di principio, sempre migliori di quelle private, le quali sono (mal) sopportate solo perchè è difficile negarne una maggiore efficienza. Inoltre i vari decision maker, a cominciare dai sindacati, cooptati nel processo decisionale, sono una naturale necessità nel momento in cui si ritiene appunto che la migliore soluzione sia quella che può essere trovata con l’agire politico.

Tuttavia Veltroni e i suoi collaboratori fanno riferimento alle amministrazioni Clinton e Blair per mostrare come economie estremamente dinamiche possano tranquillamente guidate da governi di sinistra, e a quelle due esperienze hanno dichiarato di ispirarsi. Veltroni, lanciando il programma del PD, ha dichiarato che «l’alternativa oggi è netta: da una parte la ripetizione di un passato conosciuto, dall’altra l’investimento sul futuro. Fu la scelta fatta dagli americani quando uscirono dal reaganismo scegliendo Bill Clinton. Fu la scelta degli inglesi quando, uscendo dal lungo periodo del thatcherismo, diedero fiducia a Tony Blair». Un osservatore acuto come Michele Salvati è arrivato a definire quello di Veltroni «un programma largamente blairiano per un paese che non ha conosciuto la Thatcher», ma ha anche ammesso che «nessuna sinistra europeo- continentale può fare un’operazione alla Thatcher».

Ora il problema consiste proprio in questo: Blair, Clinton e lo stesso Zapatero, hanno potuto fare, e bene, quello che hanno fatto (ossia una ricostruzione e razionalizzazione del sistema di welfare, tale da non intralciare lo sviluppo economico) solo perchè erano stati preceduti dalla Thatcher, da Reagan, da Aznar. La Thatcher in particolare dovette condurre una battaglia durissima non solo per liberalizzare un’economia diventata negli anni fortemente corporativa, ma anche, e parallelamente, per recidere quell’abitudine che aveva reso impossibile prendere decisioni politiche senza consultare prima quelle che in Italia si chiamerebbero le “parti sociali”. Fare queste cose non può essere nel dna della sinistra e molto semplicemente, anche se ne riconoscesse la necessità, essa non le potrebbe fare se non al costo di snaturarsi completamente e di rompere con quei settori della società che da sempre ne rappresentano non solo il bacino elettorale ma anche i compagni di viaggio in una visione del mondo e della politica. E questo non solo a livello nazionale, ma anche in quel “livello locale” che pesa sempre di più nella vita quotidiana dei cittadini e nel quale si solidificano i più importanti interessi e rapporti di potere interni hai partiti. Se Veltroni volesse davvero cambiare questo stato di cose allora la soluzione non sarebbe tanto andare da soli (o quasi...) alle elezioni, ma direttamente cambiare il nome al partito, cambiare la sua collocazione politica e farne un partito liberale di tipo anglosassone, cosa che non mi sembra sia all’ordine del giorno.

Ma forse anche questo non basterebbe. Infatti una rivoluzione quale quella di cui stiamo parlando non è mai indolore e può essere realizzata solo quando si presentano varie circostanze. Una in particolare è che un tale cambiamento sia condotto, soprattutto in assenza di un sistema istituzionale che dia poteri molto forti al premier, da un outsider della politica o almeno da qualcuno che non sia ingabbiato, e non sia circondato da persone ingabbiate, in una rete di poteri e interessi. Ora Berlusconi non può certo più essere definito un politico di “primo pelo”, ma certamente non gli si può rimproverare di aver fatto carriera nella burocrazia di un partito e neanche di dover fare i conti con una burocrazia indipendente e con la quale dover trattare la propria sopravvivenza politica. In questo senso, per quanto possa apparire blasfemo sostenerlo, un partito con un po’ di vallette ed ex presentatori televisivi potrebbe essere molto più funzionale al nostro scopo di un partito composto di politici maturi e di intellettuali pensanti e critici.

Invece le liste che Veltroni ha presentato in questi giorni vanno incontro almeno a un duplice problema. Il primo è che molti candidati, come dimostra anche l’abbondante presenza di mogli, parenti e segretari di alcuni “big”, fanno parte di gruppi di potere interni ben consolidati. Questi gruppi vorranno e dovranno realizzare ciò che hanno promesso ai loro elettori – e non mi sembra che stiano promettendo una riduzione del ruolo dello Stato – e per farlo non si periteranno troppo a mettere alle strette il segretario-presidente. Il secondo problema è che tra gli eletti ci saranno imprenditori e operai, precari e pensionati, cattolici e “laicisti”, pacifisti e militari, ecc ecc. certo una cosa bella, che rispecchia la pluralità della nostra società, ma che avrà come logica conseguenza il fatto che bisognerà dare un contentino a tutti, e quando non c’è accordo sulle idee e sui valori va sempre a finire che per non scontentare i compagni di viaggio si moltiplicano i compiti e la spesa pubblica.

La politica veltroniana insomma, come al solito, si dovrà occupare un po’ di tutti e dare un po’ a tutti, con buona pace di chi ritiene che lo stato debba fare meno. Ecco che il PD tutto potrà essere, ma non un partito di outsider o persone disposte a ridurre il ruolo dello stato. Quanto a Veltroni ricordiamo che venne eletto in parlamento per la prima volta nel 1987, a 32 anni e - come si sa’ - non comunista, nelle liste dell’allora PCI. Se allora egli provenisse dalla burocrazia del partito o da una missione laica in Africa non lo sappiamo, però su questa seconda ipotesi non siamo disposti a scommettere molto.

Forse a convincere Veltroni a pensare di poter veramente riformare lo Stato e rilanciare l’economia è stata la sua esperienza di sindaco. Però un sindaco ha la possibilità di agire da solo o con pochi collaboratori, di guardare in faccia i cittadini e proporre soluzioni ai loro problemi, che sono problemi assai concreti e tangibili. Inoltre un sindaco, almeno se la città è Roma, può anche rilanciare l’economia concedendo più licenze ai ristoratori e organizzando grandi eventi mediatici in stile para-holliwoodiano. Non sappiamo se Veltroni l’abbia fatto bene, ce lo dirà il voto dei romani, certo è che amministrare una città non è come amministrare un grande paese, e soprattutto pensare di fare il Blair senza aver avuto prima una Thatcher non sembra una cosa granché logica e, ahinoi, l’Italia di oggi assomiglia disperatamente all’Inghilterra pre-Thatcher.

È difficile dire se il centrodestra sarà in grado di percorrere sino in fondo la via della Lady di ferro, tuttavia sarebbe assolutamente illogico aspettarsi che quella strada possa essere imboccata da chi ha ideologia politica e una visione del mondo completamente diversa. Insomma Signor Sindaco, se davvero vuole costruire per l’Italia un welfare razionale, più equo e che non intralci la crescita economica, le suggeriamo, almeno per questo giro, di passare la mano e magari di impiegare i prossimi 5 anni a leggere la copiosa e articolata letteratura su come è nato in Inghilterra il New Labour di Blair e su come mai esso abbia potuto e saputo ricostruire e razionalizzare il welfare. Sperando che intanto ci sia una Thatcher che faccia sino in fondo il proprio dovere.

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1 COMMENT

  1. La sinistra sta tentando,con
    La sinistra sta tentando,con la copertura di tutti i poteri,a cominciare dall’informazione,una grande opera di inganno.Il funzionario di lungo corso,amministratore catastrofico,sembra diventato l’unico appartenente al PD.I D’Alema,i Visco,i Bassolino,le Rosy Bindi,i prodiani,i sindacati,le coop,tutti gli intrecci con il mondo industriale e finanziario,spariti.Se l’Italia abboccasse,altro che parlare di coglioni!

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